giovedì, 25 maggio 2006
Non sapete dove mandare a studiare i vostri figli? Vi chiedete in che campo potranno mai lavorare in futuro? Ecco una possibile risposta. Tratto da Repubblica.

P.S. A chi interessa il tema consiglio di leggersi qualcosa sulle hypercar, concetto sviluppato dal Rocky Mountain Insitute in Colorado.



"Auto a forma di tigre, tricicli a forma di F1 e altre follie nella competizione nella quale vince chi consuma di meno

Maratona super ecologica: 2.885 Km/litro di etanolo

di DANIELE SPARISCI

Quest'anno il record è rimasto imbattuto. I ragazzi del liceo La Joliverie si sono "fermati" a 2.885 chilometri con un litro di etanolo sul circuito di Nogaro, in Francia. Quasi mille in meno in meno rispetto agli svizzeri del Politecnico di Zurigo, che nell'ultima edizione avevano raggiunto il tetto storico dei 3.836 km con l'equivalente di un litro di benzina. I numeri della Shell Eco Marathon, la competizione nella quale vince chi consuma di meno, sono impressionanti. Così come lo sono le vetture che vi partecipano: alcune sembrano moduli spaziali, altre hanno forme feline, di siluro, di pesce, e c'è chi addirittura ha tre ruote dietro e una davanti. Con 285 squadre e oltre 3.000 liceali e universitari provenienti da tutta Europa (quest'anno ce n'era anche uno dall'Arabia Saudita, primo produttore di petrolio al mondo!) la fantasia di certo non manca.

Ma di là dello spirito goliardico, la Shell Eco-Marathon, che prosegue da ventuno anni, è un importante banco di prova per l'efficienza energetica: qui la compagna anglo-olandese testa nuovi tipi di benzina, alleva fucine di giovani ingegneri e chimici e cerca delle risposte dall'energia alternativa, idrogeno, biocarburanti, solare, ma anche da quella tradizionale come il diesel o il gas liquido.

Le regole sono semplici: bisogna percorrere sette giri, cioè 25 chilometri, ad una velocità media minima di 30km/h in meno di 50 minuti, dosando l'acceleratore come se fosse acqua nel deserto. Sulla linea di di arrivo la macchina viene smontata , e il serbatoio grande la metà di una lattina di Coca-Cola, viene controllato scrupolosamente dai tecnici per rilevarne i consumi.
"I migliori - spiega un commissario a bordo pista- usano l'acceleratore solo pochi secondi ogni giro. E un giro dura più di sei minuti".

Il resto è tutto a motore spento, con sorpassi surreali che avvengono nel silenzio più totale, mentre la tecnologia stop & go rimette in moto il propulsore prima di una curva per dare al veicolo la spinta che gli servirà ad affrontare il resto della pista. La differenza nella Shell Eco-marathon la fanno l'aerodinamica, i cuscinetti di ceramica, gli pneumatici radiali, l'abilità ma soprattutto il peso del pilota, che per entrare in una di queste vetture, dove si guida sdraiati e "inscatolati", deve essere piccolo e svelto. Qui le pari opportunità sono roba paleolitica: a guidare, infatti, sono per lo più donne tostissime e minute.

Ma la differenza la fanno anche i soldi - racconta - Riccardo Silimbani, docente presso l'ITIP di Faenza , che da dieci anni partecipa alla corsa insieme ai ragazzi dell'istituto tecnico. Quest'anno il loro veicolo a idrogeno ha conquistato il terzo posto nella categoria "Urban Concept", dove gareggiano macchine ispirate alle city car".

Noi spendiamo diecimila euro- spiega Silimbani-mentre i top-team superano i centomila."E poi c'è l'XTeam della Fondazione Politecnico di Milano che con un veicolo a benzina ha percorso 464 km con un litro, un buon risultato visto che nella precedente edizione non si era nemmeno qualificato per la fase finale. "Il nostro budget per quest'anno era di 38 mila Euro- racconta il team manager Paolo Magni- ma i due terzi li abbiamo spesi per la costruzione di un'officina dove poter lavorare, mentre la fibra di carbonio che è servita per la scocca ci è stata regalata da un cantiere navale."

Intanto i ragazzi della "Jol", la Joliverie, segnano un
altro punto: insieme al Politecnico di Nantes hanno realizzato un mezzo idrogeno da 2.730 km con l'equivalente di un litro di benzina, che si è classificato terzo dopo un altro team francese, l'ESSTIN-Vandouvre-les-Nancy e prima di tedeschi della Hochsule di Offenburg."
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categoria:tecnologia, scienza, sviluppo sostenibile
domenica, 05 marzo 2006
Tratto da Greenplanet.

Un paio di settimane fa, gli agrari cremonesi sollecitavano: «Basta con le ideologie, sugli OGM la parola alla scienza».

In autunno, Veronesi si era lamentato perché «In Italia serpeggia un movimento antiscientifico», dopo aver dichiarato l’anno prima che «I cibi geneticamente modificati non nascondono alcun rischio per la salute. Nessuna indagine epidemiologica dimostra l'esistenza di danni provocati da questi alimenti, che anzi sono più sicuri di quelli cosiddetti naturali perché molto più controllati. E dirò di più. Se in Italia si potesse scegliere, personalmente vorrei nutrirmi di mais transgenico».

Più o meno contemporaneamente, Tullio Regge allertava «Attenti, vogliono imbavagliare la scienza», e Giuseppe Bretoni tuonava: «Sugli OGM il principio di precauzione ha rasentato l’ignavia».

E potremmo continuare, piluccando nel nostro capiente archivio.

Nel quale - però - troviamo, tra l’altro, anche notizia della sperimentazione effettuata dall’Arsia per conto della Regione Toscana: il mais OGM contamina tranquillamente l’altro mais seminato a 50 metri di distanza, dato sostanzialmente confermato dal recente lavoro presentato dal Cedab, secondo il quale, in condizioni ottimali, a risparmiare il mais convenzionale o biologico dall'inquinamento dello 0.5% da parte di mais OGM non bastano 30 metri di area tampone.

Ma troviamo anche che ricercatori italiani delle Università di Pavia e di Urbino hanno presentato uno studio nel quale si rilevano nelle cavie alimentate con OGM alterazioni nelle cellule dei testicoli, del fegato e del pancreas (tranquilli: regredivano in poco tempo tornando a una dieta senza OGM).

Oppure che in un rapporto che un’impresa sementiera biotech aveva distrattamente scordato di presentare all’Autorità europea sulla sicurezza alimentare, si rilevavano nelle cavie alimentate con mais OGM malformazioni ai reni, una diversa composizione del sangue e altre gravi anomalie fisiche.

O la presentazione -la settimana scorsa- dei risultati del maxi progetto di ricerca coordinato dall'Inran e finanziato dal Ministero per le politiche agricole, nel quale si rilevano modificazioni della risposta immunitaria intestinale e periferica in animali alimentati con OGM.

Probabilmente agli agrari cremonesi, a Veronesi, Regge & Bertoni, impegnati com’erano nella difesa della scienza contro l’ideologia non è rimasto tempo sufficiente per leggere quanto qui sopra sommariamente accennato.

Chissà come mai ci torna in mente quanto il Consiglio dei diritti genetici scriveva nel presentare gli atti del congresso internazionale "Nutraceutical, nanobiotecnologie, test genetici", e cioè «La scienza è davvero tale solo se usa prudenza e precauzione, se "vede prima" le conseguenze che determina e "pre-viene" quelle negative. Altrimenti è avventura».

Roberto Pinton


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categoria:scienza, salute, ogm
lunedì, 16 gennaio 2006
Tratto da Repubblica, 16 gennaio 2006.

Per lo studioso britannico, guru dell'ambientalismo, il clima è già al punto di non ritorno e per la civiltà umana non c'è futuro

LONDRA - "Prima della fine di questo secolo, miliardi di noi moriranno e le ultime persone che sopravvivranno si troveranno nell'Artico, dove il clima resterà tollerabile". Il catastrofico annuncio arriva da una fonte autorevole: James Lovelock. Il celebre scienziato inglese, guru dell'ambientalismo, negli anni '70 concepì la teoria di Gaia, il sistema attraverso il quale la Terra si autoregolamenta in modo da continuare a fornire le condizioni adatte alle forme di vita che la abitano.


L'allarme lanciato dallo scienziato sulle pagine del quotidiano The Independent non potrebbe essere più inquietante: anticipando il contenuto del suo nuovo libro, che uscirà nelle librerie britanniche il 2 febbraio con il titolo 'The Revenge Of Gaia' ('La vendetta di Gaia'), Lovelock afferma che ormai è troppo tardi per fermare il surriscaldamento globale e che sugli esseri umani si sta per abbattere una catastrofe di dimensioni peggiori di quanto finora si era previsto.

Il suo approccio olistico allo studio del 'sistema Terra' è del tutto unico: anzichè studiare singoli fattori indicativi dei cambiamenti climatici, Lovelock analizza come l'intero sistema di controllo del nostro pianeta si comporta una volta messo sotto pressione. Grazie a questo approccio, lo scienziato è riuscito ad identificare una miriade di meccanismi di reazione e controreazione che finora sono serviti a mantenere la Terra ad una temperatura più o meno fresca. Ora che il delicato equilibrio di Gaia è stato spezzato, conclude Lovelock, questi stessi meccanismi serviranno invece a rendere la Terra insopportabilmente calda.

Nel suo articolo per l'Independent, lo scienziato si sofferma su due esempi. In primo luogo, i ghiacci dei Poli sono finora serviti a riflettere i raggi solari, deflettendo così il calore. Con il loro scioglimento, la scura superficie degli Oceani aumenterà immagazzinando così più calore.

Il secondo esempio riguarda invece le polveri prodotte dalle industrie, che ricoprono con un sottile velo tutto l'emisfero settentrionale. Queste producono un fenomeno noto come 'oscuramento globale', che mantiene basse le temperature in maniera artificiale, impedendo che tutti i raggi solari raggiungano la superficie del pianeta. Ma con una riduzione dell'attività industriale e della produzione di gas inquinanti questa coltre potrebbe scomparire velocemente, causando un improvviso aumento delle temperature.

Secondo Lovelock è ormai troppo tardi per evitare la catastrofe. Anziché appellarsi ai governi mondiali affinchè si impegnino nella lotta all'effetto serra, lo scienziato consiglia invece di prepararsi al peggio e di cercare modi per assicurare la sopravvivenza della razza umana, prima che essa si trasformi in "una caotica calca governata da signori della guerra".

Tra le più scioccanti proposte contenute nel suo nuovo libro, vi è quella di "una guida per i superstiti dei cambiamenti climatici", per aiutarli a sopravvivere dopo il totale crollo della società umana. Scritta non in forma elettronica, ma "in forma cartacea e con inchiostro durevole", e dovrà contenere tutto il sapere scientifico basilare accumulato in migliaia di anni, come la posizione della Terra nel sistema solare ed il fatto che batteri e virus causano malattie infettive. Insomma un'ultima traccia dopo "la fine del mondo che conosciamo".
martedì, 29 novembre 2005
La scienza è una delle più grandi invenzioni dell'uomo, tra le poche che gli hanno permesso di fare un vero e proprio balzo in avanti nell'evoluzione della specie. Quella di fine millennio, e ancor di più quella del 21° secolo, però, sono pericolosamente sempre più collegate ad interessi economici e politici. Purtroppo la ricerca si fa sempre di più nei laboratori delle aziende, oppure nei laboratori pubblici ma con cospicui finanziamenti privati. Anche per il fatto che spesso nei paesi occidentali sembra imperante la fobia dell'intervento pubblico: nella migliore tradizione repubblicana, ciò che fa lo stato è sempre circondato da un'alone di diffidenza, di presunta inefficienza ed incapacità. Se a ciò aggiungiamo il pessimo stato dei conti pubblici e delle risorse per università e ricerca, specialmente nel nostro paese, ci rendiamo conto che la situazione non è delle migliori.

Succede così che, come è stato evidenziato in un post precedente, un noto oncologo ed ex ministro della salute, che nel 2000 si esprime a favore dei prodotti biologici, indicati come una delle migliori soluzioni per la prevenzione del cancro, qualche anno dopo li attacca con termini quasi talebani, "i cibi biologici sono un regresso", sono più pericolosi per la salute, "la polenta fa venire il cancro" (ma non era la gotta?!!), promuovendo a pieni voti i cibi OGM come "futuro dell'umanità". Badate bene che la specializzazione di Veronesi, oncologia, non ha nulla a che fare con agricoltura, alimentazione o epidemiologia. Eppure può benissimo succedere, con la complicità dei media, che un normale cittadino faccia due più due e pensi che Veronesi stia parlando con cognizione di causa. Vi segnalo questo caso, dove si mettono bene in evidenza anche tutti gli errori e le imprecisioni commesse da Veronesi. Chi pensa male non può non ricollegarle al fatto che a settembre 2003 è entrato a far parte del capitale della società biotech Genextra e ne è stato nominato vice-presidente (chi pensa bene dirà che crede talmente tanto agli OGM da investirci anche dei soldi, ed è liberissimo di farlo). Quando poi un sedicente scienziato attacca contiunamente una (sola) parte politica in maniera aperta e veemente, la scienza tocca il fondo: qui trovate l'esempio dell'ormai mitico fisico Franco Battaglia, che oramai ha messo in cantiere una vera e propria pioggia di fuoco, specie contro la sinistra, su OGM, energia, ambiente, agricoltura (vi stupite che scriva per "il Giornale"?). Qui sostiene che il biologico fa ammalare e che l'effetto serra non esiste.

Altro modo di fare disinformazione scientifica è quello di dire che, ad esempio, gli americani hanno introdotto gli OGM su vasta scala e non è successo niente. Questo è proprio un comportamento antiscientifico: non potendo più isolare i soggetti che mangiano OGM con quelli che non lo fanno, non si può ottenere un controllo incrociato sui loro effetti. Gli studi sugli effetti dannosi sulla salute si moltiplicano, l'ultimo è di qualche giorno fa.
O sostenere che una ricerca dimostra che la metà degli agricoltori italiani è favorevole agli OGM (vedi la nota della redazione a fondo pagina).

La sperimentazione sugli OGM viene fatta in massima parte nei laboratori di pochi grandi multinazionali, interessate a ricavare profitto dagli esperimenti e poco propense alla "ricerca di base". Le autorità di controllo si limitano spesso a controllare i dati forniti dalle stesse aziende, anche perchè i controlli e le ricerche in questo campo richiederebbero un sacco di soldi, visto che per la maggior parte delle volte si procede a tentativi. Infatti le conoscenze a disposizione sulle modificazioni genetiche a livello di DNA sono poche rispetto ad un mondo molto vasto e complesso. Per questo non si può parlare di "tecnologie biotech": una tecnologia è data da un insieme di conscenze che mi permette, dato un certo input, di ottenere un determinato output predeterminato, in maniera replicabile ovunque e in qualunque momento. Non è così per gli OGM.

C'è poi la mancata scienza, ovvero la possibilità negata di fare ricerca: restando nel tema degli OGM si può citare Ignacio Chapela, che lavora qui a Berkeley (l'ho potuto sentire di persona un paio di settimane fa ad una conferenza pubblica) e che è stato sospeso tre anni dal suo impiego per la pubblicazione di una ricerca che contesta gli OGM (l'Università di Berkeley aveva ricevuto un finanziamento di 25 milioni di dollari dalla Novartis per sperimentazioni sugli OGM). Chapela non è il solo. Ancora peggio è l'impossibilità di pubblicare i risultati delle proprie ricerche e di metterli al vaglio della comunità scientifica internazionale: penso ai molti dubbi che riguardano la sperimentazione Di Bella, oppure la persecuzione che da anni si abbatte sul dottor Hamer, che ha una teoria molto interessante sull'origine del cancro, supportata da ampie sperimentazioni, e che vorrei una volta per tutte sottoposta alla scienza in maniera obiettiva. Cosa che non è mai stata fatta, per esplicito rifiuto dei suoi superiori (che sono sempre uomini, quindi potenzialmente fallibili).

Senza dimenticare infine, che il metodo scientifico, pur essendo il miglior strumento conoscitivo di cui disponiamo oggi, non è perfetto, nel senso che ci dice qualcosa solo a proposito di ciò che con esso indaghiamo. Difficilmente può dirci se sia vero o meno qualcosa di cui ignoriamo l'esistenza, e che quindi non indaghiamo.
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categoria:scienza, alimentazione, ogm
lunedì, 14 novembre 2005
Pensate! Perfino il presidente del Veneto Galan, di rientro da una battuta di pesca (battuta mia), decide di richiamare al buon senso sull'influenza aviaria e sull'eccessivo allarmismo che si sta creando! Questa volta la lobby degli allevatori ha la voce più grossa di quella delle industrie farmaceutiche (il Veneto è una delle prime regioni per la produzione di carne da pollame). Ad ogni modo concordo con Galan sul punto.
Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, il virus dei polli ha fatto ammalare per contatto diretto con animali vivi, dal 28 gennaio 2004 al 9 novembre 2005, 125 persone in Cambogia, Indonesia, Thailandia e Vietnam; 64 di queste sono morte, le altre sono guarite. Quindi su 6,3 miliardi di persone nel mondo, 125 si sono ammalate a causa del virus dei polli, l’H5N1. Per rendersi conto dell’estrema esiguità dell’emergenza, occorre confrontare questi con altri dati relativi ad altre patologie di cui non si parla neppure. Ad esempio, le cosiddette malattie rare sono considerate tali negli Usa quando non superano i 200mila casi al mondo, mentre in Europa quando hanno un’incidenza pari a 1 caso ogni 10mila abitanti: ciò significa che l’influenza aviaria non raggiunge nemmeno i numeri delle malattie rare. Altro esempio: la lebbra, malattia altamente contagiosa ma di cui nessuno parla, conta ogni giorno 90 nuovi casi nel mondo, 1 ogni 40 secondi, mentre la peste bubbonica, che fa ormai sorridere solo a parlarne, conta da 1000 a 3000 nuovi casi l’anno nel mondo. E ancora: l’encefalite giapponese ha ucciso quest’anno in pochi mesi in India, nell’Uttar Pradesh, qualcosa come 900 persone, ma nessuno lo sa e quindi nessuno se ne preoccupa (notizia Ansa, New Delhi – 25 settembre 2005).

Eppure sui media si è arrivato ad ipotizzare una pandemia con 400 milioni di vittime! Basta leggere il tono da trincea di questo articolo del buon Riotta di solito equidistante e neutrale, il quale ci dice che se scoppiasse l'epidemia rimpiangeremo il conflitto armato in Iraq come un divertente passatempo. Inoltre si confondono le notizie, spacciando ad esempio un tipo di virus benevolo, molto più blando è addirittura potenzialmente benevolo, con il più temibile, famoso e famigerato virus asiatico: poichè appartengono entrambi allo stesso ceppo (H5N1) bisognerebbe usare estrema attenzione nel maneggiare le notizie. Per una rassegna dei principali virus di influenza aviaria potete cliccare qui.

Smettiamola di pensare che le notizie scandalistiche dei giornali servano solo a far vendere più copie... c'è molto di più!

Secondo un'indagine di Altroconsumo l'allarmismo è esploso da un convegno sull’influenza tenuto a Malta a metà settembre, puntualmente sponsorizzato dalle aziende produttrici di vaccini antinfluenzali e di farmaci antivirali. Quale luogo migliore per lanciare l'allarme? Tra le multinazionali finanziatrici, scopriamo che c'era la Roche, che aveva già pronto il suo cavallo di battaglia: l’oseltamivir. Dagli atti compare che secondo le previsioni e gli obiettivi del consulto farmaceutico, la stagione autunno-inverno 2005-2006 rappresenterebbe un'occasione commerciale favorevole. L'occasione per convertire alla vaccinazione 1/3 della popolazione europea, grazie "agli appelli di tutte le istituzioni".

Una grossa campagna di disinformazione, sovvenzionata dai colossi farmaceutici, ha gettato mezzo mondo nel panico, per favorire la speculazione sui vaccini antinfluenzali. L’influenza aviaria è una malattia infettiva che colpisce polli, tacchini e anatre, conosciuta fin da metà ottocento (nella pianura padana ci sono stati 6 contagi negli ultimi 8 anni). Non sono mai stati documentati casi di trasmissione da uomo a uomo, ma ha colpito solo i lavoratori a stretto contatto con gli animali malati vivi. Il contagio non può comunque avvenire per via alimentare, ma per via respiratoria. Mentre l''Organizzazione Mondiale della Sanità invitava semplicemente gli allevatori a lavarsi le mani (non in senso figurato!!!), il panico collettivo si è propagato nei media e nel mondo è scattata un'operazione di caccia al pollo.

Nessuno sostiene che una diffusione del contagio non possa avvenire (anche se le cifre diffuse sono infondate) o che il virus possa mutare. Ma ciò può avvenire solamente in particolari condizioni, che sono più probabili in Asia e molto remote in Italia ed Europa. Anzi, richiamando tutti alla vaccinazione collettiva, si aumenta sensibilmente il rischio che il virus muti in una forma molto più pericolosa, come sostengono alcuni esperti.

Allora è proprio il caso di dire, non facciamo i polli!

P.S. Non sono un tecnico o un esperto di malattie, virus o sistemi immunitari: qualcuno mi sa spiegare perchè gli uccelli selvatici, che non hanno mai assunto un farmaco, non hanno particolari problemi con questo virus, mentre i polli degli allevamenti intensivi, super controllati e costantemente farmacotizzati, muoiono a milioni? Io un'idea ce l'ho, ma vorrei sentire qualcuno più qualificato di me.


postato da: civix alle ore 19:24 | Permalink | commenti
categoria:politica, economia, scienza, alimentazione, corruzione