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mercoledì, 18 ottobre 2006

C'è poco da commentare queste due notizie. C'è solo da sperare che nelle prossime elezioni di novembre, per il rinnovo di una parte del congresso, questa amministrazione venga sconfitta e la maggioranza passi ai democratici, perl quelli più savi e intelligenti (non sono certo dei santi nemmeno loro).
Bush "Spazio vietato ai nostri nemici"
Guantanamo, Bush firma la legge sui processi per terrorismo
Film come "V for vendetta" e "Syriana" aiutano a capire a cosa possa mai servire impedire l'accesso allo spazio ai "nemici" degli USA, o l'uso della tortura nelle interrogazioni. Propedeutici
sabato, 20 maggio 2006
"911 Loose Change" è stato realizzato da tre ventenni americani. In rete ha conquistato oltre 2.000.000 di spettatori in tre mesi
L'OBIETTIVO era la diffusione più che il profitto economico. E' stato raggiunto: 911 Loose Change 2nd Edition, seconda edizione del documentario dedicato all'11 settembre - ad alcune presunte verità e a parecchie sospette bugie sugli attacchi del 2001 - distribuito nei circuiti di file-sharing e su alcuni siti (poche, per scelta, le copie in dvd) in tre mesi è stato visto da oltre due milioni di persone, e al momento è in cima alla classifica dei filmati più scaricati da Google Video. Un primato ottenuto a pochi giorni dalla diffusione, a opera della Difesa Usa, del video che certificherebbe l'impatto del volo American 77 contro il Pentagono, reso pubblico per sfatare teorie cospirative in circolazione da tempo. Per realizzare 911 Loose Change sono bastati ostinazione e un portatile da 1500 dollari. Risultato: l'esposizione dettagliata di fatti taciuti e di tesi scomode. Infatti i grandi media l'hanno ignorato, mentre le emittenti radiofoniche libere americane lo promuovono e lo sostengono.
L'autore del documentario si chiama Dylan Avery. Nel 2002 aveva diciott'anni e stava lavorando, a New York, alla costruzione di un ristorante di proprietà dell'attore James Gandolfini, in Italia noto ai più come protagonista della serie Sopranos. Dylan aveva ambizioni cinematografiche e, chiesto qualche consiglio a Gandolfini, ne ricevette una risposta, appunto, da film: "Se vuoi essere un regista di successo, devi avere una storia da raccontare al mondo".
Si mise a lavorare al progetto. Le mille verità sull'11 settembre gli sembravano così incredibili che pensò di farne una storia di finzione, protagonisti lui e alcuni suoi amici a caccia - e alla scoperta - di prove che certificassero l'intervento del governo Usa nell'organizzazione degli attentati. Fantapolitica, fantastoria, fantaqualcosa insomma.
Ma andando avanti con le ricerche, Avery si rese conto che quelle ipotesi gli sembravano molto meno "fanta" di quanto pensasse. Decise per la svolta: non più fiction, ma racconto di "cose", di "fatti". Michael Moore docet. Prezioso contributo, quello dell'amico Korey Rowe, reduce dal fronte afgano prima, e iracheno poi, testimone oculare in grado di tradurre indizi in prove. Si aggiunse un terzo amico, pure lui ventenne, Jason Berman. Nacque anche l'etichetta di produzione, dal nome programmatico: "Louder than Words", più forte delle parole.
Un'ora di filmato che comincia con alcuni fatti sintomatici accaduti prima dell'11 settembre, poi estratti da filmati tv sull'attacco e l'intervista a Hunter S. Thompson, autore di un libro sulle stragi, morto suicida in circostanze oscure, le speculazioni a Wall Street e i dubbi sul Pentagono, il crollo delle Twin Towers e il "mistero" del volo 93 - quello dell'atto eroico dei passeggeri - le scatole nere sparite, le manipolazioni dei media, il video di Bin Laden "trovato" quando ormai gli americani aspettavano da troppo tempo le prove sugli attacchi promesse da George W. Bush, e non ancora arrivate.
Diffondere, si diceva, più che guadagnarci qualcosa. E infatti i tre ragazzi girano l'America e organizzano proiezioni pubbliche. Insomma continuano a conferire visibilità al "911 Truth Movement", vasta e trasversale organizzazione per la ricerca della verità sull'11 settembre - anche se non tutti i membri concordano con tutte le tesi esposte in Loose Change. Ma quel che interessa ai tre ragazzi è insinuare il dubbio, affinché gli americani rimettano in discussione l'idea che si sono fatti su quel giorno che ha cambiato il mondo.
domenica, 05 febbraio 2006
Questo post è ancora più lungo del solito, per questo resterà in linea più del solito. In realtà non so bene fino a quando, ma spero che qualcuno vorrà dire la sua, anche brevemente, dandomi un cenno del fatto che non sono da solo. O che sto sbagliando di grosso.
Per lungo tempo ho creduto di vivere in un’epoca tranquilla e serena, la migliore che la razza umana avesse mai avuto. A lungo mi sono imbevuto dell’ottimismo irrazionale della società moderna, della tecnologia e del progresso in grado di risolvere tutti i problemi dell’uomo. Per troppo tempo ho riposto una fede cieca nelle democrazie dei paesi occidentali e nella speranza di una pace mondiale spinta dal desiderio di non ripetere gli errori della storia.
Ora ho capito che queste sono tutte credenze.
Ma il mio ottimismo non è vinto. Ha solamente assunto una maggiore coscienza e ho realizzato quanto difficile sia il progetto di un mondo migliore, sicuro, pacifico e per tutti. Difficile ma non impossibile.
Settantatre anni fa nel cuore dell’Europa iniziava uno dei regimi più sanguinari e folli che la storia abbia mai conosciuto, il Nazismo. Se ad un qualunque cittadino europeo fossero stati rivelati i piani circa il dominio della razza ariana, il genocidio degli ebrei e un nuovo ordine mondiale voluti da Hitler, probabilmente avrebbe ignorato la notizia. E se messo al corrente di quello che succedeva ad Auschwitz durante il conflitto mondiale, circa la razionale, sistematica e industriale organizzazione messa in piedi dal regime per lo sterminio di una razza, avrebbe dato del pazzo al suo interlocutore.
L’Europa è riuscita a sconfiggere il Nazismo, ad un prezzo altissimo. Dalle ceneri di quel conflitto è riuscita a creare un sogno, un’unione di stati pacifica e in grado di garantire un futuro al continente. Fino ad oggi abbiamo vissuto sazi di quel sogno. E abbiamo rinunciato a guardare fuori di casa. Quelli che un tempo erano gli alleati, il governo americano, oggi sono la più grande minaccia per la pace e la stabilità mondiale. Non mi vergogno a dire ciò.
Stiamo consegnando la Terra ad un gruppo di persone che ha occupato la più grande democrazia al mondo (in termini numerici) con il broglio. E sta portando avanti piani di conquista mondiale, con la forza. Una nazione che spende 400 miliardi di dollari all’anno nell’apparato militare (erano 290 nel 2000); la seconda nazione è la Russia, con 60 miliardi all’anno, e questo ci dà un’idea di quanto siamo a rischio “impero”. Una nazione che ha un progetto di 3,6 trilioni di dollari per un sistema di difesa spaziale che le permetterà il dominio globale sul mondo, controllando terra e cielo, satelliti e comunicazioni.
Ho già postato un commento sulle contro inchieste sull’11 settembre, piuttosto cauto. Ma credo sia finito il tempo della cautela. Credo che sia stato un attacco preparato negli Stati Uniti, del quale almeno una parte dell’Amministrazione era a conoscenza e l’ha avvallato e portato avanti, e ha poi messo in piedi la più grande operazione di copertura e suggestionamento della storia. Non so esattamente cosa sia successo o chi esattamente ha agito, ma queste sono risposte che non dobbiamo fornire noi. Non siamo noi ad essere cospirazionisti, noi poniamo delle domande legittime, spinte dalla logica dei fatti e dall’evidenza degli occhi. Ed è sulla base dell’evidenza che penso al coinvolgimento del Governo americano. Ed è il Governo americano che ci deve fornire le risposte.
Non voglio qui spiegare quello che i fatti mostrano, ma mi limito ad indicare alcuni tra gli elementi e prove più schiaccianti. Molti sono video, e per questo difficilmente confutabili. Il movimento di controinformazione sull’11/9 conta sempre più persone, tutte molto credibili, dai comitati dei parenti delle vittime a giornalisti indipendenti, da avvocati a registi, da professori universitari ad ex-ministri di democrazie occidentali, da esperti e tecnici a testimoni oculari degli eventi. E ora forse anche giornalisti non indipendenti. Non possiamo più fare finta di ignorarli.
Riassunto delle principali incongruenze, in un video ben fatto e assolutamente da vedere
Le notizie che svelano la cospirazione nei media
La balla più grossa: il Pentagono (bastano le foto)
L'impossibile collasso delle torri
Un professore di Fisica statunitense rinforza l'ipotesi delle esplosioni controllate per far crollare le torri
Il mistero del quarto volo "caduto" in Pennsylvania
E vi segnalo solo alcuni dei siti di organizzazioni serie che stanno lavorando per portare a conoscenza di più persone possibile i fatti
Unione di professori e studenti che lavorano sull’11/9
Unione internazionale di cittadini per la verità sull’11/9
Le ultime notizie sulle indagini
E infine uno dei siti italiani migliori, con una sezione dedicata
Non dimentichiamo che Fahrenheit 9/11 di Michael Moore, che è solo un piccolo ma decisivo passo verso la verità, è stato premiato con la palma d’oro a Cannes, non è una montatura! La commissione d’inchiesta voluta dal Governo americano sull11/9 ha lavorato con un budget molto limitato, insufficiente a detta di alcuni suoi membri per arrivare a risultati soddisfacenti. Questo è uno scandalo, se pensiamo che i repubblicani hanno speso più di 40 milioni di dollari per portare a galla lo scandalo di Monica Lewinsky. E sono dimostrati i comportamenti ostruzionisti del governo (tanto per citarne una, il non rilascio delle decine di video che hanno sicuramente filmato il Pentagono al momento dell’impatto, qualunque cosa si trattasse).
Questa verità, nel momento in cui emergerà, è destinata a travolgere l’intera struttura democratica americana. Qualunque cosa possa succedere, credo sia la battaglia più importante che ci troviamo a combattere negli ultimi sessant’anni, una delle più importanti della storia. Non so se Bush è controllato da qualcuno, e non so con quali mezzi. Ma non illudiamoci che la cosa non ci riguardi. La potenza economica e militare che gli USA hanno raggiunto fa sì che nessun paese si permetterà di fare domande su questa questione. Un noto giornale di sinistra, qualche settimana fa, aveva l’occasione di pubblicare l’inchiesta di luogocomune, ma dopo aver visionato i video, ha declinato perché le elezioni sono alle porte e la sinistra non può permettersi di inimicarsi gli americani. Nessun media tradizionale, sotto padrone, alzerà la voce su questo fatto.
Spetta a noi, comuni cittadini, agire. Uscire dal sogno, dall’incantesimo, dall’ipnosi di quegli aerei chi si infilano nelle torri (ed è successo), che crollano in una maniera spiegabile solo con una demolizione controllata, assieme al terzo edificio che, non colpito, è crollato 8 ore dopo, e dall’assenza di immagini degli aerei caduti sul Pentagono e in Pennsylvania. Aprire gli occhi. E aprirgli agli altri. Noi europei dobbiamo dare una spinta decisiva al sogno che ci accomuna e diventare un faro per il resto del mondo, un simbolo di vera democrazia e convivenza civile. Forse possiamo ancora fare finta di niente, continuare la nostra vita come se nulla fosse. Ma che mondo consegneremo ai nostri figli? Quale speranza daremo loro se esso è lasciato in mano a nuovi tiranni senza scrupoli e con una potenza mai vista prima d’ora sulla faccia della Terra?
“Knock Knock Neo”
mercoledì, 01 febbraio 2006
La situazione in Iran potrebbe precipitare più velocemente del previsto. Questa notizia tratta da E-gazzette non è per niente rassicurante.
“Zurigo, 30 gennaio – La crisi con l’Iran è giunta a un punto di non ritorno? L’attacco congiunto di Usa e Israele (forse con il contributo di Paesi Nato) è più prossimo del previsto? I banchieri svizzeri, si sa, hanno le orecchie finissime. E il gigante bancario Ubs, ha cessato tutte le relazioni d'affari con clienti dell'Iran e in parte con quelli della Siria: entrata in vigore all'inizio dell'anno, la sospensione a tempo indeterminato è stata disposta dopo un'analisi interna, ha detto (all'agenzia di stampa svizzera Ats) Serge Steiner, portavoce del più grande istituto bancario elvetico, confermando una notizia pubblicata giorni fa dalla SonntagsZeitung. La misura non colpisce gli esuli.L'Ubs non ha dato indicazioni sul volume complessivo d'affari interessati dal provvedimento e ha specificato che la decisione era in discussione da mesi, sulla base dell’esame periodico della situazione di tutti i Paesi. Secondo l’ultima analisi periodica, l’Iran (e anche la Siria) non sono ritenuti più Paesi interessanti per il business.”L’Iran non è più ritenuto interessante per il business? L’Iran rappresenta il secondo giacimento al mondo in termini di riserve di petrolio (di cui solo poco più della metà viene attualmente sfruttata), dietro l’Arabia Saudita ma davanti all’Iraq, e il 16% di tutte le riserve mondiali di gas naturale. Difficile pensare che gli USA non stiano attentamente considerando queste cifre (leggi qui). La situazione si complica ancora di più, rispetto all’Iraq, perchè potenze quali Cina, India e Russia hanno propri interessi nel paese, molto più che in Iraq. Ma questo paradossalmente potrebbe essere anche un’opportunità. Il gioco è comunque pericoloso, molto pericoloso.Un’altra notizia curiosa: pare che l’Iran abbia un programma per la costruzione di una bomba atomica, motivo per il quale potrebbe essere deferito all’ONU (nel qual caso aspettiamoci un’ulteriore impennata del petrolio). Che il progetto sia quello inviato sei anni fa dalla CIA?
sabato, 28 gennaio 2006
Ricordate "Nato il quattro luglio", "Platoon" o "Full Metal Jacket" a proposito della guerra in Vietnam? Beh, la storia continua a ripetersi ai giorni nostri. Se conoscete qualcuno che crede ancora nella guerra o in questa amministrazione americana, fateglielo leggere. Tratto da Peacereporter
| Al diavolo tutto |
| La tragica fine di un soldato come tanti, rovinato dalla guerra in Iraq |
 |
Sette mesi di Iraq l’avevano piegato, ma non sconfitto. E’ stato il ritorno in patria a peggiorare la situazione. Quella che doveva essere la vita normale di un uomo di 35 anni non era più tale. L’insonnia, gli incubi, il divorzio dalla moglie dopo 11 anni. I lavori persi perché non riusciva più a stare in mezzo alla gente, i debiti da pagare. E soprattutto la sensazione di essere stato dimenticato dallo stesso Stato che gli aveva rovinato la vita mandandolo in guerra. Douglas Barber, un riservista dell’Alabama, a un certo punto ha capito che non ce la faceva più. Ha mandato le ultime e-mail ai suoi amici, ha avvertito la polizia delle sue intenzioni e ha registrato un messaggio d’addio nella segreteria telefonica: “Se state cercando Doug, sappiate che lascio questo mondo. Ci vediamo dall’altra parte”. E dopo mezz’ora di inutili tentativi di dissuaderlo da parte degli agenti accorsi a casa sua, clic. Douglas Barber si è sparato un colpo di fucile alla testa.
La malattia. Ovviamente, non si tratta del primo veterano americano che si toglie la vita. Quelli suicidatisi dopo il Vietnam si contano a decine di migliaia, per quanto riguarda l’Iraq la macabra cifra si aggira al momento sulle 100 unità. E la sua storia sembra quella di tanti altri soldati della “guerra al terrorismo”. Ci vanno entusiasti, convinti di difendere la patria, ma a poco a poco l’idea che si fanno di questa guerra è un’altra. Ma a differenza di tanti casi simili, quando chi sta male tende a tenere tutto dentro di sè, i problemi di Doug erano conosciuti da molti. Lui ne parlava apertamente a chiunque. Partecipava ai forum dei veterani, si faceva intervistare volentieri, non si vergognava delle sue ansie. “Se sono in pubblico mi innervosisco subito”, aveva detto in un recente sfogo. “Non sopporto stare al chiuso con altra gente, e non mi piace neanche all’aperto. Sono sempre all’erta, se vedo un movimento improvviso in una folla mi insospettisco”. Sintomi tipici del PTSD, il disordine post-traumatico da stress. La depressione che colpisce almeno il 20 per cento dei soldati di ritorno dall’Iraq e dall’Afghanistan, cioè decine di migliaia di persone
L’esperienza in Iraq. Barber, un camionista riservista della Guardia Nazionale, fu richiamato in servizio attivo nella primavera 2003, allo scoppio della guerra in Iraq. Dopo due mesi di addestramento fu mandato di stanza nel cosiddetto “triangolo sunnita”, l’area più colpita dagli attacchi dei guerriglieri. Portava rifornimenti dalla base all’aeroporto di Baghdad, di conseguenza ogni giorno sapeva che il suo veicolo sarebbe potuto saltare su una mina, o essere centrato da un colpo di mortaio. Alcuni iracheni che facevano piccoli lavoretti alla base americana venivano uccisi dagli insorti. “Il ragazzo da cui compravi sigarette la mattina poteva essere quello che sparava contro di te alla sera. Era impossibile capire di chi fidarsi e di chi no. Cercavo di aiutare molti di loro, ma a volte mi domandavo: questo è un uomo con una famiglia da mantenere o un ribelle che vorrebbe uccidermi? E’ un mio amico o un feddayn?”, aveva raccontato in un’intervista. Dettagli che potevano costare la vita a tutti i soldati. “Ma molti dei miei compagni non si confrontavano con gli altri. Imbottigliavano i loro sentimenti, per paura di sembrare deboli. Uno dei motti dei militari è ‘Fuck it, drive on’. ‘Fanculo tutto, bisogna andare avanti’. Lo si scriveva anche sui muri della base: F.I.D.O.”.
La delusione del ritorno. Ritornato a casa, nel gennaio 2004, Douglas aveva cercato l’aiuto psicologico nelle strutture mediche per veterani. Ma la risposta era stata deludente: gli fu concessa una seduta ogni cinque mesi, uno psichiatra gli prescrisse otto diversi anti-depressivi di cui imbottirsi. “Mi sento così solo e abbandonato”, confessò a un giornalista. “Avrebbero dovuto prendersi cura di me al mio ritorno. Bush aveva addirittura detto che nessun soldato sarebbe stato lasciato indietro, una volta tornato a casa. E’ la bugia più grande che abbia mai sentito”. Alla fine, dopo tante battaglie, aveva ottenuto l’invalidità del 50 per cento, che sarebbe diventata del 100 per cento in breve tempo. I suoi amici pensavano fosse in ripresa. Ma i demoni dentro di lui c’erano ancora. “Quando abbiamo lasciato gli Usa eravamo...innocenti. Quello che abbiamo visto in Iraq ci ha tolto l’innocenza”. A lui, anche la voglia di vivere. Fanculo tutto. Ma di andare avanti, non ne aveva più la forza.
lunedì, 23 gennaio 2006
Bush inviterà Berlusconi a parlare di fronte al Congresso statunitense. E la moglie a capo della rappresentanza americana alle olimpiadi invernali a Torino. Bel colpaccio per il Cavaliere in vista delle elezioni. L'Italia si spaccherà in due, ma molti saranno attratti dal prestigio di parlare di fronte al Congresso da parte del nostro Premier, onore concesso a pochi da parte di questa amministrazione. In Italia gli Stati Uniti continuano ad esercitare un certo fascino su molte persone, per motivi storici e culturali del tutto e legittimi e spesso condivisibili. Purtroppo tendiamo a sovrapporre una nazione con il proprio Governo. E' questo è uno dei peggiori della storia. Credo di avere già argomentato a sufficienza le mie ragioni in questo blog. Per tale motivo questa notizia non sposta di un millimetro le mie opinioni sul nostro attuale Governo e sulle mie intenzioni di voto, anzi, non fa che rafforzarle. Temo che per altri non sarà così.
Allora vi faccio un invito: girate questo articolo, tratto da Il Foglio, a amici, parenti o persone che conoscete e che servono nell'esercito. Perchè spessissimo queste persone mettono a repentaglio la propria vita per servire il proprio paese. Dall'articolo invece (parte in neretto) si evince che sono usate per motivi politici. Non è certo una novità, ma a dirlo è un giornale di destra, non un no-global. Per noi civili, invece, un'altra considerazione: occhio ad ingnorare e snobbare quanto succede negli Stati Uniti. Questo paese influenza talmente le nostre vite, anche se indirettamente, che si permette di condizionare le nostre elezioni, e offre una sponda non indifferente ad un candidato politico ad un mese dalle elezioni.
"Bush invita Berlusconi a parlare al Congresso e manda Laura a Roma
Ufficialmente l’America non tifa per nessuno, ma dà l’ok sull’Iraq e riserva al Cav. un onore concesso a pochi
Spogli si muove a tutto campo
Roma. Silvio B. va a Washington. A febbraio, subito dopo il discorso sullo stato dell’Unione di Bush del 31 gennaio, al presidente del Consiglio italiano spetterà un onore che l’amico George W. ha concesso soltanto a pochi capi di stato o di governo: un discorso al Congresso riunito in seduta comune, un evento che dopo l’11 settembre si è verificato soltanto con Blair, Aznar, l’iracheno Allawi, l’afghano Karzai, l’indiano Singh e l’ucraino Yushenko. L’invito solenne a Berlusconi, a poche settimane dalle elezioni politiche italiane, dimostra come la Casa Bianca non abbia nessuna intenzione di abbandonare il premier, nonostante i report provenienti da Roma raccontino il vantaggio del centrosinistra nei sondaggi elettorali. Ma per Bush, dicono al Foglio da Washington, quel che conta è il rapporto politico e personale instaurato con Berlusconi e il sostegno che il governo italiano ha dato agli Stati Uniti dopo l’11 settembre e in tutti i momenti chiave della guerra al terrorismo. Il premier italiano non è soltanto un amico personale, ma un affidabile partner politico. A Washington non dimenticano che fu lui a lanciare l’idea di un appello, poi confezionato da José Maria Aznar, con cui nel 2003 otto paesi europei risposero all’unilaterale scelta antiamericana di Francia e Germania. Bush dunque spera che l’amico Berlusconi resti ancora al governo, sicché il mandato dell’altro grande amico del presidente, cioè del nuovo ambasciatore americano a Roma, Ronald Spogli, è quello di coltivare con giudizio questa precisa indicazione della Casa Bianca.
La notizia dell’invito a Berlusconi, insieme con la decisione italiana di ritirare le truppe dall’Iraq entro il 2006 e al prossimo viaggio italiano di Laura Bush, giovedì sera sono stati il passa-parola di una cena a Palazzo Taverna a Roma, dove l’ospite d’onore era proprio Spogli. L’ambasciatore è un grande conoscitore del nostro paese, parla benissimo l’italiano con un leggero accento toscano, ricordo dei cinque anni, tra il 1968 e il 1973, vissuti a Firenze. Spogli si districa perfettamente nelle maglie della politica italiana, nonostante abbia una formazione storica e un passato da businessman. Legge con attenzione i giornali, incontra praticamente tutti i giorni i leader di primo piano, gli imprenditori di alto livello, gli opinionisti di vertice, gli uomini degli apparati e invia a Washington report molto precisi, soltanto velati di pessimismo rispetto all’esito elettorale che farebbe felice la Casa Bianca. Alla cena di giovedì c’era anche l’ex ambasciatore Reginald Bartholomew, ma è stato Spogli ad attirare l’attenzione e a parlare fitto fitto con i più svariati interlocutori (e in particolare col direttore generale di Confindustria Maurizio Beretta), salvo poi trovare un pretesto gentile per liberarsi elegantemente quando la conversazione diventava poco interessante o poco utile.
Gli incontri dell’ambasciatore
Gli Stati Uniti non interferiscono negli affari interni di paesi sovrani, per di più se fedeli alleati. Eppure, nonostante le bocche cucite all’Ambasciata di via Veneto e al desk Italia del dipartimento di stato, le indiscrezioni trapelano. Spogli sa che Bush spera nella vittoria di Berlusconi, ma non sta con le mani in mano. Oltre al Cavaliere a Gianni Letta, incontra spesso anche i leader del centrosinistra Amato, Rutelli, Veltroni, Fassino, D’Alema. E, un po’ meno, anche Prodi. Ma non c’è un tifo aperto come è capitato nel recente passato con altri ambasciatori americani.
Il sostegno bushiano a Berlusconi non è segreto, non c’è nessuna trama oscura, è tutto alla luce del sole. L’unica cosa che gli americani chiedono al premier è la cautela, per evitare un’altra figuraccia come quella del 31 ottobre scorso, quando il portavoce della Casa Bianca fu costretto a smentire Berlusconi perché dopo un incontro con Bush aveva detto che gli americani “temevano” una vittoria dell’Ulivo.
A Washington sanno molto bene che il ritiro delle truppe italiane, sostituite da una presenza di tipo civile, aiuterà il premier a disinnescare una potenziale arma a disposizione del centrosinistra. Così Pentagono e dipartimento di stato hanno dato il via libera alla scelta italiana di annunciare il ritiro dei soldati entro il 2006, concordando tutti i dettagli militari con il ministro Antonio Martino e con Palazzo Chigi. Anche la decisione di far guidare proprio a Laura Bush la delegazione americana alle Olimpiadi invernali di Torino è da interpretare in questo senso. A Washington fanno notare che se Bush ha scelto di mandare sua moglie dall’amico Silvio non è per caso."
lunedì, 23 gennaio 2006
Nonostante i livelli vergognosi a cui è giunto il dibattito politico, e più in generale la qualità della politica, e dei politici, in Italia, non raggiungiamo certo gli Stati Uniti. Se ci passi una o due settimane, hai solo il tempo di restare meravigliato da questa nazione di nazioni, ammirarne la diversità e la ricchezza, in tutti i sensi (gente, razze, paesaggi, città, stili di vita, culture, lingue, tradizioni, iniziative). Se ci stai un mese inizi a farti un quadro della situazione. Se ci stai tre mesi, e ti prendi il tempo di leggere qualche giornale, guardare la tv, parlare con gli abitanti, farti un giro nei quartieri più degradati, quelli dietro l'angolo ma nascosti, o solo farti una passeggiata in downtown dopo le 10 di sera, cominci forse a capire cos'è veramente questo Paese.Una nazione troppo grande per esserlo veramente, ha una capitale politica che vive completamente staccata dal resto del paese. E può permettersi di non guardare in faccia le conseguenze delle sue decisioni, di non dover rispondere direttamente alle persone delle proprie malefatte. Cosa che sarebbe impossibile in Europa e in Italia. E, credetemi, i repubblicani stanno facendo veramente delle cose scandalose, repellenti, improponibili, vergognose, indecenti, diaboliche, ...Credo che i post sulla guerra in Iraq pubblicati su questo sito dimostrino in parte l'operato di questo partito allucinante. Un partito che impugna la religione per giustificare la guerra, che si sente (o si finge) investito dal divino per scacciare il male nel mondo. Che ha spaventato una nazione intera e la tiene così in pugno, con messaggi brevi, concisi e diretti allo stomaco degli americani. La Washington repubblicana è squassata dagli scandali, a partire dalla corruzione e dal caso Abramoff, che coinvolge numerosi politici del partito, che sfiora il Presidente e le più alte cariche dello stato (il leader repubblicano al Congresso si è dimesso da poco). Per non parlare delle intercettazioni ordinate da Bush, ancora prima dell' 11/9. E i casi di abuso d'ufficio e spergiuro perpetrati da repubblicani verso chi avversava la guerra e i metodi di Bush, che sono oggetto di indagini che coinvolgono Cheney (il suo capo-staff si è dimesso perchè principale indagato) e Karl Rove, mente geniale e diabolica che ha fatto vincere le ultime elezioni a George conquistando i voti degli statunitensi più conservatori, religiosi e fobici degli States interni. E che ora sta per lanciare la campagna elettorale repubblicana per le elezioni di medio termine di novembre, attaccando i democratici sulle loro posizioni riguardo alla lotta al terrorismo e intercettazioni. Senza chiaramente citare gli scandali che coinvolgono direttamente lui e il partito repubblicano.Attaccherà i democratici perfino sulla loro avversione ad un taglio delle tasse. E' bene ricordare che il debito pubblico americano sta crescendo in maniera spaventosa, assieme al suo debito verso l'estero per il forte consumo di beni importati, e rappresenta una minaccia per la stabilità finanziaria internazionale. Inoltre il costo della guerra in Iraq per gli americani, secondo il premio nobel Stiglitz, toccherà quota 2 trilioni di dollari (1.600 miliardi di euro, 3.200.000 miliardi delle vecchie lire). Questo è il costo per non aver trovato armi di distruzione di massa, per non aver reso il mondo più sicuro, per avere il petrolio a 70 dollari al barile. Chiaramente questi soldi, pagati dagli americani tramite le tasse, sono finiti nelle tasche delle multinazionali che producono armamenti e servizi all'esercito, al sistema sanitario e ai militari arruolati. Con una sproporzione raccapricciante: mentre un soldato al fronte guadagna tra i 2.000 e i 3.000 dollari al mese, i dipendenti delle multinazionali come la Halliburton (partecipata dal vice presidente Cheeney, tra i più fervidi sostenitori della guerra), che guidano il camion che porta i pasti alle mense, arrivano a guadagnare anche 10.000 dollari al mese. Lo facessero poi bene, questo servizio all'esercito! Ultimo scandalo uscito, la Halliburton, pur sapendo, ha fornito per un anno acqua contaminata e non trattata ai soldati al fronte. Ebbene, in questa situazione assurda di crescita del debito pubblico, i repubblicani propongono un taglio delle tasse, cavalcando il motto che meno tasse uguale più dinamismo economico uguale più benessere per tutti. Quando le statistiche dimostrano che il 90% dei tagli delle tasse hanno favorito il 10% della popolazione più ricca del paese. C'è un tale livello di corruzione, doppiogiochismo, crudeltà, violenza, insensibilità in questo partito che ha lo stomaco di mandare la gente a morire al fronte per una guerra falsa e poi guadagnarci sopra miliardi di miliardi, senza che nessuno dei loro figli sia volontario nell'esercito o anche solo arruolato, che è difficile capire come queste cose possano conciliarsi in una mente sana.
Ma la cosa che mi fa incazzare di più sono gli europei. Ciascun paese, a suo modo, cerca di fare il proprio interesse personale nella situazione. Anzichè puntare a creare una vera Unione Europeo, un continente che sia d'esempio al mondo su come un'altra via sia possibile. E a chi dice che è sempre stato così, che ciascuno fa il suo interesse, rispondo che questo è un interesse di breve termine, e che mette a serio rischio l'interesse di lungo termine di ciascuna nazione. E mi fanno incazzare quegli economisti che prendono ad esempio gli Stati Uniti, senza fare distinguo e premesse. Come questo articolo su lavoce.info sugli orari di lavoro. In cui si sostiene che noi europei dovremmo lavorare più ore, perchè gli statunitensi, che lavorano di più, hanno una crescita maggiore. Lavoreremo anche di meno, ma abbiamo praticamente la stessa produttività per ore lavorate, e abbiamo in media un anno e tre mesi in più di vita (78,2 contro 76,9), mentre negli States la popolazione sotto la soglia di povertà è il 17% (contro il 7,5% della Germania e il 5,1% della Finlandia). Senza parlare di altri indacatori QUALITATIVI, che questo tipo di economisti ignorano totalmente (interessante a proposito l'ultimo libro di Rifkin, Il sogno Europeo). E che dimenticano sempre di citare che parte di quella crescita è alimentata dall'industria militare, un'industria e una crescita inaccettabili per mio conto. Quanto pesa? Non lo so di preciso, vi faccio solo notare che il costo della guerrà in Iraq, stimato da Stiglitz, supererà di un buon 20% l'intero nostro prodottto interno lordo, e nelle stime più conservative sarà pari a circa l'80%. Questi costi andranno ad aumentare il Pil americano. Ne abbiamo di ore da lavorare!!!
P.S. Anche se qualche volta qualche termine mi scappa, cerco di usare la parola "statunitensi" al posto di "americani", perchè c'è tutto un continente, quello Sudamericano, che merita rispetto e distinguo; e "amministrazione statunitense" al posto di "statunitensi", perchè spesso una nazione non si riconosce nei suoi rappresentanti politici.
martedì, 10 gennaio 2006
Credo che non si possa razionalmente capire fino in fondo cos'è la guerra, perchè essa è la negazione della ragione. Forse però si può capirne l'assurdità da piccoli episodi come questo. Lo trovo struggente nella sua semplicità. E' stupefacente pensare alla forza d'animo di queste persone, all'amore di una madre che cerca di vivere il Natale anche in una situazione semplicemente assurda. Tratto da Michael Moore.
"New York - Una madre di New York racconta che ha speso circa 3.000 dollari per protezioni antiproiettile - un regalo di Natale per suo figlio arruolato nei Marines e dispiegato in Iraq. Elaine Brower ha detto che suo figlio, James Brower, le ha dato una lista di articoli datagli dai suoi amici Marine, per acquistare protezioni antiproiettile.
James Brower è stato dispiegato in Afghanistan, ma quando è tornato indietro è diventato un ufficiale della Polizia di New York. Ora è stato riassegnato come riserva in Iraq e quando sua madre gli ha chiesto cosa volesse per Natale, ha risposto "un giubboto antiproiettile".
Elaine Brower ha effettuato l'acquisto on line per 2.200 dollari. Inoltre ha speso 800 dollari per una protezione per le gambe di suoi figlio, come ha riportato domenica il New York Daily.
James Brower ha assistito Marine e soldati che hanno perso arti in Iraq alla maratona di New York e che gli hanno suggerito protezioni per le gambe - specialmente per proteggere l'arteria femorale.
Il figlio le ha detto che tutti gli articoli gli stanno bene e sono comodi e la madre sta preparando una richiesta di rimborso di 1.110 dollari grazie ad un recente provvedimento dal titolo "Richiesta di rimborso e pagamento per acquisti privati di equipaggiamento di protezione, sicurezza o medicale usato in combattimento"."
Nella folle America anche la sicurezza dei soldati viene relegata al mercato, ma puoi sempre avere uno sconto sulle tasse sui tuoi acquisti. In questi giorni è stata pubblicata un'indagine riservata del Pentagono secondo la quale l'80% dei soldati morti per ferite nella parte superiore del corpo potrebbero essersi salvati con adeguate protezioni, che però il Governo si è rifiutato di acquistare per questioni di budget. Also that's America!