venerdì, 21 luglio 2006
La missione militare italiana in Iraq è stata presentata così il 15 aprile 2003 dal nostro ministro degli esteri Franco Frattini.
"Quella dell'Iraq è una missione che ha scopo emergenziale e umanitario"
E infatti il governo italiano finanzia un ospedale della Croce Rossa a Bagdad e invia ben 27 carabinieri per difenderlo...
... poi già che c'è invia altri 3000 militari a Nassiriya.
Ecco le cifre: l'ospedale a Bagdad costa...
21 milioni 554 mila euro.
Il nostro contingente a Nassiriya costa...
232 milioni e 451 mila euro.
La domanda è: ma perché il nostro intervento umanitario in senso stretto è a Bagdad e invece i nostri soldati e le nostre risorse stanno a Nassiriya? Che c'è lì di così tanto umanitario?
Il 22 ottobre 2003 i parlamentari italiani della commissione difesa vanno a Nassiriya.
Elettra Deiana, deputata di Rifondazione Comunista, faceva parte della delegazione e ha ascoltato uno strano discorso.
"Abbiamo incontrato l'ambasciatore presso il governo provvisorio di Bagdad Antonio Armellini, il quale ci ha detto che vi sono degli interessi italiani in gioco in questa vicenda"
Interessi in gioco!
"Di conseguenza il calcolo è che i benefici saranno all'altezza dell'impegno militare"
Benefici in cambio dell'impegno militare!
Ora in Iraq in generale e a Nassiriya in particolare ci sono importanti giacimenti di... benefici.
Ne sa qualcosa Benito Li Vigni, un'ex dirigente dell'Eni.
"Il governo iracheno accordò all'Eni lo sfruttamento di un giacimento sul territorio di Nassiriya, nel sud del Paese, con 2,5 / 3 miliardi di barili di riserve, un giacimento quinto per importanza tra i nuovi che l'Iraq voleva avviare a produzione. Nel suo territorio c'è una grande raffineria ed un grande oleodotto"
Guarda un po', l'Eni aveva contratti petroliferi con l'Iraq che riguardavano i pozzi proprio di Nassiriya! Che coincidenza! Ancora Li Vigni.
"I contratti che regolavano i rapporti tra la parte pubblica e quella privata delle compagnie concessionarie, seguivano una formula che nel settore era considerata la più vantaggiosa di tutte, che di solito i Paesi produttori mediorientali fanno di tutto per evitare. E' un contratto che consente di considerare come propria riserva una quota della produzione. Di fatto la riserva accertata tra 2,5 e 3 miliardi di barili poteva essere iscritta in bilancio Eni" Contratti vantaggiosi. Un peccato rinunciarvi!
In parlamento la senatrice Tana De Zulueta, del gruppo Occhetto - Di Pietro, ha presentato un'interrogazione proprio su questa vicenda. "Il fatto è che quando i soldati italiani sono arrivati a Nassiryia, la loro prima base militare era ubicata proprio di fronte alla raffineria che consentirebbe all'Eni di poter raffinare proprio lì il petrolio estratto.
Altra condizione che si aggiunge a un contratto che in sé era estremamente vantaggioso.
Dico "era" perché quel contratto è in forse, nel senso che l'occupazione dell'Iraq e la caduta di Saddam Hussein hanno fatto sì che le tre grandi concessioni siano congelate. Noi abbiamo chiesto al governo se la scelta di mandare i nostri militari in Iraq fosse motivata da un desiderio di tutelare quella concessione, di garantircela per il futuro"
E noi ci siamo procurati la risposta del governo all'interrogazione della parlamentare.
"La nostra presenza in Iraq è frutto di prioritarie considerazioni di carattere politico e umanitario"
Prioritarie considerazioni di carattere politico e umanitario.
"La scelta di dislocare un contingente a Nassiriya non è stata in alcun modo legata agli interessi dell'Eni"
Ah, no?
"Le bozze di accordo per lo sfruttamento dei campi petroliferi a Nassiriya tra Eni e le autorità competenti irachene non sono mai state perfezionate attraverso la firma di un testo vincolante"
E intanto il governo ammette gli accordi. Il 23 febbraio 2003, un mese prima dell'invasione, l'agenzia Ansa dà notizia dell'esistenza di un dossier circa gli affari italiani in Iraq.
"L'Italia, che e' già presente con le iniziative dell'Eni ad Halfaya e Nassiriya, può giocare anch'essa un ruolo"
Ecco cosa dice l'amministratore delegato dell'Eni, un mese dopo la caduta di Saddam.
"L'amministratore delegato dell'Eni Vittorio Mincato ricorda agli azionisti come già nel passato il gruppo aveva messo gli occhi sull'area irachena di Nassiriya"
Nassiriya!
Il nostro dubbio a questo punto è il seguente: è un caso che i nostri soldati siano finiti a Nassiriya?
Ecco il sottosegretario alla difesa Filippo Berselli.
- Non posso essere d'aiuto, né confermando, né smentendo una notizia che non so.
- Allora posso chiederle quest'altra cosa, più in generale: perché siamo andati proprio a Nassiriya?
- Beh, a Nassiriya perché a Bagdad c'erano gli americani, c'erano delle aree d'influenza ed è stata scelta Nassiriya, sarà una coincidenza. Per quanto mi riguarda è assolutamente una coincidenza.
- Ah, una coincidenza.
- Sì.
Riferimenti
Radio Capital Scandali al sole
www.capital.it
"La Guerra del petrolio" editori riuniti di Benito Li Vigni
http://www.ita-bol.com/
Nel libro «La guerra del petrolio» (Editori Riuniti), l'autore, Benito Li Vigni, entrato all'ENI con Mattei e rimasto nel gruppo fino al 1996, ricoprendovi posizioni di grande responsabilità, a proposito di Nassiriya scrive: «La presenza italiana in Iraq, al di là dei presupposti ufficialmente dichiarati, è motivata dal desiderio di non essere assenti dal tavolo della ricostruzione e degli affari. Questi ultimi riguardano soprattutto lo sfruttamento dei ricchi campi petroliferi.
Non a caso il nostro contingente si è attestato nella zona di Nassiriya dove agli italiani dell'ENI il governo iracheno, pensando alla fine dell'embargo, aveva concesso - fra il 1995 e il 2000 - lo sfruttamento di un giacimento petrolifero, con 2,5-3 miliardi di barili di riserve: quinto per importanza tra i nuovi giacimenti che l'Iraq di Saddam voleva avviare a produzione».
fonte: Radio Capital
martedì, 06 giugno 2006
Pubblico questo appello per il ritiro delle truppe italiane. I primi firmatari sono una garanzia per quello che vi è scritto. Si può sottoscrivere qui."Questo appello, scritto nell’ora tragica in cui le vittime di guerra italiane dei due teatri di guerra Iraq e Afghanistan, tornano in Italia per ricevere i funerali di Stato, cade anche nel momento in cui il nuovo Parlamento della Repubblica inizia i suoi lavori. Vorremmo che fosse un nuovo inizio o meglio una svolta. Una decisa svolta in politica estera con scelte coraggiose per una vera politica di disarmo, per attuare con scelte concrete l’art.11 della nostra Costituzione.Poiché, secondo l’art. 11, non è possibile usare la guerra come mezzo per risolvere le crisi internazionali, la prima scelta che si impone, che chiediamo al nuovo Parlamento, è quella di interrompere le missioni militari in teatri di guerra e ritirare le truppe italiane dall’Iraq e dall’Afghanistan.L’unica verità della guerra sono le sue vittime.Purtroppo in tanti ci accorgiamo di questa verità solo quando le vittime sono i soldati italiani e fatichiamo a realizzare questa stessa verità quando le vittime non le vediamo, sono “altre”, anche se abbiamo saputo in modo indiretto che migliaia di persone sono state trucidate a Falluja, a Ramadi, torturate ad Abu Ghraib, bombardate nei villaggi afgani o saltate in aria e mutilate dalle clusters bombs sia in Afghanistan che in Iraq.Ma se è vero che l’unica verità della guerra sono le sue vittime, se è vero che in nome di questa verità migliaia di persone sono scese in piazza con la bandiera arcobaleno nel nostro paese, reclamando una politica di pace, allora Vi chiediamo, facendo appello alla libertà di coscienza, ed al rispetto dell’art. 11 della nostra Costituzione, di porre fine alla presenza militare italiana in Iraq e in Afghanistan, decidendo di non rifinanziare queste missioni di guerra.Le missioni di pace devono tendere alla pacificazione e alla ricostruzione, pertanto dovrebbero essere senza armi, a nostro parere, senza eserciti, fondate sulla cooperazione con gli altri popoli, sulla diplomazia, sul dialogo e la solidarietà. L’intero sistema di intervento va ripensato all’insegna di una nuova politica estera.Ma per l’immediato, per salvare vite umane, per interrompere la spirale di morte, per operare una pressione internazionale che provochi la fine delle occupazioni militari, chiediamo che il Parlamento italiano dia un segnale forte di discontinuità, immediatamente e senza ambiguità.Il nostro saluto sia con le parole di Gandhi:“Non c’è una strada che porta alla pace, la pace è la strada”PRIMI FIRMATARI:Luigi Ciotti, Tonio Dell’Olio, Gino Strada, Alex ZanotelliI primi firmatari di questo appello sollecitano l’adesione di tutte le persone e le associazioni che si sentono impegnate per la pace e la difesa dell’art.11 della Costituzione per rendere visibile l’ampia unità del popolo della pace."
sabato, 28 gennaio 2006
Ricordate "Nato il quattro luglio", "Platoon" o "Full Metal Jacket" a proposito della guerra in Vietnam? Beh, la storia continua a ripetersi ai giorni nostri. Se conoscete qualcuno che crede ancora nella guerra o in questa amministrazione americana, fateglielo leggere. Tratto da Peacereporter
| Al diavolo tutto |
| La tragica fine di un soldato come tanti, rovinato dalla guerra in Iraq |
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Sette mesi di Iraq l’avevano piegato, ma non sconfitto. E’ stato il ritorno in patria a peggiorare la situazione. Quella che doveva essere la vita normale di un uomo di 35 anni non era più tale. L’insonnia, gli incubi, il divorzio dalla moglie dopo 11 anni. I lavori persi perché non riusciva più a stare in mezzo alla gente, i debiti da pagare. E soprattutto la sensazione di essere stato dimenticato dallo stesso Stato che gli aveva rovinato la vita mandandolo in guerra. Douglas Barber, un riservista dell’Alabama, a un certo punto ha capito che non ce la faceva più. Ha mandato le ultime e-mail ai suoi amici, ha avvertito la polizia delle sue intenzioni e ha registrato un messaggio d’addio nella segreteria telefonica: “Se state cercando Doug, sappiate che lascio questo mondo. Ci vediamo dall’altra parte”. E dopo mezz’ora di inutili tentativi di dissuaderlo da parte degli agenti accorsi a casa sua, clic. Douglas Barber si è sparato un colpo di fucile alla testa.
La malattia. Ovviamente, non si tratta del primo veterano americano che si toglie la vita. Quelli suicidatisi dopo il Vietnam si contano a decine di migliaia, per quanto riguarda l’Iraq la macabra cifra si aggira al momento sulle 100 unità. E la sua storia sembra quella di tanti altri soldati della “guerra al terrorismo”. Ci vanno entusiasti, convinti di difendere la patria, ma a poco a poco l’idea che si fanno di questa guerra è un’altra. Ma a differenza di tanti casi simili, quando chi sta male tende a tenere tutto dentro di sè, i problemi di Doug erano conosciuti da molti. Lui ne parlava apertamente a chiunque. Partecipava ai forum dei veterani, si faceva intervistare volentieri, non si vergognava delle sue ansie. “Se sono in pubblico mi innervosisco subito”, aveva detto in un recente sfogo. “Non sopporto stare al chiuso con altra gente, e non mi piace neanche all’aperto. Sono sempre all’erta, se vedo un movimento improvviso in una folla mi insospettisco”. Sintomi tipici del PTSD, il disordine post-traumatico da stress. La depressione che colpisce almeno il 20 per cento dei soldati di ritorno dall’Iraq e dall’Afghanistan, cioè decine di migliaia di persone
L’esperienza in Iraq. Barber, un camionista riservista della Guardia Nazionale, fu richiamato in servizio attivo nella primavera 2003, allo scoppio della guerra in Iraq. Dopo due mesi di addestramento fu mandato di stanza nel cosiddetto “triangolo sunnita”, l’area più colpita dagli attacchi dei guerriglieri. Portava rifornimenti dalla base all’aeroporto di Baghdad, di conseguenza ogni giorno sapeva che il suo veicolo sarebbe potuto saltare su una mina, o essere centrato da un colpo di mortaio. Alcuni iracheni che facevano piccoli lavoretti alla base americana venivano uccisi dagli insorti. “Il ragazzo da cui compravi sigarette la mattina poteva essere quello che sparava contro di te alla sera. Era impossibile capire di chi fidarsi e di chi no. Cercavo di aiutare molti di loro, ma a volte mi domandavo: questo è un uomo con una famiglia da mantenere o un ribelle che vorrebbe uccidermi? E’ un mio amico o un feddayn?”, aveva raccontato in un’intervista. Dettagli che potevano costare la vita a tutti i soldati. “Ma molti dei miei compagni non si confrontavano con gli altri. Imbottigliavano i loro sentimenti, per paura di sembrare deboli. Uno dei motti dei militari è ‘Fuck it, drive on’. ‘Fanculo tutto, bisogna andare avanti’. Lo si scriveva anche sui muri della base: F.I.D.O.”.
La delusione del ritorno. Ritornato a casa, nel gennaio 2004, Douglas aveva cercato l’aiuto psicologico nelle strutture mediche per veterani. Ma la risposta era stata deludente: gli fu concessa una seduta ogni cinque mesi, uno psichiatra gli prescrisse otto diversi anti-depressivi di cui imbottirsi. “Mi sento così solo e abbandonato”, confessò a un giornalista. “Avrebbero dovuto prendersi cura di me al mio ritorno. Bush aveva addirittura detto che nessun soldato sarebbe stato lasciato indietro, una volta tornato a casa. E’ la bugia più grande che abbia mai sentito”. Alla fine, dopo tante battaglie, aveva ottenuto l’invalidità del 50 per cento, che sarebbe diventata del 100 per cento in breve tempo. I suoi amici pensavano fosse in ripresa. Ma i demoni dentro di lui c’erano ancora. “Quando abbiamo lasciato gli Usa eravamo...innocenti. Quello che abbiamo visto in Iraq ci ha tolto l’innocenza”. A lui, anche la voglia di vivere. Fanculo tutto. Ma di andare avanti, non ne aveva più la forza.
lunedì, 23 gennaio 2006
Nonostante i livelli vergognosi a cui è giunto il dibattito politico, e più in generale la qualità della politica, e dei politici, in Italia, non raggiungiamo certo gli Stati Uniti. Se ci passi una o due settimane, hai solo il tempo di restare meravigliato da questa nazione di nazioni, ammirarne la diversità e la ricchezza, in tutti i sensi (gente, razze, paesaggi, città, stili di vita, culture, lingue, tradizioni, iniziative). Se ci stai un mese inizi a farti un quadro della situazione. Se ci stai tre mesi, e ti prendi il tempo di leggere qualche giornale, guardare la tv, parlare con gli abitanti, farti un giro nei quartieri più degradati, quelli dietro l'angolo ma nascosti, o solo farti una passeggiata in downtown dopo le 10 di sera, cominci forse a capire cos'è veramente questo Paese.Una nazione troppo grande per esserlo veramente, ha una capitale politica che vive completamente staccata dal resto del paese. E può permettersi di non guardare in faccia le conseguenze delle sue decisioni, di non dover rispondere direttamente alle persone delle proprie malefatte. Cosa che sarebbe impossibile in Europa e in Italia. E, credetemi, i repubblicani stanno facendo veramente delle cose scandalose, repellenti, improponibili, vergognose, indecenti, diaboliche, ...Credo che i post sulla guerra in Iraq pubblicati su questo sito dimostrino in parte l'operato di questo partito allucinante. Un partito che impugna la religione per giustificare la guerra, che si sente (o si finge) investito dal divino per scacciare il male nel mondo. Che ha spaventato una nazione intera e la tiene così in pugno, con messaggi brevi, concisi e diretti allo stomaco degli americani. La Washington repubblicana è squassata dagli scandali, a partire dalla corruzione e dal caso Abramoff, che coinvolge numerosi politici del partito, che sfiora il Presidente e le più alte cariche dello stato (il leader repubblicano al Congresso si è dimesso da poco). Per non parlare delle intercettazioni ordinate da Bush, ancora prima dell' 11/9. E i casi di abuso d'ufficio e spergiuro perpetrati da repubblicani verso chi avversava la guerra e i metodi di Bush, che sono oggetto di indagini che coinvolgono Cheney (il suo capo-staff si è dimesso perchè principale indagato) e Karl Rove, mente geniale e diabolica che ha fatto vincere le ultime elezioni a George conquistando i voti degli statunitensi più conservatori, religiosi e fobici degli States interni. E che ora sta per lanciare la campagna elettorale repubblicana per le elezioni di medio termine di novembre, attaccando i democratici sulle loro posizioni riguardo alla lotta al terrorismo e intercettazioni. Senza chiaramente citare gli scandali che coinvolgono direttamente lui e il partito repubblicano.Attaccherà i democratici perfino sulla loro avversione ad un taglio delle tasse. E' bene ricordare che il debito pubblico americano sta crescendo in maniera spaventosa, assieme al suo debito verso l'estero per il forte consumo di beni importati, e rappresenta una minaccia per la stabilità finanziaria internazionale. Inoltre il costo della guerra in Iraq per gli americani, secondo il premio nobel Stiglitz, toccherà quota 2 trilioni di dollari (1.600 miliardi di euro, 3.200.000 miliardi delle vecchie lire). Questo è il costo per non aver trovato armi di distruzione di massa, per non aver reso il mondo più sicuro, per avere il petrolio a 70 dollari al barile. Chiaramente questi soldi, pagati dagli americani tramite le tasse, sono finiti nelle tasche delle multinazionali che producono armamenti e servizi all'esercito, al sistema sanitario e ai militari arruolati. Con una sproporzione raccapricciante: mentre un soldato al fronte guadagna tra i 2.000 e i 3.000 dollari al mese, i dipendenti delle multinazionali come la Halliburton (partecipata dal vice presidente Cheeney, tra i più fervidi sostenitori della guerra), che guidano il camion che porta i pasti alle mense, arrivano a guadagnare anche 10.000 dollari al mese. Lo facessero poi bene, questo servizio all'esercito! Ultimo scandalo uscito, la Halliburton, pur sapendo, ha fornito per un anno acqua contaminata e non trattata ai soldati al fronte. Ebbene, in questa situazione assurda di crescita del debito pubblico, i repubblicani propongono un taglio delle tasse, cavalcando il motto che meno tasse uguale più dinamismo economico uguale più benessere per tutti. Quando le statistiche dimostrano che il 90% dei tagli delle tasse hanno favorito il 10% della popolazione più ricca del paese. C'è un tale livello di corruzione, doppiogiochismo, crudeltà, violenza, insensibilità in questo partito che ha lo stomaco di mandare la gente a morire al fronte per una guerra falsa e poi guadagnarci sopra miliardi di miliardi, senza che nessuno dei loro figli sia volontario nell'esercito o anche solo arruolato, che è difficile capire come queste cose possano conciliarsi in una mente sana.
Ma la cosa che mi fa incazzare di più sono gli europei. Ciascun paese, a suo modo, cerca di fare il proprio interesse personale nella situazione. Anzichè puntare a creare una vera Unione Europeo, un continente che sia d'esempio al mondo su come un'altra via sia possibile. E a chi dice che è sempre stato così, che ciascuno fa il suo interesse, rispondo che questo è un interesse di breve termine, e che mette a serio rischio l'interesse di lungo termine di ciascuna nazione. E mi fanno incazzare quegli economisti che prendono ad esempio gli Stati Uniti, senza fare distinguo e premesse. Come questo articolo su lavoce.info sugli orari di lavoro. In cui si sostiene che noi europei dovremmo lavorare più ore, perchè gli statunitensi, che lavorano di più, hanno una crescita maggiore. Lavoreremo anche di meno, ma abbiamo praticamente la stessa produttività per ore lavorate, e abbiamo in media un anno e tre mesi in più di vita (78,2 contro 76,9), mentre negli States la popolazione sotto la soglia di povertà è il 17% (contro il 7,5% della Germania e il 5,1% della Finlandia). Senza parlare di altri indacatori QUALITATIVI, che questo tipo di economisti ignorano totalmente (interessante a proposito l'ultimo libro di Rifkin, Il sogno Europeo). E che dimenticano sempre di citare che parte di quella crescita è alimentata dall'industria militare, un'industria e una crescita inaccettabili per mio conto. Quanto pesa? Non lo so di preciso, vi faccio solo notare che il costo della guerrà in Iraq, stimato da Stiglitz, supererà di un buon 20% l'intero nostro prodottto interno lordo, e nelle stime più conservative sarà pari a circa l'80%. Questi costi andranno ad aumentare il Pil americano. Ne abbiamo di ore da lavorare!!!
P.S. Anche se qualche volta qualche termine mi scappa, cerco di usare la parola "statunitensi" al posto di "americani", perchè c'è tutto un continente, quello Sudamericano, che merita rispetto e distinguo; e "amministrazione statunitense" al posto di "statunitensi", perchè spesso una nazione non si riconosce nei suoi rappresentanti politici.
venerdì, 20 gennaio 2006
La 'peace mom' che ha sfidato Bush è nel nostro Paese per continuare la sua lottatratto da
PeacereporterCindy Sheehan, la peace mom simbolo dell’impegno pacifista americano in seguito al suo “accampamento” di 26 giorni davanti al ranch del presidente George W. Bush, a Crawford (Texas), dove chiedeva semplicemente d’incontrare il politico e chiedergli perché suo figlio Casey fosse morto a Baghdad, è arrivata in Italia. Protagonista ieri a Venezia di un dibattito sulla guerra in Iraq, Cindy ha ingranato subito la quarta puntando il dito tanto sul proprio governo quanto su quello italiano, colpevoli entrambi di portare avanti una politica di guerra. “Ma se la guerra va contro la Costituzione italiana e americana, perché lasciare che questi leader facciano qualcosa d’illegale contro la costituzione? Se noi non possiamo infrangere la legge, perché loro lo possono fare? Non sono meglio dei criminali. Chiedo che qualcuno risponda della morte di mio figlio, dei 2200 morti americani, dei morti civili iracheni. Le truppe devono lasciare l’Iraq. Le truppe non sono la soluzione del problema, ma rappresentano il problema”. Cosa propone allora?“Ci dobbiamo sbarazzare delle tre B: Bush, Blair e Berlusconi, togliere loro il potere e fare in modo che prendano il loro posto delle persone che possano governare con saggezza e integrità. Adesso c’è un elefante nel negozio di cristalli e fin tanto che resterà, continueranno i danni. I cristalli che sono stati infranti non potranno mai essere messi a posto dall’elefante!”. Blair è appena stato rieletto, Bush poco prima. Solo in Italia si avranno elezioni a breve...“Dobbiamo renderci conto che non importa il colore della pelle, il linguaggio, eccetera. Facciamo tutti parte dell’umanità e in quanto membri di questa comunità globale, dobbiamo unirci e lavorare tutti insieme e far sì che i nostri leader inizino ad utilizzare le parole per risolvere i problemi e non gli omicidi”. Durante il suo soggiorno in Texas, ha mai temuto per la sua incolumità?“Quando ero a Crawford ho ricevuto minacce di morte. Lo stesso sceriffo della contea era preoccupato per la mia sicurezza tant’è che mi chiese di dormire in città oppure al chiuso. Per un po’ ha avuto delle guardie del corpo, però non ho paura. Cosa possono fare? Uccidermi? La mia missione continuerà anche dopo di me”. Ha detto che voleva parlare col presidente degli Stati Uniti prima che il figlio di un’altra madre morisse. Perché sta ancora aspettando?“Per due ragioni: perché è un codardo e non ha risposte. Io sto ancora aspettando di conoscere qual è la nobile causa per cui mio figlio è morto”. C’è qualcuno del mondo politico americano che le ha dato il proprio sostegno?“Molti senatori e membri del congresso. John Kerry mi ha semplicemente detto di continuare a fare quello che faccio perché lo faccio bene e così mi ha detto anche la senatrice Hillary Clinton. Però per me quelli che non chiedono il ritiro immediato delle truppe sono complici della guerra in Iraq e dei crimini del mio governo. Ci sono due membri del Partito Repubblicano che mi hanno sostenuto, due membri della Camera dei Rappresentanti: Ron Paul (Texas) e Walter Jones (North Carolina). Da Camp Casey a dove?“Non mi fermerò finché le truppe non rientreranno dall’Iraq. Le persone m’invitano a parlare. Dopo l’Italia andrò direttamente in Venezuela, in marzo in Germania, ad aprile torneremo a Camp Casey per le festività pasquali. Il fatto di collaborare, rappresentare, dialogare con il Movimento Internazionale della Pace è per me fonte di energia. Viaggio continuamente. In ogni posto c’è un Camp Casey, purtroppo ci sono persone come me che soffrono per la perdita dei propri cari e dobbiamo fermare tutto questo prima di crearne ancora, ancora e ancora, e ancora, e ancora”.
martedì, 10 gennaio 2006
Credo che non si possa razionalmente capire fino in fondo cos'è la guerra, perchè essa è la negazione della ragione. Forse però si può capirne l'assurdità da piccoli episodi come questo. Lo trovo struggente nella sua semplicità. E' stupefacente pensare alla forza d'animo di queste persone, all'amore di una madre che cerca di vivere il Natale anche in una situazione semplicemente assurda. Tratto da Michael Moore.
"New York - Una madre di New York racconta che ha speso circa 3.000 dollari per protezioni antiproiettile - un regalo di Natale per suo figlio arruolato nei Marines e dispiegato in Iraq. Elaine Brower ha detto che suo figlio, James Brower, le ha dato una lista di articoli datagli dai suoi amici Marine, per acquistare protezioni antiproiettile.
James Brower è stato dispiegato in Afghanistan, ma quando è tornato indietro è diventato un ufficiale della Polizia di New York. Ora è stato riassegnato come riserva in Iraq e quando sua madre gli ha chiesto cosa volesse per Natale, ha risposto "un giubboto antiproiettile".
Elaine Brower ha effettuato l'acquisto on line per 2.200 dollari. Inoltre ha speso 800 dollari per una protezione per le gambe di suoi figlio, come ha riportato domenica il New York Daily.
James Brower ha assistito Marine e soldati che hanno perso arti in Iraq alla maratona di New York e che gli hanno suggerito protezioni per le gambe - specialmente per proteggere l'arteria femorale.
Il figlio le ha detto che tutti gli articoli gli stanno bene e sono comodi e la madre sta preparando una richiesta di rimborso di 1.110 dollari grazie ad un recente provvedimento dal titolo "Richiesta di rimborso e pagamento per acquisti privati di equipaggiamento di protezione, sicurezza o medicale usato in combattimento"."
Nella folle America anche la sicurezza dei soldati viene relegata al mercato, ma puoi sempre avere uno sconto sulle tasse sui tuoi acquisti. In questi giorni è stata pubblicata un'indagine riservata del Pentagono secondo la quale l'80% dei soldati morti per ferite nella parte superiore del corpo potrebbero essersi salvati con adeguate protezioni, che però il Governo si è rifiutato di acquistare per questioni di budget. Also that's America!
martedì, 27 dicembre 2005
Pubblico la lettera di uno dei giornalisti che hanno realizzato il servizio sull'uso di bombe al fosforo a Fallujah.
"Mi sarebbe piaciuto incontrare ognuno di voi, stringervi la mano, scambiare qualche idea, ma ovviamente non e' stato possibile. Ci siamo incontrati attraverso il web. Vi devo dire soprattutto grazie perché non mi avete fatto sentire solo durante questa esperienza, che nella carriera di un giornalista capita una sola volta nella vita, se mai capita. Vi ringrazio per le belle parole che mi avete scritto soprattutto per i sentimenti di stima, ma anche per i consigli (alcuni di voi si sono rivelati ottimi corrispondenti e ci hanno inviato utili informazioni ) e per le critiche che ci hanno aiutato a ragionare e migliorare nelle risposte agli attacchi.
Grazie perché, provengono dall'unico padrone che riconosco " il pubblico". Al coperto delle vostre grandi spalle e’ facile anche per un “Davide” come me tirare sassi contro “Golia”, e questa volta Golia ce lo siamo scelto veramente grande e grosso!
Dovunque andiamo riceviamo la gratitudine della gente per aver restituito credibilità al servizio pubblico, abbiamo restituito la speranza di essere informati, di conoscere la verità.
E’ stata un’esperienza bellissima, di quelle che riempiono una vita professionale e restano nella nostra vita e nei nostri cuori, probabilmente irripetibile per argomento e congiunture “astrali” che hanno coinvolto pubblico, politici e quelle che amo definire le “anomale tribù giornalistiche”. E’ stata un’esperienza irripetibile anche perché ci siamo trovati prima contro poi a fianco colossi dell’informazione come il New York Times, la Bbc, il Corriere della Sera, L’Espresso, Panorama, movendoci all’interno del tangibile imbarazzo dell’azienda che ha preferito non trasmettere in prima serata l'inchiesta. Combattendo contro tutti i mali dell'informazione italiana e non solo: quello dell’informazione embedded, autoreferenziale, narcisista, quella semplicemente piegata al potere.
Sono intervenuti strateghi militari di fama mondiale, mezzi maghetti e altro ( gli stessi apparati e giornalisti che vedevano all'inizio della guerra armi di distruzione di massa e pistole fumanti ovunque) che hanno tentato di attaccare e delegittimare l'inchiesta dicendo che i morti mostrati erano stati troppo al sole (come se fossero morti per un'insolazione) o dicendo che il fosforo non uccide, tentativi maldestri che sono stati rispediti al mittente con le ammissioni dello stesso pentagono, e con la richiesta di una commissione internazionale da parte della Commissione europea. Lo stesso N.y. Times ha chiesto al governo Usa la moratoria delle armi al fosforo. Avevamo anche raccolto testimonianze sull'utilizzo di altre armi non convenzionali da parte degli Usa ma a riprova della nostra serietà non avendo la prova filmata, non abbiamo ritenuto di farne denuncia.
Eppure l'inchiesta denunciava 1) dei corpi che presentavano anomalie, 2) un bombardamento al fosforo sui quartieri di fallujah; ma anche violazioni di diritti umani, torture, ragazzi uccisi con un drappo bianco in mano, la croce usata come sfregio nelle moschee. Di tutto questo non si e' potuto parlare, si e' discusso solo se il fosforo era o meno un'arma chimica e se quei morti erano o meno compatibili con quel tipo di agente chimico. Anche a questo abbiamo risposto, abbiamo pubblicato documenti della Cia che nel 1995 riferendosi a un bombardamento con ordigni al fosforo effettuato da Saddam Hussein nel 1988 sui Curdi, lo definiva chiaramente e inequivocabilmente un bombardamento con armi chimiche.
A chi vuole prendervi per il naso raccontandovi che e' un'arma incendiaria, va ricordato che e' da considerasi tale solo se usata nei modi consentiti, cioè come tracciante ( guarda caso la prima versione del pentagono sull'uso del fosforo) o come schermo per i movimenti delle truppe. Ma se usata contro le persone, come dice chiaramente Peter Kaiser, portavoce dell'OPCW, l'ufficio Onu per il divieto dell'uso di armi chimiche, in un'intervista che e' sul nostro sito, "e' da considerarsi arma chimica" !
A testimonianza che la nostra denuncia e' fondata, qualificati organismi internazionali hanno presentato la richiesta per l'istituzione di una commissioni d'inchiesta.
Mi scuso con voi per il ritardo con cui vi ho risposto ma la mia casella postale e' ancora fuori uso per le oltre 1000 mail che ci sono arrivate. Sono a vostra disposizione per qualsiasi delucidazione , potete contattarmi all' indirizzo s.ranucci@rai.it, dal 1 gennaio sarà nuovamente funzionante. Con l'occasione vi porgo i miei più sinceri auguri di buon 2006.
Grazie anche a nome dell’informazione
Sigfrido Ranucci
Roma, 27 dicembre 2005"
martedì, 27 dicembre 2005
Credo che ci siano diversi modi per dimostrare che la guerra in Iraq non ha senso, e magari qualcuno è già emerso in questo blog. Ma vorrei invitare a riflettere su un particolare punto di vista.
E' chiaro che il regime di Saddam Hussain non rappresentava una minaccia reale per l'Occidente e gli Stati Uniti. NON sto dicendo che era giustificabile, nessun regime dittatoriale lo è, sto solo sostenendo che la motiviazione che ha mosso la guerra (armi di distruzione di massa e collegamento con Al Quaida) è stata dimostrata come falsa e quindi la guerra si è basata su una menzogna. Bush e l'amministrazione americana ora vengono a dirci che non lo sapevano al tempo, ma che la guerra è comunque stata giusta, perchè ha fatto cadere un regime dittatoriale come quello di Saddam Hussain, che rappresentava una minaccia.
Per chi? Per il mondo? L'unica volta che l'Iraq ha attaccato una nazione straniera (anche se il Kuwait ha fatto parte dell'Iraq per 400 anni prima della spartizione, nel 1960, da parte degli inglesi) c'è stata la prima Guerra del Golfo che ha sistemato le cose, poi più niente (la segnalo come voce, perchè non l'ho potuta verificare, ma pere che ci sia stato un referendum tra i kuwaitiani e la maggior parte di loro vorrebbero tornare a far parte dell'Iraq). Ma torniamo a questa guerra. Attualmente l'Iraq è sottoposto all'invasione americana. Bene, se la guerrà è basata su una menzogna, credo che dovrebbero essere i cittadini iracheni a decidere se gli americani debbano restare o meno, come dovevano essere loro a decidere se ribellarsi contro Hussain. L'Occidente doveva agire in altre vie, ma non con un'invasione che ha ucciso più di 27.000 iracheni e più di 2.000 americani. Ebbene, secondo un sondaggio condotto da ABC News, Time e altri media, il 65% dei 1.711 iracheni intervistati sono contro la presenza americana in Iraq, e la metà vuole che se ne vadano presto. Il 59% pensa che gli americani abbiano agito male dall'invasione in poi.
Certo, la storia non si fa con i sè ed i ma, ed ora bisogna guardare avanti e con fiducia al futuro dell'Iraq, cercando il modo migliore per risolvere il disastro creato. Ci saranno senz'altro anche buoni frutti. Ma quello che stiamo discutendo è se il metodo utilizzato, la guerra preventiva (che già è una bestemmia), basata su menzogne (è una bestemmia ancor più grossa), con il vero intento di assicurarsi la stabilità nelle forniture di petrolio (questa è pura blasfemia), sia un metodo accettabile per le democrazie occidentali. Secondo me non lo è affatto.
Principalmente per due motivi: primo, la maggioranza degli iracheni, il popolo sovrano in questo caso, non volevano l'invasione americana (infatti non mi risulta che ci sia stato un appoggio dall'interno all'invasione). Se l'Iraq non era una minaccia per gli Usa e l'Occidente, doveva essere il popolo a chiedere un eventuale intervento armato. L'Occidente doveva agire dall'esterno. Secondo: l'America vuole esportare la democrazia, ma vuole il petrolio perchè il suo stile di vita non è in discussione (parole del governo americano stesso). Come sappiamo da studi economico-ambientali molto seri (a partire dal metodo dell'impronta ecologica) lo stile di vita americano comporta la necessità di avere almeno 2 pianeti per produrre tutte le risorse necessarie e assorbire i rifiuti prodotti (se tutti i paesi adottassero questo stile di vita i pianeti necessari sarebbero addirittura 5). Non è quindi possibile esportare lo stile di vita americano in tutto il mondo. Questo vuol dire che non può essere rispettato uno dei principi fondamentali di ogni democrazia occidentale (intensa non come forma di governo ma come insieme di valori), e cioè che ogni cittadino ha pari diritti. Infatti se tu sostiene che vuoi esportare la democrazia in tutto il mondo ne deriva che tutti i cittadini del mondo hanno pari diritti.
In realtà in molte democrazie occidentali, certamente in quella americana, e anche in quella italiana, i poteri economici e finanziari tradiscono di fatto il principio di uguaglianza, e tendono a conservare uno stato delle cose in cui vigono gerarchie e precedenze. Ed è questo che l'amministrazione americana vuole esportare in Iraq, un sistema "democratico" in cui è possibile corrompere le autorità, che formalmente sono irachene, per favorire questo o quel gruppo di potere. Nel film Syriana un avvocato ad un certo punto dice "Corruption? Corruption is why we win!" (La corruzione? La corruzione è la ragione per cui noi vinciamo). Si tratta solo di stabilire cosa vuol dire "noi". Non certo il popolo.