mercoledì, 12 luglio 2006
Viviamo in un'opera d'arte incommensurabile, e quasi sempre ce ne dimentichiamo.






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categoria:natura, stili di vita
mercoledì, 25 gennaio 2006
CONTINUA LA CACCIA GIAPPONESE ALLE BALENE

È ancora in corso la battaglia tra Greenpeace e le navi baleniere giapponesi
nel Mar Antartico. Da dicembre due navi di Greenpeace, "Esperanza" e "Arctic Sunrise" sono entrate in azione contro i cacciatori di balene nelle acque dell'Oceano Meridionale, dove i grandi cetacei dovrebbero essere protetti da un Santuario internazionale. Otto gommoni lanciati dalle due navi hanno ostacolato le loro manovre, riuscendo a incidere negativamente sulla quota di balene cacciate. In più occasioni l'azione si è fatta particolarmente dura: l'8 gennaio la Arctic Sunrise è stata speronata dalla Nisshin Maru, la nave-mattatoio. L'impatto ha danneggiato la prua della nave, ma per fortuna nessuno dei membri dell'equipaggio - tra i quali un'italiana, Caterina Nitto - è rimasto ferito.

Nonostante i ripetuti richiami della Commissione Baleniera Internazionale che chiede al Giappone di bloccare la presunta caccia scientifica, quest'anno l'Agenzia della pesca giapponese ha più che raddoppiato la quota di balenottere minori cacciata, arrivando a 935 e aggiungendo 10 balenottere comuni, specie minacciata d'estinzione. Nei prossimi 2 anni, oltre a 50 megattere, verranno cacciati altri 40 esemplari di balenottera comune, la più grande creatura sulla Terra dopo la balenottera azzurra, che è quasi estinta per via della caccia. Di scientifico la caccia alle balene non ha nulla: come documentano le immagini di Greenpeace, nonostante la scritta "Ricerca" dipinta sulla fiancata delle navi, le balene a bordo vengono pesate, sezionate e impacchettate per raggiungere i mercati del pesce.

Smettere immediatamente di cacciare le balene. E' la richiesta che è stata consegnata ai ministri degli Esteri e della Pesca del Giappone da Italia, Argentina, Australia, Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Lussemburgo, Messico, Nuova Zelanda, Portogallo, Spagna e Svezia. La protesta formale dei 17 Paesi riguarda l'aumento sconsiderato delle balene cacciate dal Giappone che ne caccia più ora che nei 31 anni precedenti la moratoria, in vigore dal 1986. I governi fanno notare anche come il Giappone non abbia rispettato gli inviti a non aumentare il numero di balene cacciate rivoltogli dalla Commissione Baleniera Internazionale.

Durante il suo lungo viaggio, l'Esperanza solcherà i mari dei 5 continenti con l'obiettivo di difendere gli Oceani e promuovere la creazione di una rete di aree marine protette. La nave è attesa in estate nel Mediterraneo. A bordo delle due navi ci sono attualmente 70 persone di equipaggio
provenienti da 19 paesi.

Visita il sito: http://www.greenpeace.org/italy/news/speronamento-arctic


LA COMMISSIONE EUROPEA REGALA ALLA MONSANTO L'APPROVAZIONE DI 3 MAIS OGM

Natale è già passato da un mese, eppure la Commissione Europea ha fatto un bel regalo alla Monsanto, approvando 3 mais Ogm: il GA21 (tollerante agli erbicidi) e l'ibrido MON863xMON810 e il famigerato MON863 per uso alimentare.

Il MON863, in particolare, è stato modificato geneticamente per produrre una tossina insetticida per eliminare parassiti. Il dossier completo sui test condotti dalla Monsanto sull'alimentazione dei topi con il MON863 è stato reso pubblico solo nel giugno 2005, dopo che un tribunale tedesco ha stabilito che l'azienda non poteva tenerli segreti.

Lo studio fatto dalla Monsanto sull'alimentazione a base di MON863 è stato criticato da autorevoli esperti francesi e tedeschi per la sua inconsistenza, in particolare perché lo studio è stato condotto per soli 90 giorni, contro i due anni di durata standard previsti per i pesticidi.

Leggi il comunicato:
http://www.greenpeace.org/italy/ufficiostampa/comunicati/monsanto-mais
Leggi il rapporto di Greenpeace sul MON 863:
http://www.greenpeace.org/italy/ufficiostampa/rapporti/rapporto-Mon863

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categoria:natura, animali, salute, alimentazione
lunedì, 16 gennaio 2006
Tratto da Repubblica, 16 gennaio 2006.

Per lo studioso britannico, guru dell'ambientalismo, il clima è già al punto di non ritorno e per la civiltà umana non c'è futuro

LONDRA - "Prima della fine di questo secolo, miliardi di noi moriranno e le ultime persone che sopravvivranno si troveranno nell'Artico, dove il clima resterà tollerabile". Il catastrofico annuncio arriva da una fonte autorevole: James Lovelock. Il celebre scienziato inglese, guru dell'ambientalismo, negli anni '70 concepì la teoria di Gaia, il sistema attraverso il quale la Terra si autoregolamenta in modo da continuare a fornire le condizioni adatte alle forme di vita che la abitano.


L'allarme lanciato dallo scienziato sulle pagine del quotidiano The Independent non potrebbe essere più inquietante: anticipando il contenuto del suo nuovo libro, che uscirà nelle librerie britanniche il 2 febbraio con il titolo 'The Revenge Of Gaia' ('La vendetta di Gaia'), Lovelock afferma che ormai è troppo tardi per fermare il surriscaldamento globale e che sugli esseri umani si sta per abbattere una catastrofe di dimensioni peggiori di quanto finora si era previsto.

Il suo approccio olistico allo studio del 'sistema Terra' è del tutto unico: anzichè studiare singoli fattori indicativi dei cambiamenti climatici, Lovelock analizza come l'intero sistema di controllo del nostro pianeta si comporta una volta messo sotto pressione. Grazie a questo approccio, lo scienziato è riuscito ad identificare una miriade di meccanismi di reazione e controreazione che finora sono serviti a mantenere la Terra ad una temperatura più o meno fresca. Ora che il delicato equilibrio di Gaia è stato spezzato, conclude Lovelock, questi stessi meccanismi serviranno invece a rendere la Terra insopportabilmente calda.

Nel suo articolo per l'Independent, lo scienziato si sofferma su due esempi. In primo luogo, i ghiacci dei Poli sono finora serviti a riflettere i raggi solari, deflettendo così il calore. Con il loro scioglimento, la scura superficie degli Oceani aumenterà immagazzinando così più calore.

Il secondo esempio riguarda invece le polveri prodotte dalle industrie, che ricoprono con un sottile velo tutto l'emisfero settentrionale. Queste producono un fenomeno noto come 'oscuramento globale', che mantiene basse le temperature in maniera artificiale, impedendo che tutti i raggi solari raggiungano la superficie del pianeta. Ma con una riduzione dell'attività industriale e della produzione di gas inquinanti questa coltre potrebbe scomparire velocemente, causando un improvviso aumento delle temperature.

Secondo Lovelock è ormai troppo tardi per evitare la catastrofe. Anziché appellarsi ai governi mondiali affinchè si impegnino nella lotta all'effetto serra, lo scienziato consiglia invece di prepararsi al peggio e di cercare modi per assicurare la sopravvivenza della razza umana, prima che essa si trasformi in "una caotica calca governata da signori della guerra".

Tra le più scioccanti proposte contenute nel suo nuovo libro, vi è quella di "una guida per i superstiti dei cambiamenti climatici", per aiutarli a sopravvivere dopo il totale crollo della società umana. Scritta non in forma elettronica, ma "in forma cartacea e con inchiostro durevole", e dovrà contenere tutto il sapere scientifico basilare accumulato in migliaia di anni, come la posizione della Terra nel sistema solare ed il fatto che batteri e virus causano malattie infettive. Insomma un'ultima traccia dopo "la fine del mondo che conosciamo".
sabato, 31 dicembre 2005
In questi giorni sono in giro per gli States, quindi probabilmente non troverete sempre nuovi interventi (ma potete sempre iniziare voi a commentare quelli vecchi). L'esplorazione di questo indicibile paese ci ha portato mercoledì 28 a Las Vegas.



Giovedì 29 alla Death Valley


E da Venerdì 30 a Los Angeles


A volte bisogna fare migliaia di chilometri lontano da casa, per scoprire il deserto dove non te lo aspetti (Death Valley), e sentire tra le dune all'alba quello che milioni di persone nelle grandi metropoli non ti possono dire.


Buon 2006 a tutti!
postato da: civix alle ore 00:52 | Permalink | commenti
categoria:natura, california, divertimento
venerdì, 23 dicembre 2005
In tempo di Natale questa lettera del capo indiano Seattle al presidente degli Stati Uniti Franklin Pierce è per me allo stesso tempo motivo di riflessione sul passato e presente della nostra società, e speranza che il futuro possa essere diverso. A volte, mentre sono qui in California, mi sorprendo a pensare ed immaginare come fossero queste colline e queste terre quando erano abitate da questo straordinario popolo, i nativi americani, e come fosse una vita in piena armonia con la Natura.

"Come potete acquistare o vendere il cielo, il calore della terra?
L'idea ci sembra strana. Se noi non possediamo la freschezza dell'aria, lo scintillio dell'acqua, come potete voi acquistarli?
Ogni parte di questa terra è sacra per il mio popolo.
Ogni ago lucente di pino, ogni riva sabbiosa, ogni lembo di bruma dei boschi ombrosi, ogni radura e ogni ronzio di insetti è sacro nel ricordo e nell'esperienza del mio popolo. La linfa che cola negli alberi, porta con sé il ricordo dell'uomo rosso.
I morti dell'uomo bianco dimenticano il loro paese natale, quando vanno a passeggiare nelle stelle. I nostri morti non dimenticano mai questa terra meravigliosa, perché essa è la Madre dell'uomo rosso. Noi siamo una parte della terra e la terra fa parte di noi. I fiori profumati sono nostri fratelli: il cervo, il cavallo, la grande aquila sono nostri fratelli; le coste rocciose, il verde dei prati, il calore dei pony e l'uomo appartengono tutti alla stessa famiglia.
Per questo quando il grande Capo Bianco di Washington ci manda a dire che vuole acquistare la nostra terra, ci chiede una grossa parte di noi. Il grande Capo ci manda a dire che ci riserverà uno spazio per muoverci, affinché possiamo vivere confortevolmente tra di noi. Egli sarà il nostro padre, noi saremo i suoi figli.
Prenderemo in considerazione, dunque, la vostra offerta, ma non sarà facile accettarla.
Questa terra per noi è sacra.
Questa acqua scintillante che scorre nei torrenti e nei fiumi, non è solamente acqua; per noi è qualcosa di immensamente più significativo;
è il sangue dei nostri padri.
Se vi vendiamo le nostre terre, dovete ricordarvi e insegnarlo ai vostri figli che i fiumi sono i nostri e i vostri fratelli e dovrete dimostrare per i fiumi lo stesso affetto che dimostrereste ad un fratello.
Sappiamo che l'uomo bianco non comprende i nostri costumi.
Per lui una parte della terra è uguale all'altra, perché è come uno straniero che arriva di notte ed alloggia nel posto che più gli conviene.
La terra non è sua amica, la considera nemica e, quando l'ha conquistata, va oltre.
Abbandona la terra dei suoi avi, e ciò non lo turba.
Toglie la terra ai suoi figli, e ciò non lo turba.
La tomba dei suoi avi, il patrimonio dei suoi figli cadono nell'oblio
Tratta sua madre, la Terra, e suo fratello, il Cielo, come se fossero semplicemente delle cose da acquistare, prendere e vendere, come si fa con le pecore e con le pietre preziose. La sua bramosia divorerà tutta la terra e a lui non resterà che il deserto.
Io lo so.
I nostri costumi sono diversi dai vostri.
La vista delle vostre città fa male agli occhi dell'uomo rosso. Non esiste un luogo per udire le gemme schiudersi in primavera o ascoltare il fruscio delle ali di un insetto. Ma forse ciò avviene perché io sono un selvaggio, e non posso comprendere.
Sembra che il rumore offenda solo le orecchie. E che gusto c'è a vivere se l'uomo non può ascoltare il grido solitario del caprimulgo o il chiacchierio delle rane di notte attorno ad uno stagno?
Io sono un uomo rosso e non comprendo.
L'indiano preferisce il suono dolce del vento che si slancia come una freccia al di sopra dello specchio di uno stagno, e l'odore del vento stesso, reso terso dalla pioggia meridiana o profumato di pino. L'aria è preziosa per l'uomo rosso, giacché tutte le cose respirano la stessa aria.
L'uomo bianco non sembra far caso all'aria che respira. Come un uomo per più giorni in agonia, egli è insensibile al fetore.
Ma se vi vendiamo le nostre terre, dovete ricordare che l'aria per noi è preziosa, che l'aria partecipa il suo soffio con tutto ciò che essa fa vivere. Il vento che ha dato il primo alito al nostro avo, è lo stesso che ha raccolto il suo ultimo respiro.
E se vi vendiamo le nostre terre, voi dovete custodirle in modo tutto particolare, e tenerle per sacre, e considerarle come un luogo dove anche l'uomo bianco può andare a godersi il vento che reca le fragranze del prato, reso dolce dai fiori.
Considereremo la vostra offerta di acquistare le nostre terre.
Ma se decidiamo di accettare la proposta, io porrò una condizione: l'uomo bianco dovrà rispettare gli animali che vivono in questa terra,
come se fossero suoi fratelli.
Io sono selvaggio, e non conosco altro modo di vivere.
Ho visto un migliaio di bisonti imputridire sulla prateria abbandonati dall'uomo bianco dopo che erano stati abbattuti da un treno in corsa.
Io sono selvaggio, e non comprendo come il "cavallo di ferro fumante" possa essere più importante dei bisonti quando noi li uccidiamo solo
per sopravvivere.
Cosa è l'uomo senza gli animali?
Se tutti gli animali sparissero, l'uomo morirebbe in una grande solitudine. Perché ciò che accade agli animali, prima o poi accade agli uomini.
Tutte le cose sono connesse tra loro.
Dovete insegnare ai vostri figli che il suolo che essi calpestano, è fatto delle ceneri dei nostri padri. Affinché i vostri figli rispettino questa terra, dite loro che essa è arricchita dalle vite della nostra gente. Insegnate ai vostri figli ciò che noi abbiamo insegnato ai nostri: che la Terra è la Madre di tutti noi.
Tutto ciò che di buono arriva alla terra, arriva anche ai figli della terra.
Se gli uomini sputano sul suolo sputano su se stessi.
Noi sappiamo almeno questo: Non è la Terra che appartiene all'uomo, ma è l'uomo che appartiene alla terra.
Questo noi lo sappiamo.
Tutte le cose sono connesse, come i membri di una famiglia sono connessi da un medesimo sangue. Tutte le cose sono connesse.
Tutto ciò che accade alla terra, accade anche ai figli.
Non è l'uomo che ha tessuto la trama della vita: egli ne ha soltanto il filo. Tutto ciò che egli fa alla trama, lo fa a se stesso. Lo stesso uomo bianco con il quale il suo Dio si accompagna e parla con lui, come due amici insieme, non può sottrarsi al destino comune.
Dopo tutto forse noi siamo fratelli.
Vedremo.
C'è una cosa che noi sappiamo. e che forse l'uomo bianco scoprirà presto: il nostro Dio è il suo stesso Dio.
Voi forse pensate che adesso lo possedete, come volete possedere le nostre terre: ma non lo potete. Egli è il Dio degli uomini e la pietà è uguale per tutti: tanto per l'uomo bianco, tanto per quello rosso.
Questa terra per lui è preziosa, nuocere alla terra è come disprezzare il suo Creatore.
Anche i bianchi spariranno; forse prima di tutte le altre tribù.
Contaminate il vostro letto e una notte vi troverete soffocati dai vostri rifiuti.
Dove è finito il bosco?
E' scomparso.
Dove è finita l'aquila?
E' scomparsa.
E' la fine della vita e l'inizio della sopravvivenza."
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categoria:natura, natale
venerdì, 25 novembre 2005
Avete mai pensato cosa significhi perdere la risorsa più importante per la nostra sopravvivenza, l’acqua? Potremmo chiederlo alle centinaia di migliaia di cinesi e russi che in questi giorni sono costretti alla fuga dalle loro case o all’acquisto da privati di acqua per ogni necessità, a causa di un incidente in un impianto chimico cinese che sta devastando i fiumi Songhua e Amur.
Ci stiamo maledettamente abituando anche a questo nuovo termine: sfollati. Sfollati dalle città alluvionate, sfollati da un sito contaminato, sfollati per fame e carestia, tra qualche anno saremo sfollati dal nostro pianeta, se non ci diamo una mossa.
L’acqua è un simbolo ed emblema molto potente del rapporto tra uomo e natura: grazie ad essa è iniziata la vita sulla terra, noi non ne possiamo fare a meno, tutte le grandi civiltà e le città si sono sviluppate lungo le rive di corsi d’acqua, da essa ricaviamo cibo, energia, ristoro, con essa produciamo un sacco di prodotti. E via dicendo. Ma l’acqua simboleggia anche un rapporto tra uomo e ambiente sempre più corrotto e squilibrato: alluvioni e siccità legate ai cambiamenti climatici, inquinamento delle falde acquifere e dei mari, perfino fenomeni come lo Tsunami ci avvertono di un equilibrio sempre più fragile e precario.
Voglio parlare brevemente del rapporto che può sembrare più remoto, quello tra responsabilità umane e Tsunami: non sostengo che il maremoto sia una punizione per le colpe degli uomini. Sono gli uomini che si autopuniscono. E’ l’urbanizzazione sregolata e un’agricoltura intensiva, al servizio di puri interessi economici, che hanno amplificato moltissimo i danni e le perdite di questo disastro naturale, trascurando conoscenze millenarie delle popolazioni locali. La prova lampante riguarda le foreste di mangrovie, queste piante spettacolari che hanno protetto la terra e i suoi abitanti laddove sono state conservate. In tutta l’area del sud est asiatico esse portano il nome di Alaithi Kadukal che in lingua Tamil vuol dire proprio "la foresta che controlla le onde". Le mangrovie sono un ecosistema caratteristico dell’area tropicale, che storicamente copriva circa la metà dell’area costiera di questi paesi, con una funzione decisiva per l’alimentazione e la riproduzione delle specie marine e per la stabilizzazione della linea di costa. Alla fine degli anni ’90 si stima che l’estensione dell’ecosistema delle mangrovie sia stato quasi dimezzato. Dal 1975 a oggi, in Thailandia è stata convertita circa l’85% della superficie a mangrovie, mentre in Messico tra gli anni ’70 e gli anni ’90 se ne è perso il 65%. La distruzione di questo ecosistema trova origine prevalentemente nell’urbanizzazione (anche turistica), nell’agricoltura, nella creazione di allevamenti di gamberetti, nel taglio del legname.
Anche gli animali ci hanno insegnato qualcosa: gli elefanti, percepito l’arrivo del maremoto, sono fuggiti in massa sulle colline, salvando così anche i loro padroni e molta gente del luogo. A chi crede che un animale non sia un semplice organismo biologico, questa storia riscalderà il cuore. La tribù tailandese degli “zingari del mare” gli Moken è l’unica che non ha avuto vittime, perchè vive del mare ed anche sul mare e quando i suoi membri videro i segnali strani di scimmie urlare nei loro villaggi sulle rive del mare e gli uccelli invertire improvvisamente la rotta, presero le barche e si allontanarono dalla riva verso il mare aperto, dove l’onda viaggia veloce sotto la superficie.
Tornando al discorso dell’acqua come risorsa, oltre ai pericoli delle catastrofi naturali e della diretta responsabilità dell’uomo, non dobbiamo sottovalutare un altro rischio, molto insidioso ma all’opera da tempo anche da noi: sto parlando della privatizzazione dell’acqua. Viene da chiedersi come mai la Cina, sul cui territorio si concentrano più del 40 per cento delle risorse idriche mondiali, si trova ad affrontare una grave penuria d'acqua potabile e irrigua: mettendo al primo posto la crescita industriale, il governo di Pechino non si è infatti preoccupato di tutelare le risorse ambientali, con il risultato che attualmente un terzo dei corsi d'acqua è inquinato, mentre nelle città il 50 per cento dell'acqua non è potabile. E le vendite dell'acqua in bottiglia delle multinazionali come Danone e Nestlé esplodono grazie alla preoccupazione dei consumatori per la scarsa qualità dell'acqua del rubinetto.
Molte multinazionali stanno investendo da anni nel settore dei rifornimenti idrici. I “giganti dell’acqua” sono soprattutto due imprese francesi: la Vivendi, ex Générale des Eaux, e la Ondeo, ex Lyonnaise des Eaux. In Gran Bretagna ci sono Seven-Trent e la Thames Water, in Germania la RWE, in Italia, in seguito alla legge Galli, aziende come la romana Acea, la milanese Aem e la torinese Amt si sono estese sul territorio nazionale e in altri paesi. 
In Francia, dove la privatizzazione si configura come delega della gestione di un servizio pubblico a un’impresa privata, si è avuto un aumento medio del prezzo dell’acqua del 50%, a Parigi del 154%; gli utili delle imprese sono lievitati al 60-70% degli utili totali. Si aggiunga la scarsa trasparenza delle concessioni con il relativo incremento delle occasioni di corruzione.
 Nel Regno Unito la privatizzazione prevede l’esproprio di un bene comune e le imprese hanno fatto registrare utili esorbitanti, addirittura in altri paesi i costi dell’acqua sono diminuiti per i ricchi e aumentati per i poveri: è il caso di Manila, capitale delle Filippine. In Italia recentemente a Beppe Grillo e padre Alex Zanotelli è stato impedito di parlare del problema a Napoli, dove è in corso una controversia proprio sull’acqua e, cosa incredibile, dove sia città che regione sono in mano alla sinistra!
Non è possibile mercificare anche la più importante delle risorse, non è civiltà questa. Fortunatamente molte popolazioni iniziano a ribellarsi a questa situazione, a partire dall’America Latina, come ad esempio in Nicaragua o in Bolivia. Cosa si può fare localmente? Bere acqua di rubinetto, anziché in bottiglia, quando le condizioni locali lo consentono: costa molto meno, inquina molto meno (non ci sono camion sulle strade che la trasportano e imballaggi da smaltire) e generalmente è più sana. Si può sempre pensare di installare un filtro o un depuratore domestico, si ripagano in poco tempo. Da noi l’acqua costa ancora poco, ma sarebbe buona prassi sprecarne il meno possibile, sia con comportamenti accorti che con apparecchiature semplici e poco costose, come i riduttori di flusso, che permettono anche un notevole risparmio energetico.
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categoria:natura, inquinamento, sviluppo sostenibile
martedì, 01 novembre 2005
Giants

“Una volta viste le sequoie lasciano un segno o creano un’immagine che rimarrà con voi per sempre… da esse provengono silenzio e stupore. Anche il più irriverente degli uomini, di fronte ad esse, entra in uno stato di meraviglia e rispetto” (Steinbeck)

Credo che una foresta di sequoie sia una delle prove più lampanti dell’esistenza di Dio. Camminando tra queste meraviglie della Natura, o semplicemente guidandoci dentro, lungo la Avenue of the Giants, nel Nord della Califronia, capisci che la Natura non ti è stata consegnata da una potenza soprannaturale, come alcuni filosofi e santoni credono o ti vogliono far credere, ma che sei tu a far parte di essa, e non stai al centro, ma semplicemente ci sei dentro.

E riconquisti il senso delle misure: al cospetto di questi giganti - che possono raggiungere più di 100 metri di altezza e 8 di diametro – ti senti come una formica in un prato di montagna, ed è un po’ più facile misurare, o solo farsi un’idea, delle proporzioni dell’universo. E di quanto piccoli siamo come creature. Eppure se ci guardiamo dentro, troviamo un universo: un universo nell’universo.

Qui capisci qual’è una delle differenze fondamentali tra le opere della Natura e le opere dell’uomo: il tempo, la risorsa per noi più scarsa. Una sequoia impiega qualche centinaio di anni per crescere, può vivere per oltre 2000 anni ed esiste da 160 milioni di anni. E quando una sequoia muore, non so quanto tempo impieghi a diventare terreno fertile per nuove sequoie, in un processo che mi pare una buona approssimazione del concetto di eternità.

Cinematograficamente parlando, la sensazione che puoi provare è quella descritta nel primo episodio de Il Signore degli Anelli, quando la compagnia dell'anello passa su delle canoe lungo un fiume tra due enormi statue di antichi guerrieri a difesa di quei terriotori.

Ad ogni modo non c’è immagine o parola che rifletta pienamente la bellezza e la spiritualità di questi posti e di questi Esseri viventi – spero di avervi dato un assaggio, o solo un qualche eco – l’unico modo è quello di venirci. Non ho girato moltissimo il mondo, ma un Redwood Park (dove sono stato io) o un Sequoia Park sono già nella mia lista dei posti da vedere almeno una volta nella vita.
postato da: civix alle ore 21:37 | Permalink | commenti
categoria:natura