giovedì, 07 settembre 2006
Questa notizia la posto perchè mi ha fatto tanto ridere la storia di questa ragazza squattrinata che ha avuto fortuna, e la domanda ingenua che si è posta "perché non si dovrebbe poter dormire in mezzo alle spighe?". In bocca al lupo a tutti gli squattrinati in cerca di un lavoro romantico!


In Germania la prima struttura open air: 15 «stanze» in un campo coltivato.

Si dorme sotto baldacchini, coperti di fieno. «È il nuovo turismo ecologico», né radio, né tv: solo grilli e civette. 7 euro a notte.

BERLINO — «Un letto nel grano è sempre libero, i grilli cantano e c'è profumo di fieno», cantava nel 1976 Jürgen Drews, ibrido tedesco tra Gianni Morandi e i Righeira.
Ma se passate dalle parti di Bad Kissingen, cittadina dell'Alta Baviera, forse è meglio prenotare.
Perché tra le spighe, di questi tempi, lo spazio rischia di essere limitato. Bett im Kornfeld, «Letto nel grano»: il primo vero open-air hotel del mondo, quindici stanze senza pareti — tre metri per tre di campo su cui le spighe sono state spianate per lasciar spazio a un letto matrimoniale in ferro battuto; al posto delle coperte, mucchi e mucchi di fieno.
La reception è una tenda da circo a spicchi colorati, sopra ogni «camera» un baldacchino di tela per ripararsi dalla pioggia.
Chi vuole si porta sacco a pelo o lenzuola — in campagna, di notte, fa freschino —, altrimenti ci si seppellisce tra l'erba secca, lasciandosi inondare da profumi e sensazioni, e ci si addormenta nel silenzio più assoluto (frinire di grilli e richiami di civette, ovviamente, non fanno testo).
Niente luci, niente radio, figuriamoci cellulari o televisioni: chi sceglie di trascorrere una o più notti al «Bett im Kornfeld» non cerca comodità da grande albergo, ma un contatto più profondo con la natura.
Lontano dalla pazza folla.
La fuga, ora, è possibile; e gli ospiti si precipitano qui da tutta la Germania, conquistati da un semplice passaparola.

Gli amanti del riposo senza muri devono paradossalmente ringraziare la crisi economica: «Era l'estate del 2002 — racconta oggi Monika Fritz alla Süddeutsche Zeitung — ed ero completamente spiantata. Volevo fare qualcosa di emozionante, romantico e legato alla natura — ma che non mi costasse niente».

Il Letto nel grano è nato così, dal desiderio di vacanze di una «ecotropologa», come si definisce lei, senza lavoro e senza soldi.
Che una mattina alla radio si è trovata a riascoltare quella vecchia canzone, hit di un'estate di ormai trent'anni fa, «e ho pensato: perché non si dovrebbe poter dormire in mezzo alle spighe?».

L'idea ha conquistato Otto Funck, consigliere comunale e agricoltore, che ha messo a disposizione oltre 600 metri quadrati di campo coltivato a cereali.
Doveva durare due settimane; questo è il quarto anno.

«Da nessun'altra parte al mondo è possibile dormire in un campo di grano, è fantastico», raccontano gli ospiti. E l'albergo di Monika e Otto (www.bett-im-kornfeld.de) rischia davvero di essere unico: perfino i lodge «open air» più sperduti, nella savana o nelle foreste pluviali, hanno abdicato alle pareti, ma non a tetti e pavimenti in legno, bar e piscine.
Qui al Bett im Kornfeld, niente di tutto questo.
La sera ci si riunisce intorno al fuoco, per un barbecue a base di würstel e patate; alle 22 scatta il «silenzio», all'aria aperta anche un sussurro diventa un grido.
La mattina, tutti sotto la tenda centrale per una colazione a base di müsli biologico, marmellate fatte in casa, formaggi e salumi tipici. I bambini si rincorrono da una stanza all'altra, collegate da «corridoi» che assomigliano a un labirinto dorato, si tuffano nei covoni, si imbrattano col fango dello stagno.
Costo di una notte sotto le stelle, sulle orme dei vagabondi che popolano la letteratura tedesca, dal medievale Till Eulenspiegel ai personaggi di Hermann Hesse: 7 euro.
Costo della colazione: 8 euro.
Il profumo della libertà non ha prezzo, è vero; ma se può essere addirittura economico, allora il tutto esaurito del Letto nel grano si spiega da sé.

Corriere della sera, 10 agosto 2006
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categoria:divertimento, buone notizie, stili di vita, sviluppo sostenibile
mercoledì, 30 agosto 2006
Progetto molto interessante in mostra alla biennale di Venezia. Tratto da l'Arena.it

La città ideale? Si chiamerà Vema, in ossequio ai capoluoghi più vicini - Verona e Mantova - è sarà una città, anzi un grande quartiere, nel contempo ideale e utopico, ma assolutamente a misura d’uomo, seppur tecnologicamente avanzato e, soprattutto, ecocompatibile.

La ricerca della città ideale si arricchisce di un nuovo, interessante capitolo, che sarà oggetto della mostra «La città nuova. Italia - y - 2026. Invito a Vema», aperta al pubblico da venerdì 8 settembre al Padiglione Italiano, alle Tese alle Vergini all’Arsenale, nell’ambito della decima rassegna internazionale di Architettura della Biennale di Venezia.
«Vema è una città ideale che snoda le sue strade verso il futuro dell’architettura», spiega il curatore della rassegna, l’architetto Franco Purini, professore ordinario di Composizione architettonica e urbana nella facoltà di Architettura Valle Giulia dell’Università La Sapienza di Roma, «una città collocata in una zona geografica che risponde a particolari requisiti, così da renderla un’ipotesi più che fondata. Una città totalmente ecosostenibile che i progettisti hanno pensato per un futuro prossimo, il 2026 per l’appunto, bella da vedere e da vivere».
Perché Vema, perché la terra fra le province di Verona e Mantova?
«La scelta non è stata casuale», spiega l’architetto Purini, «diciamo che hanno pesato i motivi per cui Verona, da decenni, rivendica giustamente il ruolo di crocevia d’Europa. Anche se si tratta di un’ipotesi di città ideale, volevamo essere sicuri della fattibilità del progetto e per questo ci siamo avvalsi della collaborazione di Nomisma, che ci ha messo a disposizione aspetti socio-economici del territorio che di fatto avallano quelli logistici. Il quadrante territoriale veronese-mantovano dal punto di vista imprenditoriale, culturale e ambientale è una realtà tra le più pregiate d’Italia e quindi idonea a simboleggiare il futuro prossimo che abbiamo progettato. In secondo luogo, l’area è collocata in prossimità dell’incrocio dei corridoi ferroviari transeuropei Lisbona-Kiev e Berlino-Palermo, facendone un nodo strategico dell’economia mondiale».
Un quadro di riferimento che consta di grandi numeri, quindi, ma una città di piccole dimensioni.
«Un paesone, più che altro, perchè non si può più assecondare la mania ipermetropolitana attuale, per cui si lascia che le città crescano senza limiti e criteri. Una piccola città, anche, per contrastare il fenomeno della città diffusa che sta mettendo in crisi in particolare i ricchi territori del Nordest. Sull’asse Venezia-Verona è un proliferare di capannoni, centri commerciali, case e casette per cui non si capisce dove finisce la città e comincia la campagna. Invece bisogna pensare allo sviluppo futuro del nostro territorio in forme più adeguate, compatibili con un vivere più armonioso e sicuro. Una città ideale, ma anche utopica, nel senso che vi si sperimenta un modo di vivere più complesso, più adatto ai nostri tempi. Da qui le connessioni a Internet senza fili, ma anche spazi verdi in cui prendersi cura di se stesso e vivere il rapporto con la natura. Basti pensare che gli strumenti atti a captare l’energia solare verranno inseriti in un contesto urbano godibile anche visivamente, come fossero alberi meccanici».
«Una città vista e pensata in tutte le sue manifestazioni», conclude l’architetto Purini, «compresi i trasporti. Nello specifico, le metropolitane leggere di superficie, che non necessitano di guidatore. E siccome una nuova città non può nascere senza arte, abbiamo chiesto di associare a ogni argomento di progettazione un artista. Per cui avremo contributi di artisti che interpretano alla loro maniera i progetti dell’architetto».
Resta da chiarire il mistero della "y" nel titolo della mostra... «Chiamiamolo fattore y», sorride l’architetto Purini, «messo lì per richiamare Italy e suggerire quindi, a livello subliminale, l’amplificazione extranazionale del Paese e il trascendimento creativo dei propri confini. Vema, infatti, può crescere. E lo sviluppo della città ideale è stato affidato dai giovani architetti a colleghi affermati a livello mondiale. Il risultato? Lo vedrete alla Biennale».
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categoria:stili di vita, sviluppo sostenibile
giovedì, 24 agosto 2006
Oggi vorrei fare due proposte di lettura.

La prima è un'intervista ad Hugo Chàvez, presidende del Venezuela ed artefice di alcuni interessanti cambiamenti nel business petrolifero e non solo.

La seconda è l'ultimo libro di Maurizio Pallante, la Decrescita Felice, che ho piacevolmente letto sotto l'obrellone e che mi è piaciuto molto, anche se all'inizio ero scettico. Eccone un abstract

"I segnali sulla necessità di rivedere il parametro della crescita su cui si fondano le società industriali continuano a moltiplicarsi: l'avvicinarsi dell'esaurimento delle fonti fossili di energia e le guerre per averne il controllo, l'innalzamento della temperatura terrestre, i mutamenti climatici, lo scioglimento dei ghiacciai, la crescita dei rifiuti, le devastazioni e l'inquinamento ambientale. Eppure gli economisti e i politici, gli industriali e i sindacalisti conl'ausilio dei mass media continuano a porre nella crescita del prodotto interno lordo il senso stesso dell'attività produttiva.
In un mondo finito, con risorse finite e con capacità di carico limitate, una crescita infinita è impossibile, anche se le innovazioni tecnologiche venissero indirizzate a ridurre l'impatto ambientale, il consumo di risorse e la produzione di rifiuti. Queste misure sarebbero travolte dalla crescita della produzione e dei consumi in paesi come la Cina, l'India e il Brasile, dove vive circa la metà della popolazione mondiale.
Forse è arrivato il momento di smontare il mito della crescita, di definire nuovi parametri per le attività economiche e produttive, di elaborare un'altra cultura, un altro sapere e un altro saper fare, di sperimentare modi diversi dirapportarsi col mondo, con gli altri e con se stessi. "

Qui c'è una bella intervista all'autore.
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categoria:economia, stili di vita, sviluppo sostenibile, autoproduzione
lunedì, 21 agosto 2006
Una delle tante ideologie di cui credo sia costellata l'economia, almeno per come mi è stata insegnata, è che il settore agricolo è destinato ad occupare una posizione secondaria nel panorama economico odierno. I fatti dicono il contrario: cresce l'importanza e la domanda di cibo di qualità in grado anche di salvaguardare l'ambiente (agricoltura biologica); i sistemi energetici basati sulle biomasse non solo sono sostenibili e rinnovabili, ma aiutano anche a mantenere in buono stato l'ambiente (es. di montagna) e a valorizzare le economie locali; alcuni materiali, come ad esempio il legno, tornano ad essere utilizzati largamente per le loro caratteristiche funzionali ed estetiche (ad esempio nella bioedilizia ma anche in progetti ambiziosi ed architetturalmente affascinanti).
Finalmente oggi viene portato all'attenzione di tutti quello che purtroppo sta succendendo in India nel settore agricolo, dove multinazionali senza scrupoli, con la complicità di politici locali ed organismi internazionali, stanno scardinando il sistema agricolo indiano, con il mito del progresso (vedi ogm) e della globalizzazione necessaria (la peggiore che si potesse pensare: esportazione di materie prime a basso costo contro scambio di tecnologia per la coltivazione).
Sono sempre più convinto che dobbiamo puntare a creare economie reali autosufficienti in ogni continente, e destinare al commercio internazionale solamente quei prodotti per i quali vi è un'effettiva convenienza (e sostenibilità) nello scambio internazionale. Le sementi, come l'energia, mi pare che non rientrino proprio in questa categoria.
Tratto da Il Corriere della Sera di oggi.

"India, tra i suicidi nei campi di cotone


Gli ecologisti contro il Fondo monetario: ha spinto a tagliare gli aiuti pubblici. Gli Usa impongono i loro semi Ogm, costringendo i lavoratori a indebitarsi


NEW DELHI — «Nel villaggio di Bheemavaram, Stato dell'Andhra Pradesh, il contadino Chinta Venkateswara, 46 anni, s'è ucciso bevendo del pesticida per i troppi debiti. È il terzo suicidio tra i coltivatori di cotone nella stessa località, in soli due giorni». Notizie come queste sono ormai la norma qui in India, non si stupisce più nessuno.
«La sedicenne Vijay Chatale è sotto choc per aver scoperto il padre, agricoltore del Kerala, morto per impiccagione nella cucina di casa dopo il crollo dei prezzi agricoli internazionali», si legge su un altro giornale. E ancora: «Nel paesino di Nagpur, nello Stato del Maharashtra, la polizia ha fermato alcuni contadini disperati che stavano preparando una pila funeraria su cui intendevano immolarsi». E si potrebbe continuare a lungo.
Sui media indiani queste notizie sono infatti quotidiane: come gli spostamenti dell'amato-odiato monsone lungo l'enorme subcontinente, i gossip sugli attori miliardari di Bollywood, i lenti ma costanti successi delle caste «inferiori» nello scardinare l'antica struttura sociale. Avvenimenti ormai entrati nella routine di questo Paese.

Ma i suicidi di migliaia di contadini — l'attuale governo di New Delhi ne ammette «quasi 10 mila» dal 1997, stime indipendenti ne quadruplicano almeno la cifra — sono diventati un'enorme tragedia collettiva. Una piaga nemmeno immaginabile finché l'agricoltura — da cui dipendono ancora i due terzi della popolazione indiana, ovvero 750 milioni di persone — era gestita su basi comunitarie o basata sui grandi latifondi e lo Stato sosteneva il settore. Soprattutto fino a quando le multinazionali americane non hanno iniziato a imporre i loro carissimi semi — in particolare per la diffusissima coltivazione del cotone, per di più geneticamente modificato — costringendo i contadini a ricomprarli ogni anno per mantenere gli standard richiesti dal mercato internazionale nonostante il crollo dei prezzi della materia prima.

Che l'«epidemia» di morti nelle campagne — quasi tutti uomini e in genere piccoli e piccolissimi proprietari — sia un fenomeno nuovo è un fatto che nemmeno il governo mette più in dubbio. Che le decine di migliaia di suicidi siano causati dalla disperazione dovuta a debiti impossibili da ripagare, nemmeno.

Piuttosto, è sui motivi a monte che il potere politico ha finora dato spiegazioni «naturali» anziché politiche ed economiche. Colpa di inondazioni e siccità, invasioni di insetti e parassiti delle colture, sostiene (con sempre minor convinzione) New Delhi, dichiarandosi impotente e impegnandosi al massimo a stanziare fondi per le regioni più in crisi, come ha fatto recentemente il premier Manmohan Singh nel Maharashtra, con un programma da 800 milioni di euro.

Ma le catastrofi naturali sono flagelli antichi in India. Perché tutte quelle morti, quasi all'improvviso? E soprattutto, come mettere loro fine?
Una risposta arriva da tempo dalle analisi dei combattivi ecologisti indiani. Dalla famosissima scienziata-ambientalista Vandana Shiva, da migliaia di organizzazioni e attivisti meno noti. «La Super India Scintillante con una crescita annua dell'8%, magnificata da tutti per il polo di Information technology a Bangalore, sede ambita dall'Occidente per la delocalizzazione delle sue imprese, oggetto delle copertine dei magazine di mezzo mondo, è solo una faccia della medaglia», dice Kishor Tiwari, che dieci anni fa ha lasciato un ottimo impiego alla General Electric per dedicarsi alla causa dei contadini del Vidarbha (nel Maharashtra), la regione produttrice di cotone più colpita in assoluto.

L'altra faccia, dice Tiwari, mostra un'agricoltura ormai semidistrutta da 15 anni di riforme sconsiderate, dagli accordi tra New Delhi e Washington ribaditi anche nel 2005, che concedono un quasi monopolio alle multinazionali Usa nell'imporre i loro carissimi semi. E questo nell'indifferenza dei governi federali e statali, sempre più proiettati a lanciare l'India del hi-tech a scapito dell'agricoltura, da cui dipende appunto il 75% della popolazione del Paese ma che contribuisce ormai solo per il 25% al suo Pil.

Un'analisi soltanto in apparenza frutto di una visione anti-governo e anti- globalizzazione. Infatti, anche il prestigioso e ben poco rivoluzionario Tata Institute of Social Sciences di Mumbai, a cui si era rivolto mesi fa il tribunale supremo della capitale finanziaria indiana per capirne di più, si è trovato alla fine d'accordo. «I suicidi sono avvenuti a partire dal 1997 nelle zone più ricche del Paese e sono l'indubbio sintomo di una profonda crisi del settore agricolo — si legge nel rapporto del Tata Institute —. Tra i motivi che abbiamo individuato c'è il crollo degli investimenti pubblici nel settore, in linea con le direttive di Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale che hanno soprattutto costretto l'India ad aprire le porte, dal 1998, a corporation come Monsanto, Cargill e Sygentas i cui semi sono più cari e richiedono più fertilizzanti, pesticidi e acqua. Fattori, questi, che diminuiscono la fertilità dei terreni, aumentano i costi di produzione, mettono i contadini in balia degli usurai e del mercato internazionale. Il tutto, mentre l'Organizzazione mondiale per il commercio impone di togliere le tariffe all'import, e gli Stati Uniti continuano a finanziare il loro export»."
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categoria:economia, ogm , sviluppo sostenibile
martedì, 11 luglio 2006
Vicino a casa mia è stata costruita una casa in paglia. Ora, prima che iniziate a ridere, leggete un attimo. Si tratta di una tecnica antica di costruzione, ed esistono diversi edifici in paglia in giro per il mondo, anche di ottima fattura. L'aspetto rilevante di questa tecnica, oltre a permettere di realizzare un ambiente domestico salubre, un edificio efficiente dal punto di vista del consumo energetico ed ecologico e tempi di realizzazione molto veloci, è che garantisce un risparmio iniziale non indifferente. Per la costruzione al grezzo della casa presentata nel sito si sono spesi circa 15.000 euro, mentre con tecniche tradizionali in muratura si arriva oltre gli 80.000 euro. Il tutto funziona se si organizza un gruppo di autocostruzione (l'associazione da tutta l'assistenza). Anche chi ha già acquistato casa non disperi: tra qualche anno può costruirsene una in paglia, nel frattempo vendere la sua e incassare il differenziale di prezzo! Al tempo stesso si ritrova una casa che consuma molto meno e una liquidazione (intesa come TFR), che di questi tempi non è affatto male, specie per chi è precario!
L'associazione organizza anche dei corsi per imparare a costruire con la paglia e in futuro altri sistemi, quali pannelli solari termici, sistemi di raccolta di acqua piovana, fitodepurazione, ecc. Per chi pensa che la decrescita e la sobrietà non siano solo delle boutade stile hippy, l'autocostruzione è oltre che un fenomeno in netta crescita e
un mezzo per risparmiare soldi e vivere in maniera più sostenibile, un modo di riappropriarsi di conoscenze e capacità pratiche molto interessante.

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categoria:stili di vita, sviluppo sostenibile, autoproduzione
sabato, 08 luglio 2006

È emergenza sanitaria, spostate intere fabbriche - da Repubbica del 03.07.2006

Federico Rampini
Era da vent´anni che non avevo un´influenza o una bronchite, e neppure un banale raffreddore. Da un mese invece mi affligge una tosse fastidiosa e tenace, con catarro, mal di gola, abbassamento della voce, bruciori agli occhi. Sono stato a farmi visitare dai medici di Bailey, un ospedale privato usato dagli stranieri a Pechino nel quartiere delle ambasciate. Il primo responso dello specialista, un giovane professore formato a Hong Kong, di fronte alla radiografia dei miei polmoni è stato: «Smetta subito di fumare». Ho obiettato di aver già smesso molti anni fa a San Francisco, costretto dal proibizionismo anti-fumo californiano. Il medico ha allargato le braccia sconsolato. «Ah, lei vive in permanenza a Pechino da più di due anni? Allora tutto si spiega: benvenuto fra noi». Stare un giorno in mezzo allo smog di Pechino equivale a fumare almeno un pacchetto di sigarette. La patologia che ora colpisce anche me è la sindrome cinese, ben nota a tutti gli stranieri che si sono trasferiti ad abitare qui.
Migliaia di occidentali sono già passati attraverso la stessa "rivelazione" prima di me. Alcune multinazionali americane stanno decidendo di accorciare i periodi di rotazione dei loro dirigenti in Cina, per paura di essere trascinate in tribunale con richieste di indennizzi miliardari di fronte al primo caso di un manager che si prenda il cancro ai polmoni dopo essere stato qualche anno a Pechino, Shanghai o Canton. A noi stranieri i medici vietano tassativamente di fare esercizio fisico all´aperto, un consiglio ignorato da milioni di cinesi che ogni mattina all´alba invadono parchi e giardini per il rito del tai-chi. Pechino con oltre venti milioni di abitanti è già vicina ad avere tre milioni di automobili, eppure la motorizzazione privata è solo agli inizi: si stima che le vetture in circolazione quintuplicheranno nei prossimi 15 anni. Già così il solo traffico rovescia ogni giorno nel cielo della capitale 3.600 tonnellate di emissioni carboniche e particelle cancerogene. L´aria di Pechino - come quella di Shanghai, Canton, Shenzhen, Chongqing, Nanchino, Tianjin, Chengu e decine di megalopoli cinesi che ormai superano la soglia dei dieci o anche venti milioni di abitanti - è quasi irrespirabile in tutte le stagioni, con punte di emergenza estreme quando l´afa estiva accentua il disagio dell´ozono e dello smog «fotochimico» aggravato dall´intensità dei raggi ultravioletti.
Sedici delle venti città più inquinate del pianeta oggi sono cinesi, secondo i dati della Banca Mondiale. All´inizio della sua rincorsa al capitalismo globale e alla crescita economica la Cina era il regno della bicicletta - nei primi anni Ottanta c´era mezzo miliardo di ciclisti - oggi si avvicina ai 30 milioni di auto. Ne avrà 130 milioni entro il 2020. Quanto ossigeno avremo ancora da respirare, per allora?
Eppure su Pechino il governo cinese sta investendo sforzi e risorse eccezionali, in vista delle Olimpiadi del 2008: un appuntamento decisivo per la consacrazione del prestigio internazionale della Nuova Cina, ma che rischia di essere rovinato da una nube tossica di smog che può rendere la capitale impraticabile sia per gli atleti che per i milioni di visitatori stranieri. Consapevoli di questa minaccia, le autorità hanno iniziato a muoversi con largo anticipo, per esempio inaugurando il trasloco forzato di quasi tutti i grandi impianti industriali: fino a poco tempo fa infatti dentro il perimetro urbano di Pechino c´erano ancora altiforni siderurgici e impianti petrolchimici. Ma i rimedi adottati si stanno rivelando dei palliativi inefficaci.
In questa «delocalizzazione interna» al paese molte fabbriche si sono spostate di poche centinaia di chilometri, scaricando nelle regioni limitrofe un inquinamento che il più delle volte i venti restituiscono alla stessa Pechino. Di recente la capitale ha registrato una lunga serie di giornate irrespirabili, avvolte in una nebbia marrone densa e acre. Le autorità hanno dato la colpa ai contadini dello Hebei, la provincia immediatamente circostante a Pechino: ignorando i divieti, al termine dei raccolti gli agricoltori bruciano la paglia provocando gigantesche colonne di fumo che invadono l´atmosfera (anche questo è un sottoprodotto del benessere perché un tempo la paglia veniva conservata per scaldarsi d´inverno, oggi anche i contadini possono permettersi il carbone). Ma gli imputati restituiscono l´accusa con sdegno: con che coraggio la capitale fa queste prediche all´agricoltura, dopo aver trasformato lo Hebei nel suo immondezzaio industriale trasferendo le fabbriche che non vuole più in città? In ogni caso quest´anno il governo ha fallito clamorosamente i suoi obiettivi di risanamento fissati in vista delle Olimpiadi. Le «giornate cieli azzurri» su Pechino sono diminuite invece di salire.
Dall´inizio del 2006 solo 60 giorni hanno registrato una qualità dell´aria accettabile per la salute degli abitanti. Le conseguenze di questo sviluppo economico sugli esseri umani sono drammatiche. Ogni anno 600.000 cinesi muoiono di cancro ai polmoni, che è balzato in testa alla classifica dei tumori nella grandi città: rappresenta il 50% della mortalità per cancro fra gli uomini e il 35% fra le donne. Inoltre l´età media in cui il tumore ai polmoni colpisce sta abbassandosi velocemente. Negli ultimi trent´anni l´apparizione di questa malattia nei pazienti si è anticipata di dieci anni. Nel 1977 il cancro ai polmoni rappresentava il 18% dei tumori, oggi il 30%.
L´inquinamento preoccupa i dirigenti della Repubblica popolare anche perché è sempre più spesso una fonte di conflittualità sociale che in prospettiva potrebbe destabilizzare il regime. Secondo gli stessi dati ufficiali forniti dal Congresso nazionale dal 2001 al 2005 le autorità hanno ricevuto 2,53 milioni di petizioni di protesta per cause legate all´inquinamento. Si verificano con una frequenza crescente gli scontri violenti con le forze dell´ordine nei casi in cui i disastri ambientali contaminano le acque potabili e distruggono terreni coltivabili.
Il degrado ecologico della Cina non è soltanto un problema che riguarda un miliardo e trecento milioni di abitanti della nazione più popolosa del pianeta. Per molti anni l´Occidente ha contribuito ad aggravare questi problemi esportando in Cina le sue produzioni più inquinanti. Tuttora tra le motivazioni inconfessate che spingono molte multinazionali europee, americane e giapponesi a produrre in Cina, oltre al minor costo della manodopera c´è anche una legislazione ambientale meno severa della nostra. Ma oggi il fenomeno si ritorce contro di noi. Lo smog cinese - ivi compresi 26 milioni di tonnellate di anidride solforosa - viaggia sui jetstreams, attraversa i continenti e arriva anche nei polmoni di chi vive in Europa o in America. Le piogge acide che avvelenano i terreni agricoli cinesi arrivano sulle nostre tavole, incorporate nelle mele e in tutti i prodotti ortofrutticoli di cui la Cina è diventata il primo esportatore mondiale.
Salvare la Cina da un´apocalisse ambientale è una sfida mondiale. Da molti anni il Giappone dedica la maggior parte dei suoi finanziamenti pubblici alla Cina a progetti di cooperazione «verde». Ora anche l´Italia fa lo stesso. Si apre oggi a Pechino una settimana dedicata alla cooperazione italo-cinese per la tutela dell´ambiente. Sono già in stato di attuazione avanzata 57 progetti per la conservazione delle risorse, il risparmio energetico, la gestione delle acque, i nuovi sistemi di trasporto, l´agricoltura biologica. Tra le operazioni-pilota più interessanti: il nuovo edificio della facoltà di scienze ambientali dell´università di Pechino realizzato con tecnologie d´avanguardia made in Italy per il risparmio energetico e l´uso di fonti rinnovabili; l´uso delle biomasse come il letame suino per produrre energia; progetti forniti «chiavi in mano» dall´azienda dei trasporti pubblici di Roma (Atac) per un monitoraggio elettronico del traffico nei grandi centri urbani e la riduzione delle punte di smog automobilistico; gli impianti verdi forniti da grandi aziende italiane come la Merloni; la valutazione dell´impatto ambientale di mega-progetti come la controversa diversione delle acque dal Fiume Azzurro al Fiume Giallo per rispondere alla desertificazione di tutta la Cina settentrionale.
Sono iniziative importanti che avvengono su un frontiera cruciale per i nostri interessi vitali. Il nodo decisivo resta il modello di sviluppo cinese. Nonostante che le tematiche ambientali appaiano sempre più spesso in cima alle priorità nei discorsi dei massimi leader come il presidente Hu Jintao e il premier Wen Jiabao, nelle scelte quotidiane dell´apparato dirigente la realtà è diversa. A livello locale l´industrializzazione massiccia continua a fare premio perché appare come la scorciatoia più rapida per diffondere il benessere. Ottocento milioni di cinesi ancora oggi vivono nelle campagne, con un reddito che è un quarto degli abitanti delle città. La spinta irresistibile verso l´urbanizzazione fa esplodere i consumi energetici e l´inquinamento. E´ di questi giorni una significativa battuta d´arresto negli obiettivi di governo: Pechino ha ufficialmente rinunciato a misurare nella sua contabilità nazionale un Prodotto interno lordo «verde» che tenga conto dei costi ambientali dello sviluppo. Il Pil verde sarebbe risultato sensibilmente inferiore al Pil tradizionale, la cui crescita è un simbolo dell´ascesa della Cina come superpotenza mondiale.
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categoria:inquinamento, ecologia, sviluppo sostenibile
venerdì, 07 luglio 2006
Per fortuna c'è la UE! Tratto da Eco dalle Città.

"Proposta della Commissione UE: entro dieci anni la tassa d´immatricolazione delle auto con una tassa annuale di circolazione a livello europeo

La Commissione Ue ha proposto al parlamento europeo di sostituire entro dieci anni la tassa d´immatricolazione delle auto con una tassa annuale di circolazione a livello europeo. La tassa intelligente varierà secondo il livello d´inquinamento prodotto dalle autovetture, per incentivare l´acquisto di auto "pulite".

Insomma, occhio ai prossimi prezzi di listino, ai quali bisognerà aggiungere una pesante tassa d´immatricolazione se l’auto acquistata consuma ed inquina troppo. Il 21 giugno la proposta ha ricevuto il sostegno dei membri della commissione economica e monetaria del parlamento europeo, ma i deputati vorrebbero andare oltre: secondo loro dovrebbero essere presi in considerazione altri tipi d´inquinamento, e non solo la CO2.

Finora, il problema era come districarsi tra 25 diversi sistemi di tassazione: secondo il paese, il costo d´immatricolazione varia dallo 0% al 180% della media Ue. Con la proposta della Commissione l´acquisto di una macchina nuova non sarà mai più tassato, esisterà solo la tassa di circolazione annuale del paese dove la macchina è registrata.

«Le nuove misure – dice la Commissione Ue - dovrebbero permettere ai fabbricanti di realizzare economie di scale perché non sarà più necessario tenere conto di criteri tecnici di base diversi, ad esempio ambientali, secondo i sistemi nazionali di tassazione. La commercializzazione sarà così più facile eliminando la frammentazione del mercato attuale. Questi fattori dovrebbe quindi portare alla riduzione dei prezzi delle automobili».

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categoria:economia, ecologia, buone notizie, sviluppo sostenibile
sabato, 24 giugno 2006
Secondo una stima recente il costo di una “biocasa” sarebbe superiore di soli 60 euro al mq rispetto a una casa “convenzionale”. Poco, decisamente poco, rispetto ai vantaggi diretti e indiretti di un diverso modo di costruire. Del fatto che questi 60 euro in più al metro quadrato siano un buon investimento sembrano essere convinti in molti e la rilevanza che il tema ha assunto è testimoniata dal singolare “ingorgo” di manifestazioni, convegni, workshop e seminari che si sta verificando in questi ultimi mesi. Durante la scorsa settimana, Roma è sembrata essere l’epicentro del dibattito, con almeno 5 iniziative organizzate da soggetti diversi (istituzioni, associazioni, ordini professionali). Una di queste iniziative, quella realizzata da ANAB con la Provincia di Roma, era finalizzata a lanciare l’idea di un disegno di legge sull’architettura sostenibile, che definisca gli indirizzi di rinnovamento dell’attività edilizia. Un passo che avrebbe un'importanza enorme per tutto il settore e per lo stesso “sistema paese”, dal momento che, come amano affermare con compiacimento i costruttori, proprio l’edilizia avrebbe tenuto in piedi il PIL nella non facile congiuntura economica attuale.
L’idea di un disegno di legge sembra raccogliere consenso e il documento portato alla discussione durante la tavola rotonda “Idee operative per una proposta di legge sull’architettura sostenibile” svoltasi a Roma lo scorso 26 maggio, è reperibile sul sito di ANAB.

Tornando ai 60 euro in più: a questi vanno comunque aggiunti i risparmi nei consumi energetici che un edificio ecoefficiente permette di conseguire negli anni. Ci metti qualcosa di più all’inizio, ma quel plus di investimento si ripaga, e più velocemente di quanto si pensi. Quando il mercato immobiliare inizierà a premiare anche queste differenze qualitative, l’investimento risulterà essere stato ancor più lungimirante.
Oltre a moltiplicare le occasioni di dibattito e le iniziative politiche, è ancora essenziale lavorare sulla diffusione di una diversa cultura del costruire e del progettare.

Mentre altri pensano già a quartieri sostenibili completamente indipendenti dalle fonti energetiche fossili
noi, in un’Italia ormai tutta già “costruita”, abbiamo di fronte la grande sfida di rinnovare secondo criteri di sostenibilità. E, ancor prima, di imparare come si fa.