mercoledì, 20 settembre 2006
Riporto interamente questo post tratto dal sito di Beppe Grillo. E' la dimostrazione di cosa è diventato il partito dei DS, un'oligarchia completamente staccata dalla base e dagli elettori, cosa che si era già vista in occasione delle primarie a Milano. Un partito incapace di mettersi in discussione e incapace di uscire dal complesso di Berlusconi. Qui il video dell'accaduto descritto nell'articolo.

"I meet up di Beppe Grillo di Pavia e Milano insieme a Piero Ricca sono andati alla Festa dell'Unità per discutere dell'indulto. Ecco come è andata.

"Rivoglio il mio microfono.
Potrei iniziare da qui, con involontaria citazione dal Santoro rockpolitik, questa cronachetta dalla serata fassiniana alla festa dell'Unità di Milano.
Il microfono del mio megafono Ikarus, intendo, che mi è stato strappato da un militante diessino violento e ladro.
Non è stato semplice, lunedì sera, alla festa dei 'democratici di sinistra' esprimere il nostro democratico diritto al dissenso. Meglio: esprimere l'opinione della maggioranza degli italiani sull'indulto vip di mezza estate. Ma l'avevamo messo in conto. E tutto sommato ci è andata di lusso: siamo rincasati sani e salvi. Ecco com'è andata.
Alle 20,20 ci ritroviamo, come convenuto con i grilli milanesi, alla fermata del metro Lampugnano. Siamo una quindicina, con duemila volantini e i soliti cartelli. In pochi minuti raggiungiamo lo spazio antistante il palamazda (quel palamazda, dove con l'amico Ric Farina sfidammo la tribù forzista, che oggi quasi rivaluto al confronto di tanti militanti diessini). Indossati i cartelli, iniziamo a volantinare a tutto spiano. A un certo punto, in attesa di Fassino, annuncio la nostra presenza al megafono, con breve comizietto. In un attimo mi arrivano addosso in tre o quattro, c'è anche una donna, con la voce roca, i capelli biondastri e l'aria della padrona di casa. Segue un'accesa discussione: nel senso che loro ci aggrediscono e noi cerchiamo di toglierceli di torno. Vogliono impedirci di parlare al megafono e di filmare. Un tizio prende alcuni volantini e li strappa. La biondastra rocamente mi intima di smettere di megafonare. Gli altri ringhiano senza sosta.
Rispondo con le pacate argomentazioni di sempre:
1 - Questa è una piazza pubblica
2 - La festa dell'Unità non è luogo extraterritoriale
3 - Anche qui, dunque, vige l'articolo 21 della Costituzione italiana, che garantisce la libertà di espressione
4 - Peraltro sIamo anche noi elettori del centrosinistra: possiamo criticare o andiamo bene solo alle elezioni?
5 - In tema di indulto, inoltre, la maggioranza degli elettori del governo Prodi è con noi.
Le repliche dei sempre più agitati compagni sono un campionario di ritardo culturale. Eccole riassunte:
1 - Questa è una festa privata
2 - Questa piazza l'abbiamo affittata noi, per questa sera è nostra
3 - Ma a voi chi vi paga, Berlusconi?
4 - Se lo andaste a fare alle feste delle destra, questo lavoro, vedreste cosa vi capita
5 - Andate fuori dai c…ni brutti str…zi!

Volti, espressioni, modi sono incarogniti, minacciosi, penosi. Gli amici della Digos vigilano in disparte, inutile è il mio tentativo di farli intervenire per difendere i nostri diritti. Alle feste 'private' dei Partiti-Stato la vera forza pubblica è il servizio d'ordine. Il primo assalto si conclude con la sospensione del mio comizio al megafono. Poi inizia l'entusiasmante esternazione fassiniana; la seguiamo da uno schermo esterno continuando a volantinare e a esporre i cartelli. C'è il tempo di uno scambio di battute con l'uomo di punta della Quercia a Milano: il presidente della provincia Filippo Penati. Provo a scuoterlo dal suo lugubre torpore obiettando che in un'epoca di corruzione dilagante varare come primo provvedimento parlamentare un indulto esteso ai vip del crimine e a reati non ancora scoperti.. Mi risponde: l'indulto è servito ai poveri cristi, tanto i vip in galera non ci andranno mai, Consorte non è stato ancora condannato. Ha capito tutto.
Verso le 23 Fassino s'avvia al ristorante Valtellina per il rituale saluto ai volontari della festa. Lo avviciniamo chiedendogli di prendere il volantino e di rispondere alle nostre critiche. Lui tira dritto, mesto e indifferente.
A quel punto riprendo il megafono, salgo su una panca e riassumo le nostre ragioni, anche evocando la figura di Enrico Berlinguer e la sua battaglia sulla questione morale.
Apriti cielo. Evocare la questione morale alla festa dei diesse? Peggio che bestemmiare in chiesa! Si leva una sorta di boato, un frastuono indistinto di insulti, minacce, fischi e ululati. I più esagitati ci vengono addosso. Fisico tracagnotto, mezz'età, volti ottusi: il giorno dopo me li ricordo così, gli ultimi residui della vecchia guardia stalinista. Nuovo parapiglia. Si sfiora il linciaggio. Questa volta i gendarmi si mettono in mezzo, limitando i danni. Nel trambusto uno degli stalinisti tracagnotti, protetto dalla massa, per zittirmi mi strappa il microfono del megafono. Non son più riuscito a recuperarlo. Naturalmente i poliziotti - ben attenti a proteggere Fassino dal terribile rischio di una pernacchia - fanno finta di non vedere, benché siano a mezzo metro di distanza. Alle feste 'private' dei Partiti-Chiesa si può aggredire e derubare impunemente un dissenziente sotto lo sguardo vigile della Digos. Ma questa storia non finisce qui. Anche le maggioranze, dopo tutto, hanno diritto a far sentire la propria voce". Piero Ricca."
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categoria:politica, politica italiana, sinistra, partecipazione attiva
venerdì, 15 settembre 2006
Interessante descrizione di come funzionano i TG sulla rete pubblica in termini di dibattito politico (naturalmente, essendo un articolo tratto da un giornale di sinistra, il pezzo è un po' più morbido con la propria parte). Speriamo che il buon Riotta sappia trovare una formula innovativa e un po' più neutrale rispetto al passato.


Tratto da Repubblica di oggi.

"La formula ha sostituito in video e alla radio il pastone politico. E ora il Palazzo chiede al nuovo direttore del Tg1 di abolirla

"Ultima parola sempre alla Cdl"

Così Mimun inventò il panino. Quando l'Ulivo vinse fu rovesciata la ricetta: parola all'opposizione due volte

di SEBASTIANO MESSINA

ROMA - L'augurio di Fausto Bertinotti: "Caro Riotta, spero davvero che lei riesca ad abolire il "panino" dal Tg1". La certezza di Carlo Rognoni: "Riotta innoverà, cominciando a togliere di mezzo pratiche indigeste come il famigerato "panino"... ". L'avvertenza di Franco Giordano: "Per noi il pluralismo non è il cosiddetto "panino"del Tg1". Di quale panino parlano, il presidente della Camera, il consigliere d'amministrazione della Rai e il segretario di Rifondazione? Di un panino virtuale, naturalmente. Nulla che abbia a che fare con la pausa pranzo dei giornalisti del Tg1. Nulla di commestibile. E neanche nulla di buono.

Cos'è il "panino"? E' un'invenzione di Clemente Mimun, un'idea che lo illuminò negli anni in cui dirigeva il Tg2 (è passato tanto tempo: c'era il primo governo Berlusconi). Una formula che non consiste nello sminuzzare, cuocere e servire le opinioni di quindici partiti in un minuto - questo era il "pastone", che risale alla preistoria dei nostri telegiornali - ma nel confezionare una specialissima nota politica nella quale il ruolo del pane e quello del companatico sono assegnati in partenza: la prima fetta di pane spetta al governo, in mezzo c'è la fettina di mortadella dell'opposizione (che in genere "protesta", "attacca", "contesta" o si produce in altre attività negative) e poi arriva, puntualmente, la seconda fetta di pane, quella della maggioranza.

La bravura di Mimun - se così si può dire - è stata quella di adattare questa ricetta, creata inizialmente per il primo governo del Polo, anche alla stagione del centro-sinistra. Rovesciando la parti, si capisce: durante il governo D'Alema, per esempio, nel suo Tg2 la prima e l'ultima parola spettava sempre all'opposizione berlusconiana.


Ma il trionfo del "panino", la sua definitiva consacrazione a sistema ufficiale per lo schiacciamento del centro-sinistra, è arrivato con il secondo governo Berlusconi, quando Mimun è passato dal Tg2 al Tg1. Approdato al primo telegiornale italiano, lui ha perfezionato la formula rendendo tassativo l'ordine delle opinioni. Mai, neanche per sbaglio, l'ultima parola doveva toccare all'opposizione.

E se nessun ministro aveva detto una parola? Si faceva chiudere, comunque, a un capogruppo della maggioranza. E se poi, disgraziatamente, l'attesa dichiarazione governativa era arrivata dopo il montaggio del servizio, allora toccava al conduttore incollarla subito dopo la nota politica (memorabili le facce della Busi o di Sassoli, più di una volta costretti a leggere in diretta, senza preavviso, le urgentissime parole di Bondi, di Cicchitto o di Schifani).

Ora, poteva anche capitare - in linea teorica - che i commenti a una vicenda politica fossero solo due, e che il primo in ordine di tempo fosse quello berlusconiano. E' capitato. Capitò, per l'esattezza, ad Andrea Montanari. Il quale un giorno si trovò a scrivere di una polemica tra l'avvocato Taormina (Forza Italia) e il suo collega Calvi (Ds). Montanari, essendo un cronista di vecchia scuola e un giornalista dalla schiena dritta, rispettò l'ordine cronologico (oltre che logico), e montò prima la battuta di Taormina e poi la risposta di Calvi. "Non va - gli dissero - devi invertire l'ordine". Lui si rifiutò: "Non posso dare prima la risposta e poi la domanda". Risultato: il servizio venne sfilato dall'edizione delle 20 e mandato in onda solo a mezzanotte. Quanto a Montanari, per un anno fu tenuto fuori dal video - senza che nessuno gli affidasse più un servizio - a riflettere sulla sua testardaggine.

Dice Mimun: ma il panino non l'ho inventato io, c'era già prima di me. Non è così. Prima c'era un'altra cosa. C'era il "bidone". Nei telegiornali dell'Ulivo, per esempio, ogni giorno un cronista seguiva il centro-sinistra e un altro si occupava del centro-destra. Poi, a fine giornata, ciascuno dei due impastava le notizie sul suo schieramento (in un "bidone", come fu subito soprannominato questo contenitore dalla forma elastica) e il Tg mandava in onda i due servizi uno dopo l'altro. Neanche quello era un metodo esaltante, però almeno non annullava il ruolo del cronista politico e non prevedeva il divieto per il giornalista di fare domande al politico.

Perché - al di là del "panino" che rimane il suo capolavoro - la mossa di Mimun che ha provocato una mutazione genetica dell'informazione politica nei tg è proprio l'abolizione dell'intervista come genere giornalistico. Il contraddittorio tra il cronista e il politico è stato abolito, e lui ha riservato solo a se stesso il diritto di intervistare i leader.

Quando vedevamo Bonaiuti o Vito che parlavano al Tg, pensavamo che stessero rispondendo a un giornalista. E invece no, avevano davanti solo un telecineoperatore, mandato lì a raccogliere (da solo) le dichiarazioni spontanee dell'interessato. A tutti, centro-sinistra compreso, stava bene così. Solo una volta - che si sappia - un ministro protestò. Quando Gianni Alemanno vide arrivare il telecineoperatore chiese, incavolato: "E il giornalista, dov' è?". "Ma lei sa già tutto, mi hanno detto..." rispose l'altro, imbarazzatissimo. "No, io non so niente. E non mi piace farmi le interviste da solo". L'"intervista" non si fece. Ma rimase un caso isolato."
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categoria:politica, società
martedì, 31 gennaio 2006
"NAIROBI - Aiuti sì ma non esattamente umanitari, almeno nella loro destinazione d'uso. Il governo del Kenya, per bocca del suo portavoce ufficiale Alfred Mutua, ha infatto rifiutato l'offerta di 42 tonnellate di «polvere altamente nutriente» utilizzata nella produzione di biscotti per cani che un'azienda neozelandese ha proposto di inviare nel Paese africano, in particolare per i bambini delle aree maggiormente colpite dalla siccità e dalla carestia che sta minacciando milioni di persone in almeno sette paesi dell'Africa orientale [...]

SITUAZIONE DRAMMATICA - La situazione del Kenya (33 milioni di abitanti, circa il 60 per cento dei quali 'vivè con meno di un dollaro al giorno) si fa sempre più drammatica. Quasi quattro milioni di persone sono a rischio per la tremenda siccità che sconvolge il Paese (già una cinquantina di morti per inedia e malattie connesse, soprattutto bimbi), mentre il governo è travolto da un'ondata di scandali relativi a sperperi (di ieri la notizia che in 18 mesi ha speso 10 milioni di euro per il parco auto governative) e corruzione. Al punto che oggi la Banca Mondiale ha deciso la sospensione di un finanziamento di 19 miliardi di scellini keniani (circa 215 milioni di euro) in attesa di verificare iniziative concrete dell'esecutivo contro la corruzione."

Questa sintesi di un articolo de Il Corriere della Sera è paradigmatica della disastrosa situazione del continente Africano, ma soprattutto dello stato degli aiuti allo sviluppo. A parte il fatto che sarebbe interessante capire quanto di questa spaventosa siccità sia imputabile ai cambiamenti climatici, faccio notare che gli aiuti alimentari, quando diventano permanenti, creano una situazione perversa. Sono certamente indispensabili nelle situazioni di emergenza, quando non è possibile reperire cibo in loco. Ma se diventano la prassi, finiscono per distruggere completamente le economie locali in condizionii di normalità, perchè i soldi degli aiuti vengono impiegati per acquistare cibo nei paesi industrializzati e spedirlo in Africa, anzichè avviare attività produttive e sostenere l'agricoltura in loco, rafforzando l'economia e l'autonomia locali. Pensate che ad oggi non un dollaro degli aiuti governativi degli Stati Uniti, la più grande potenza economica mondiale, viene speso in Africa, tutto il cibo è acquistato nella stessa nazione. A tutto vantaggio delle imprese statunitensi. Molto spesso poi si rincara la dose, spedendo nel terzo mondo aiuti alimentari con cibi OGM (molto peggio dell'articolo citato, nel quale l'impresa accusata sembra in buona fede, visto che il titolare consumerebbe lui stesso il preparato perchè altamente nutriente, splendido esempio di acquisto "in economia").

E ce ne sarebbe da dire anche sulla corruzione dei governi locali e sulle loro politiche volte a favorire le grandi multinazionali, sul commercio internazionale e sui sussidi ai sistemi agricoli occidentali, anche se qualcosa sta cambiando. Per chi ha voglia, questo è un articolo interessante.

Pur non essendo un esperto, credo che la situazione degli aiuti a livello di organizzazioni non governative e Nazioni Unite sia migliore, con diversi progretti per costruire pozzi d'acqua, sistemi energetici autonomi e sostenibili, incentivazione delle economie e dell'agricoltura locali. Quindi il consiglio personale è di valutare con un minimo di attenzione i progetti per cui si chiedono donazioni e contributi in denaro. Ci sono un sacco di iniziative meritevoli.
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categoria:politica, giustizia, africa, alimentazione
domenica, 15 gennaio 2006
Riporto e sottoscrivo questo appello di Jacopo Fo per la candidatura di Dario, suo padre, alle primarie di Milano (29 Gennaio). I partiti di sinistra stanno boicottando questa candidutara, chiaramente perchè si tratta di un personaggio fuori dagli schemi della vecchia politica. Per questo è importante una vittoria di Fo a Milano, aprirebbe una breccia e offrirebbe la possibilità a nuovi movimenti, a partire da quelli partecipati di Grillo, di incidere profondamente nella politica. E avvicinerebbe nuovamente quest'ultima alla gente. Andate nel sito di Dario Fo e vedrete che quello che sta facendo è quello che dovrebbe fare ogni politico: andare in mezzo alla gente, soprattutto quella più bisognosa, sentire i loro problemi e poi pensare alle soluzioni, convocando tecnici, economisti, ingegneri. Con il coraggio di proposte che rompono i vecchi schemi, sono scomode a chi ha tanti soldi e ne vorrebbe sempre di più. Sono sicuro che ciascuno di noi ha parenti o amici a Milano, sarebbe un gesto importante scrivergli e chiedergli cosa pensano della candidatura di Fo, accertarsi che ne siano a conoscenza e invitarli a prenderla seriamente in considerazione. Se Fo vincerà non ne guadagneranno solamente i milanesi.

"Appello: Mio papa' sindaco!
Dario, come saprete si e' candidato sindaco a Milano. Il 29 gennaio si terranno le Primarie e vedremo se riuscira' a battere il candidato di DS e Margherita.
Credo che questa sfida, nella quale Dario si e' buttato, come sempre, senza risparmiare energie e passione, sia molto importante. Innanzitutto perche' si presenta non con una borsa piena di teorie umanitarie ma con un programma vero e fattibile, elaborato coinvolgendo una squadra di architetti, economisti, ingegneri, tecnici della gestione aziendale. Cioe' non ci sono nel suo programma solo "dichiarazioni di principio" ma progetti precisi e dettagliati. E gia' questa e' una piccola rivoluzione pragmatica, di stile della politica: non ideologie ma fatti (vedi http://www.dariofo.it).
Ma questa sfida delle primarie cade in un momento nel quale lo stile dell'inciucio mostra la corda.
Una vittoria di Dario alle Primarie sarebbe un segnale deciso da parte del popolo di sinistra ai leader dell'Unione: vogliamo che cambi la musica, vogliamo una politica vicina alla gente, vogliamo concretezza e capacita' progettuale.
Lancio quindi un appello a tutti. Aiutateci a sostenere Dario.
E puo' farlo anche chi non e' residente. Sicuramente avete amici e conoscenti milanesi: telefonategli, scrivetegli, smsateli! L'apparato dei maggiori partiti votera' compatto contro Dario.
Solo se decine di migliaia di cittadini andranno a votare potremo sperare in un risultato positivo. Questo di Milano e' un test che avra' valore per tutta Italia. Dateci una mano, sappiamo che i lettori di Cacao sanno fare i miracoli. Lo avete dimostrato quando riusciste a portare due milioni di spettatori a sintonizzarsi sulle trasmissioni
pirata di "Ubu' Bas va alla guerra" e de "L'Anomalo Bicefalo".
Aiutateci e potremo brindare assieme a una vittoria di tutto il movimento. Facciamo sentire che ne abbiamo pieni i coglioni (e le ovaie) non solo di Berlusconi e delle sue leggi per pararsi il culo ma anche di tutta la pastetta inciuciosa nella quale questo meraviglioso paese sta affondando.
Dario Fo sindaco!!!
Beppe Grillo Ministro dell'Ambiente!!!
Daniele Luttazzi Papa!!!
(Le persone serie stanno devastando il pianeta! Non ci restano che i comici!)"
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categoria:politica, politica italiana, sinistra, partecipazione attiva
lunedì, 02 gennaio 2006
Credo che il fenomeno "Beppe Grillo" apra una nuova era nella partecipazione politica popolare. Molto più alla portata della gente. Credo che oggi non ci sia solo l'opzione della candidatura. Anzi, penso che cercare di cambiare le cose dall'interno di un partito politico oggi sia più difficile che partecipare ad un movimento di sensibilizzazione, protesta e pressione come quello di Grillo. Stando nel partito bisogna rispondere a logiche, gerarchie e gruppi di potere difficili da spezzare. Un esempio chiarissimo è secondo me la vicenda della Lega, nata da un sentimento di disagio popolare, e condiviso da molti cittadini, credo onesti e in buona fede, anche se con idee diverse dalle mie. L'obiettivo era di spezzare il malcostume del governo centrale, della corruzione e dello spreco di risorse. Come è andata a finire? I suoi leader si sono alleati e hanno governato per cinque anni con Berlusconi (dovremmo andare a leggere le dichiarazioni di Bossi contro Berlusconi nel passato), appoggiando leggi scandalose, difendendo banche e banchieri indifendibili e oggi indagati, e perfino il Senatur ha piazzato familiari nel Parlamento Europeo, senza competenze e con uno stipendio niente male.

Poi secondo me spesso i partiti sono istituzioni troppo statiche per seguire il dinamismo sociale di un paese. Anche se non credo debbano scomparire.

Ad ogni modo ho il sospetto che siano più efficiaci iniziative come quelle di Grillo, che non dovendo rispondere a nessuna logica, possono dire le cose come stanno, e sbugiardare chiunque. E non sono d'accordo con chi dice, ad esempio, che attaccare in questo momento esponenti della sinistra significhi rischiare di perdere le prossime elezioni. Vogliamo gente pulita in parlamento!

Il dibattito sul futuro politico di D'Alema, avviato da Grillo, è magistrale. Vi riporto questo articolo de Il Corriere (finalmente inizia a parlare con una certa frequenza di Grillo) in cui scopro (non l'avrei potuto fare senza il blog e la partecipazione di persone che hanno certe informazioni, come quelle dell'Ufficio Ipoteche di Roma) che il signor D'Alema percepisce 20.000 euro al mese come deputato (non è una novità), sostiene di devolverne più della metà al partito, paga un mutuo mensile di 8.000 euro, ed ha altre due ipoteche di 250 e 500 milioni delle vecchie lire. Non serve essere economisti per capire che i conti non tornano.

Questa gente deve andare a casa! Un consiglio, mettete la pagina del blog di Grillo come pagin a di apertura del vostro browser! Quando vi collegate per la prima volta nella giornata, vi ricorderete che c'è ancora gente savia che ha l'intelligenza e il coraggio di dire le cose come stanno, e ragionare con la propria testa, con in rischio di sbagliare sì, ma in prima persona, non per interposta!

"La protesta su internet
Grillo a Fassino «Fai pulizia dentro i Ds»
«Basta con D'Alema». L'ex premier sotto accusa sul blog

ROMA - «Fassino, tira fuori i globuli rossi, fai pulizia e appellati alla base con un discorso per celebrare il funerale politico di D'Alema e, visto che ci sei, anche di Violante». Se continua così, i blog rischiano di irrompere sulla scena della prossima campagna elettorale. Beppe Grillo (www.beppegrillo.it) ha già tastato il terreno: il 1Ëšsettembre acquistando con una colletta una pagina de la Repubblica per intimare un «Fazio vattene!», il 22 novembre bissando sull'International Herald Tribune con un appello contro la rielezione di 23 deputati condannati in via definitiva per vari reati.

Da tre giorni la frase su D'Alema campeggia sulla prima pagina del blog e ha tutta l'aria di voler diventare un'altra campagna. Grillo gioca la carta di Shakespeare, suggerisce a Fassino di vestire i panni di Marco Antonio per monologare sulla metaforica bara del presidente ds: «Ha addotto a Roma molti finanzieri, Massimo, e il loro operato ha rimpinzato le casse dell'erario: sembrò questo in Massimo ambizione di potere?». Se l'accenno fosse oscuro per qualcuno, una nota provvede a chiarire: «Gnutti, Colaninno, Consorte e altri per la privatizzazione Telecom». Grillo prepara il terreno: «Delle due l'una. Su Consorte D'Alema sapeva e ha taciuto (e non lo credo) o non sapeva e ha fatto un grave errore politico a sostenere la sua scalata alla Bnl. Delle due l'una: su Fiorani D'Alema sapeva e ha taciuto (e non lo credo) o non sapeva e in questo caso è stato sfortunato e anche un po' cocciuto, dopo le intercettazioni telefoniche tra Fiorani e Fazio lo scorso luglio, a voler mantenere un mutuo presso la Bpi di 8000 euro mensili per pagare le rate della sua barca Ikarus II». Il tono è durissimo, se n'è accorto anche Il Secolo d'Italia.

In tre giorni il blog ha totalizzato più di 700 commenti. Moltissimi gli anti- D'Alema. Marco Oliva arriva addirittura a dire: «I quattro milioni e mezzo delle primarie, e io sono fra quelli, hanno chiesto politici puliti. D'Alema, vai pure a farti un giro in barca di 20 o 30 anni. Poi magari ci fai un libro e te lo fai pubblicare dalla Mondadori». Arterio Liberato: «D'Alema ha uno stipendio, come deputato nostro dipendente, sopra i 20.000 euro. Si può permettere un mutuo mensile di 8.000 euro soprattutto se si pensa che lui ne paga solo una terza parte (i due terzi agli altri due soci). Ma, dichiarazione sua, più della metà dello stipendio lo dà al partito. Non tornano i conti...». Alberto Diaspro ripensa al Pci: «Un po' di ripetizioni gioverebbero ai rampanti dell'ex Pci, forse la grande lezione morale di Berlinguer non è stata recepita, così come non l'aveva recepita Craxi». Pasqualino Messina: «Via D'Alema e quelli come lui dallo schieramento di sinistra. Vogliamo vedere la voglia di svolta».

Natalia Rossi quasi si accanisce: «Secondo l'ufficio ipoteche di Roma, oltre al mutuo per la barca, D'Alema ne ha due immobiliari: uno da 250 milioni di vecchie lire a rate semestrali e tasso del 4,6% contratto nel 1997 col Banco di Napoli e un altro di 500 milioni stipulato nel 2000 con la Banca del Salento. Ma quanto guadagna?». Michele Martelli: «Perché l'opposizione non ha il coraggio di mandare a casa quello skipper strafottente di D'Alema? Cosa ha fatto di buono in questi anni?» Gli replica Davide Caiaffa: «È stato il miglior alleato di Berlusca... è stato attento a non criminalizzarlo!». Maurizio Spina: «Gli errorucci del Dalemino sono altri! Bicamerale, niente legge sul conflitto d'interessi, lavoro sotterraneo per affossare Prodi...».

I difensori di D'Alema sono una minoranza. Carlo Rangoni: «Questo gioco al massacro di D'Alema non mi piace». Maurizio Spina: «Se le accuse sono: mutuo per la barca alla Bpi o "Consorte hai comprato la Bnl" la stiamo facendo un po' fuori dal vasino!!!» E Beppe Grillo, che dice? «La reazione contro D'Alema non mi stupisce. Oltre alla vicenda barca e mutuo, il presidente ds incarna un mondo vecchio.
Ostenta di non amare computer e telefonino, di non usarli. Un uomo di governo del futuro dovrebbe percepire la rivoluzione informatica e il grande cambiamento rappresentato dalla Rete. Ed è un cambiamento della politica dal basso. Che sta avvenendo adesso». Ma perché si appella a Fassino? Di lui si fida? «Mi sembra che Fassino abbia una statura personale e morale non discutibile. Non ha un passato tipo Nomisma come Prodi né ha sulle spalle le privatizzazioni affannose di D'Alema. Ma, attenti, siamo al meno peggio dell'attuale politica...».

Paolo Conti
02 gennaio 2006"
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categoria:politica, politica italiana, sinistra, corruzione, partecipazione attiva
martedì, 27 dicembre 2005
Credo che ci siano diversi modi per dimostrare che la guerra in Iraq non ha senso, e magari qualcuno è già emerso in questo blog. Ma vorrei invitare a riflettere su un particolare punto di vista.

E' chiaro che il regime di Saddam Hussain non rappresentava una minaccia reale per l'Occidente e gli Stati Uniti. NON sto dicendo che era giustificabile, nessun regime dittatoriale lo è, sto solo sostenendo che la motiviazione che ha mosso la guerra (armi di distruzione di massa e collegamento con Al Quaida) è stata dimostrata come falsa e quindi la guerra si è basata su una menzogna. Bush e l'amministrazione americana ora vengono a dirci che non lo sapevano al tempo, ma che la guerra è comunque stata giusta, perchè ha fatto cadere un regime dittatoriale come quello di Saddam Hussain, che rappresentava una minaccia.

Per chi? Per il mondo? L'unica volta che l'Iraq ha attaccato una nazione straniera (anche se il Kuwait ha fatto parte dell'Iraq per 400 anni prima della spartizione, nel 1960, da parte degli inglesi) c'è stata la prima Guerra del Golfo che ha sistemato le cose, poi più niente (la segnalo come voce, perchè non l'ho potuta verificare, ma pere che ci sia stato un referendum tra i kuwaitiani e la maggior parte di loro vorrebbero tornare a far parte dell'Iraq). Ma torniamo a questa guerra. Attualmente l'Iraq è sottoposto all'invasione americana. Bene, se la guerrà è basata su una menzogna, credo che dovrebbero essere i cittadini iracheni a decidere se gli americani debbano restare o meno, come dovevano essere loro a decidere se ribellarsi contro Hussain. L'Occidente doveva agire in altre vie, ma non con un'invasione che ha ucciso più di 27.000 iracheni e più di 2.000 americani. Ebbene, secondo un sondaggio condotto da ABC News, Time e altri media, il 65% dei 1.711 iracheni intervistati sono contro la presenza americana in Iraq, e la metà vuole che se ne vadano presto. Il 59% pensa che gli americani abbiano agito male dall'invasione in poi.

Certo, la storia non si fa con i sè ed i ma, ed ora bisogna guardare avanti e con fiducia al futuro dell'Iraq, cercando il modo migliore per risolvere il disastro creato. Ci saranno senz'altro anche buoni frutti. Ma quello che stiamo discutendo è se il metodo utilizzato, la guerra preventiva (che già è una bestemmia), basata su menzogne (è una bestemmia ancor più grossa), con il vero intento di assicurarsi la stabilità nelle forniture di petrolio (questa è pura blasfemia), sia un metodo accettabile per le democrazie occidentali. Secondo me non lo è affatto.

Principalmente per due motivi: primo, la maggioranza degli iracheni, il popolo sovrano in questo caso, non volevano l'invasione americana (infatti non mi risulta che ci sia stato un appoggio dall'interno all'invasione). Se l'Iraq non era una minaccia per gli Usa e l'Occidente, doveva essere il popolo a chiedere un eventuale intervento armato. L'Occidente doveva agire dall'esterno. Secondo: l'America vuole esportare la democrazia, ma vuole il petrolio perchè il suo stile di vita non è in discussione (parole del governo americano stesso). Come sappiamo da studi economico-ambientali molto seri (a partire dal metodo dell'impronta ecologica) lo stile di vita americano comporta la necessità di avere almeno 2 pianeti per produrre tutte le risorse necessarie e assorbire i rifiuti prodotti (se tutti i paesi adottassero questo stile di vita i pianeti necessari sarebbero addirittura 5). Non è quindi possibile esportare lo stile di vita americano in tutto il mondo. Questo vuol dire che non può essere rispettato uno dei principi fondamentali di ogni democrazia occidentale (intensa non come forma di governo ma come insieme di valori), e cioè che ogni cittadino ha pari diritti. Infatti se tu sostiene che vuoi esportare la democrazia in tutto il mondo ne deriva che tutti i cittadini del mondo hanno pari diritti.

In realtà in molte democrazie occidentali, certamente in quella americana, e anche in quella italiana, i poteri economici e finanziari tradiscono di fatto il principio di uguaglianza, e tendono a conservare uno stato delle cose in cui vigono gerarchie e precedenze. Ed è questo che l'amministrazione americana vuole esportare in Iraq, un sistema "democratico" in cui è possibile corrompere le autorità, che formalmente sono irachene, per favorire questo o quel gruppo di potere. Nel film Syriana un avvocato ad un certo punto dice "Corruption? Corruption is why we win!" (La corruzione? La corruzione è la ragione per cui noi vinciamo). Si tratta solo di stabilire cosa vuol dire "noi". Non certo il popolo.
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categoria:iraq, politica, politica italiana, guerra, corruzione, politica americana
venerdì, 23 dicembre 2005
In America Latina stanno succedendo un sacco di cose interessanti, in un continente dai mille contrasti e con aree di estrema povertà. Non senza contraddizioni (una su tutte il brasiliano Lula) questa area del mondo sembra voler proporre un modello economico e sociale diverso, nè comunista nè ultraliberista. Oltre il numero crescente di governi "del popolo per il popolo", almeno sulla carta, è da registrare la mancata approvazione di un'area di libero scambio nell'intero continente americano (ALCA), fortemente voluta dall'amministrazione americana, ma rigettata da buona parte dei sudamericani, vista come ineguale e penalizzante per le economie in via di sviluppo, almeno nel modo in cui era stata proposta. Senza contare che l'America del Sud ospita uno dei forum sociali più grandi e forti al mondo, Porto Alegre. Dobbiamo tenere d'occhio questa parte del pianeta in futuro, anche perchè è forse quella più culturalmente affine a noi italiani.

Dell'articolo che vi riporto, a proposito della vittoria per la presidenza in Bolivia di un indios, Morales, sottolineo solo una frase, relativa alla posizione del governo statunitense. E poi vi invito ad andare a vedere, appena uscirà in Italia, Syriana. In quel momento ricordatevi la frase che ho evidenziato, e chiedetevi se questi film sono poi così tanto campati in aria. E che chiamare Bush terrorista o meno è in fondo solo una questione di definizioni, ma la sostanza non cambia molto. Mi chiedo che differenza passa tra un fondamentalista che recluta kamikaze nei sobborghi poveri e degradati della Palestina, e un sistema di governo che mantiene nel proprio paese sacche di povertà, solitamente popolate da neri e minoranze etniche, per le quali una delle poche alternative è l'impiego nell'esercito, che arruola i soldati nelle scuole, e che poi li manda a combattere e morire per una guerra basata sulle menzogne e per i petrodollari. Io non ne vedo poi molta.

In questi giorni con gli auguri di Natale ho ricevuto anche inviti al "sano ottimismo" nei confronti della vita. Ho gradito l'invito, ma allo stesso tempo ho riflettuto e mi sono chiesto cosa significhi "sano". Secondo me è sano quando non si abbandona all'idea che le cose andranno bene per forza, che qualcuno ci penserà, e intanto ciascuno prosegue per la sua strada. Ha ragione don Tonino Bello, "che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili". L'ottimismo è sano quando significa fiducia che se tutti facciamo la nostra parte le cose andranno meglio, e per questo ciascuno opera nel suo piccolo, nel quotidiano, come può, per cambiare Sè stesso e gli altri.

Comunque questa della Bolivia è una sana e ottimistica notizia! Tratta da PeaceReporter.


P.S. per chi vuole iniziare a fare qualcosa in ambito lavorativo, segnalo il link a managerzen sotto "stili di vita". Non sempre occorre diventare attivisti di Greenpeace, medici di Emergency o volontari in Iraq!


"Un indio al comando

Vince Evo Morales. La Bolivia inizia oggi un nuovo corso storico


Urla di gioia per le strade di Cochabamba: la sede del Mas, il Movimento al Socialismo è presa d’assalto, un attacco festoso di centinaia di suoi simpatizzanti che si sentono per una volta padroni a casa loro. I colori degli Aymara (la popolazione autoctona che vive negli altos boliviani) si mescolano con la polvere alzata dalle auto che sfrecciano per la città. Uno di loro, un cocaleros di umili origini ma dalle idee chiarissime ce l’ha fatta. Evo Morales, leader indigeno e maggiore rappresentante del Movimento al Socialismo ha stravinto con il 52 percento circa le elezioni presidenziali boliviane. “E’ iniziata una nuova era per la Bolivia, - ha detto Morales -  era nella quale questa nazione troverà giustizia, uguaglianza, equità e pace sociale”.
Lo scarto è ormai incolmabile e il suo avversario Josè Quiroga, espressione della coalizione Podemos (Poder Democratico Social, della destra boliviana) si è già congratulato con il capo dei cocaleros per la vittoria: “Mi congratulo pubblicamente e apertamente con Evo Morales per il suo risultato elettorale. Mi congratulo con i candidati del Mas (il partito di Morales). Hanno fatto una buona campagna elettorale e adesso è venuto il momento di mettere da parte le nostre differenze e di guardare verso un futuro di pace, di tranquillità e d'armonia tra tutti i boliviani”.
 
Una vittoria non solo Presidenziale. Ma la tornata elettorale di ieri è da considerarsi storica per i boliviani. In primo luogo perché, se dovessero essere confermati i dati, Morales sarebbe il primo presidente indio della storia boliviana. Ma non solo. Secondo i primi risultati, il Mas avrebbe ottenuto grandi risultati anche a livello parlamentare, dove avrebbe conquistato 78 seggi (65 in parlamento e 13 al senato, importanti per confermare la vittoria elettorale del leader indigeno), e ne basterebbe uno solo per raggiungere la maggioranza assoluta al congresso nazionale.
Nel corso degli ultimi anni, le forti contestazioni di piazza, organizzate soprattutto dalle confederazioni sindacali e dagli indios, avevano fatto cadere dalla poltrona presidenziale Sanchez de Losada prima e Carlos Mesa poi.

E adesso? C’era da aspettarselo. Morales, che da tempo cercava un’affermazione politica di prestigio, ha basato la sua campagna elettorale sugli aiuti da dare ai contadini, agli indigeni e agli operai. Legalizzare la foglia di coca (e non la cocaina, attenzione), è stato uno dei primi punti del programma con il quale ha viaggiato per tutta la Bolivia nel corso degli ultimi mesi. Un programma che prevede anche la ridistribuzione delle terre e il pagamento dovuto dalle multinazionali per l’utilizzo delle risorse boliviane, soprattutto il gas.
Adesso però arriva il difficile.
Governare a casa propria sarà una vera impresa. Nella provincia di Santa Cruz ad esempio Morales se la dovrà vedere con i poteri forti degli imprenditori che da tempo cercano una autonomia dal governo centrale. Ma a loro Morales ha rivolto parole concilianti facendo sapere: “Il Movimento al Socialismo non ricatta e non ricatterà mai gli imprenditori onesti che desiderino investire nel paese” ha detto.Gli Usa hanno già fatto sapere di considerarlo un narco trafficante e questo non giova alla pace nella regione. Sono preoccupati per il notevole spostamento a sinistra di tutto il continente sud americano: in Cile con la Bachelet, in Venezuela con Chavez, in Argentina con Kirchner, in Uruguay con Vasquez e in Brasile con Lula."
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categoria:politica, società, politica americana
lunedì, 12 dicembre 2005
Ritorno sulla questione della TAV per pubblicare questa intervista realizzata da Megachip (vedi link a fianco) ad Angelo Targaglia, professore del Politecnico di Torino ed esperto del tema. Credo sia un documento che può dire una parola definitiva sulla questione e che, se ciò che sostiene Tartaglia è vero, l'opera sia in definitiva da bocciare.
Avremmo un progetto che, oltrechè problematico dal punto di vista sociale ed ambientale, potrà creare sviluppo economico per i soggetti interessati alla realizzazione dei lavori, ma che assorbirà ingenti risorse pubbliche non solo per la sua realizzazione, ma anche per il suo esercizio. Il tutto per avere un servizio sottoutilizzato; qualcosa di simile al servizio Eurostar da Trieste a Venezia che per coprire 150 chilometri impega 1 ora e 50 minuti, con 3 fermate intermedie (una ogni 50 chilometri) quando va bene, o 5 fermate intermedie (una ogni 30 chilometri), quando va male; il tutto alla modica cifra di 12,39 euro per la seconda classe e 17,35 euro per la prima. Chi lo ha preso qualche volta sa che si tratta di un servizio ampiamente sottoutilizzato.
Non per questo credo debba essere eliminato, si tratta di un servizio pubblico che non per forza deve coprire i propri costi. Ma un conto è mettere un treno di ultima generazione su una tratta esistente, anche se piena di stazioni e stazioncine. Un'altro è spendere svariati miliardi di euro per forare montagne piene di uranio ed amianto e attraversare valli alpine. Se è vero che il traffico merci sui valichi piemontesi è in calo e che il tunnel esistente è sottoutilizzato, è preferibile impiegare i fondi pubblici per sovvenzionare il trasporto merci ferroviario e incrementare l'utilizzo delle infrastrutture esistenti, o mettere in campo azioni per incentivare l'utilizzo di mezzi più puliti per il trasporto merci, come fanno Svizzera e Germania con una tassa sull'inquinamento dei camion.

"Professor Tartaglia, quando si inizia a parlare di Alta Velocità?

L'Alta Velocità arriva in Italia nel 1990. Il progetto fu presentato fin dall'inizio con molta forza, soprattutto dal punto di vista dell'immagine; attraverso i giornali e la televisione si è diffusa l'idea di una tecnologia moderna, di treni estremamente veloci, 300 Km/h, che avrebbero accorciato tutti i tempi di viaggio.

Come vedeva il progetto negli anni 90?

All'inizio, come moltissimi, lo consideravo positivamente: trasporti di massa, viaggi veloci e comodi, come pensarne male? Poi, però, bisogna andare oltre la propaganda; leggere i dati e capire i numeri.

E cosa viene fuori dai dati e dalle cifre?

La prima considerazione, per quanto possa sembrare strana, è che non ci sono i passeggeri. Per questo motivo l'unico treno diretto da Torino a Lione è stato soppresso in queste settimane. Sarà colpa dei torinesi che escono poco di casa? Inizieranno a farlo quando il treno andrà più veloce?

Per alcuni anni si è cercato di dimostrare l'utilità dell'Alta Velocità puntando proprio sul servizio passeggeri e sugli indubbi vantaggi che avrebbe portato. Avendo constatato però il contrario, ovvero la mancanza degli attori principali, dal 1995 in poi si è iniziato a puntare il dito verso le merci. La verità è che l'alta velocità è stata presentata fin dall'inizio come una soluzione e solo dopo, via via, si sono cercati i problemi da risolvere.

Il trasporto delle merci è tuttavia un problema reale.

In Italia il 17% delle merci viaggia su rotaia e il margine sembra molto incrementabile. In realtà non è vero per un motivo elementare: se il viaggio non è lungo abbastanza non si riesce a ridurre il transito di mezzi pesanti sulla strada, poiché la distribuzione capillare della merce, dovuta anche alla disposizione delle nostre città, coinvolgerà sempre il trasporto su gomma.

Nel 2001 è stato consegnato uno studio, realizzato dalla parte favorevole al TAV, per valutare l'impatto che avrà l'apertura del tunnel sul trasporto merci; il risultato è significativo poiché la differenza, con, o senza il tunnel, è meno dell'1%. Questi dati si riferiscono all'intero arco alpino ma dobbiamo tenere in considerazione, tutto sommato, che un terzo delle merci passa attraverso la valle di Susa.

Il problema centrale è che i treni merci in Italia viaggiano a una velocità media di 19 km/h, essendo sovente fermi per dare precedenza ai treni passeggeri. Questo è il dato da migliorare. Non serve che le merci arrivino dalla Francia a 150 Km/h se poi in Italia passano la maggior parte del tempo in stazione.

Mancano dunque passeggeri e il trasporto merci non sarà facilmente incrementabile.

Non solo, ha senso parlare di Alta velocità quando gli spostamenti superano i 250-300 Km. In Italia, se prendiamo in mano le cifre, scopriamo che l'80% della domanda di trasporto passeggeri è costituita da spostamenti a corto raggio, entro i 100km. E' vero che i nostri treni sono pienissimi su alcune tratte ma sono poche le persone che vanno da un capo all'altro del paese. Le tratte più frequentate sono quelle dove c'è più ricambio di viaggiatori.

L'alta velocità prevedrebbe invece l'abolizione delle fermate intermedie…

Prendere sul serio l'alta velocità, sul modello francese, significa appunto eliminare le fermate intermedie. Cosa che non avverrà perché chi gestisce il servizio si pone problemi di economicità. Per far salire i passeggeri, fermerà i treni ma, se ferma i treni, il guadagno in termini di tempo diventa marginale.

Perché in altri paesi l'Alta Velocità funziona?

In Francia, ad esempio, hanno una struttura urbana differente, con città lontane da collegare tra loro senza fermate intermedie. Soprattutto hanno flussi tra i 20 e i 30mila passeggeri Km/giorno; noi ci avviciniamo a quelle cifre solo nella tratta Bologna - Firenze, che è un imbuto ferroviario.

I giapponesi che hanno introdotto l'alta velocità per primi, avevano flussi di 200mila passeggeri Km/giorno. E anche con queste cifre i guadagni tardavano ad arrivare, tant'è che la compagnia ferroviaria nipponica è fallita, smembrandosi in sette società distinte.

Molte le spese da affrontare ma difficili i ritorni economici. Uno studio commissionato dalla Comunità Montana Bassa Valle di Susa alla Società di ingegneria dei Trasporti Polinomia, rivela che la linea sarebbe giustificata se nei prossimi anni transitassero 40 milioni di tonnellate di merci l'anno, per un totale di 350 treni al giorno, uno ogni 4 minuti alla velocità di 150 km/h, alternati da treni passeggeri a 300 km/h.

In sintesi, questi sono i dati. Se prendiamo in seria considerazione la quantità di merce che transiterà, stima confermata dalle società costruttrici proponenti, scopriamo una grande anomalia: l'idea di poter usare nella Val di Susa e su tutto il territorio nazionale la stessa linea per passeggeri e merci. Uno sciocchezza dal punto di vista tecnico perché è chiaro che sulla stessa linea non possono transitare due treni a velocità diverse, uno a 300 Km/h ed uno a 150km/h. Ne conseguirebbe la necessità di realizzare una linea doppia.

Che ha un costo insostenibile. Altre spese legate alla linea ad Alta Velocità?

Una manutenzione accurata, costosa e quotidiana. Il modello francese ne tiene conte e prevede, infatti, che i treni viaggino esclusivamente di giorno, per poter intervenire di notte sulla linea. Tale soluzione in Italia sarebbe impraticabile poiché i treni viaggiano 24 ore su 24.

Questi dati di cui ci parla non devono essere nuovi a chi ha deciso di portare l'alta velocità in Italia. Perché sono stati ignorati?

Ho partecipato personalmente ad una commissione al ministero dei trasporti nei primi anni novanta. Da una parte c'erano tecnici ministeriali e dall'altra parte c'eravamo noi, un gruppo di tecnici designati da diverse organizzazioni ambientaliste. Ci siamo raccontati queste cose, abbiamo parlato di dati, di cifre. Non potendo barare sui numeri, alla fine, il confronto si concludeva con loro che timbravano la questione come “politica”, quindi fuori discussione tecnica.

Si è cercato allora di parlare direttamente ai politici di dati e cifre. Al terzo esempio, il politico di turno tende a dire che i dati numerici non li capisce; di vedercela tra noi tecnici. Non è altro che un gioco delle parti: i tecnici capiscono che i conti non tornano, ne parlano coi politici che dicono di non capirne di dati tecnici e, nel mentre, l'opera si fa.

Dato che, come sembra, l'opera si farà, ne avremo almeno un vantaggio economico ?

C'è un adagio piemontese al riguardo: se il soldo gira, va sempre bene. La versione buonista di questo insegnamento ce la dà John Maynard Keynes: se l'economia è in crisi; scaviamo delle buche e poi facciamole riempire, così creiamo lavoro e ricchezza. Con il progetto TAV faremo sì dei buchi, che però non riempiremo più!"

 
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categoria:politica, economia, politica italiana, alta velocitÃ