sabato, 08 luglio 2006

È emergenza sanitaria, spostate intere fabbriche - da Repubbica del 03.07.2006

Federico Rampini
Era da vent´anni che non avevo un´influenza o una bronchite, e neppure un banale raffreddore. Da un mese invece mi affligge una tosse fastidiosa e tenace, con catarro, mal di gola, abbassamento della voce, bruciori agli occhi. Sono stato a farmi visitare dai medici di Bailey, un ospedale privato usato dagli stranieri a Pechino nel quartiere delle ambasciate. Il primo responso dello specialista, un giovane professore formato a Hong Kong, di fronte alla radiografia dei miei polmoni è stato: «Smetta subito di fumare». Ho obiettato di aver già smesso molti anni fa a San Francisco, costretto dal proibizionismo anti-fumo californiano. Il medico ha allargato le braccia sconsolato. «Ah, lei vive in permanenza a Pechino da più di due anni? Allora tutto si spiega: benvenuto fra noi». Stare un giorno in mezzo allo smog di Pechino equivale a fumare almeno un pacchetto di sigarette. La patologia che ora colpisce anche me è la sindrome cinese, ben nota a tutti gli stranieri che si sono trasferiti ad abitare qui.
Migliaia di occidentali sono già passati attraverso la stessa "rivelazione" prima di me. Alcune multinazionali americane stanno decidendo di accorciare i periodi di rotazione dei loro dirigenti in Cina, per paura di essere trascinate in tribunale con richieste di indennizzi miliardari di fronte al primo caso di un manager che si prenda il cancro ai polmoni dopo essere stato qualche anno a Pechino, Shanghai o Canton. A noi stranieri i medici vietano tassativamente di fare esercizio fisico all´aperto, un consiglio ignorato da milioni di cinesi che ogni mattina all´alba invadono parchi e giardini per il rito del tai-chi. Pechino con oltre venti milioni di abitanti è già vicina ad avere tre milioni di automobili, eppure la motorizzazione privata è solo agli inizi: si stima che le vetture in circolazione quintuplicheranno nei prossimi 15 anni. Già così il solo traffico rovescia ogni giorno nel cielo della capitale 3.600 tonnellate di emissioni carboniche e particelle cancerogene. L´aria di Pechino - come quella di Shanghai, Canton, Shenzhen, Chongqing, Nanchino, Tianjin, Chengu e decine di megalopoli cinesi che ormai superano la soglia dei dieci o anche venti milioni di abitanti - è quasi irrespirabile in tutte le stagioni, con punte di emergenza estreme quando l´afa estiva accentua il disagio dell´ozono e dello smog «fotochimico» aggravato dall´intensità dei raggi ultravioletti.
Sedici delle venti città più inquinate del pianeta oggi sono cinesi, secondo i dati della Banca Mondiale. All´inizio della sua rincorsa al capitalismo globale e alla crescita economica la Cina era il regno della bicicletta - nei primi anni Ottanta c´era mezzo miliardo di ciclisti - oggi si avvicina ai 30 milioni di auto. Ne avrà 130 milioni entro il 2020. Quanto ossigeno avremo ancora da respirare, per allora?
Eppure su Pechino il governo cinese sta investendo sforzi e risorse eccezionali, in vista delle Olimpiadi del 2008: un appuntamento decisivo per la consacrazione del prestigio internazionale della Nuova Cina, ma che rischia di essere rovinato da una nube tossica di smog che può rendere la capitale impraticabile sia per gli atleti che per i milioni di visitatori stranieri. Consapevoli di questa minaccia, le autorità hanno iniziato a muoversi con largo anticipo, per esempio inaugurando il trasloco forzato di quasi tutti i grandi impianti industriali: fino a poco tempo fa infatti dentro il perimetro urbano di Pechino c´erano ancora altiforni siderurgici e impianti petrolchimici. Ma i rimedi adottati si stanno rivelando dei palliativi inefficaci.
In questa «delocalizzazione interna» al paese molte fabbriche si sono spostate di poche centinaia di chilometri, scaricando nelle regioni limitrofe un inquinamento che il più delle volte i venti restituiscono alla stessa Pechino. Di recente la capitale ha registrato una lunga serie di giornate irrespirabili, avvolte in una nebbia marrone densa e acre. Le autorità hanno dato la colpa ai contadini dello Hebei, la provincia immediatamente circostante a Pechino: ignorando i divieti, al termine dei raccolti gli agricoltori bruciano la paglia provocando gigantesche colonne di fumo che invadono l´atmosfera (anche questo è un sottoprodotto del benessere perché un tempo la paglia veniva conservata per scaldarsi d´inverno, oggi anche i contadini possono permettersi il carbone). Ma gli imputati restituiscono l´accusa con sdegno: con che coraggio la capitale fa queste prediche all´agricoltura, dopo aver trasformato lo Hebei nel suo immondezzaio industriale trasferendo le fabbriche che non vuole più in città? In ogni caso quest´anno il governo ha fallito clamorosamente i suoi obiettivi di risanamento fissati in vista delle Olimpiadi. Le «giornate cieli azzurri» su Pechino sono diminuite invece di salire.
Dall´inizio del 2006 solo 60 giorni hanno registrato una qualità dell´aria accettabile per la salute degli abitanti. Le conseguenze di questo sviluppo economico sugli esseri umani sono drammatiche. Ogni anno 600.000 cinesi muoiono di cancro ai polmoni, che è balzato in testa alla classifica dei tumori nella grandi città: rappresenta il 50% della mortalità per cancro fra gli uomini e il 35% fra le donne. Inoltre l´età media in cui il tumore ai polmoni colpisce sta abbassandosi velocemente. Negli ultimi trent´anni l´apparizione di questa malattia nei pazienti si è anticipata di dieci anni. Nel 1977 il cancro ai polmoni rappresentava il 18% dei tumori, oggi il 30%.
L´inquinamento preoccupa i dirigenti della Repubblica popolare anche perché è sempre più spesso una fonte di conflittualità sociale che in prospettiva potrebbe destabilizzare il regime. Secondo gli stessi dati ufficiali forniti dal Congresso nazionale dal 2001 al 2005 le autorità hanno ricevuto 2,53 milioni di petizioni di protesta per cause legate all´inquinamento. Si verificano con una frequenza crescente gli scontri violenti con le forze dell´ordine nei casi in cui i disastri ambientali contaminano le acque potabili e distruggono terreni coltivabili.
Il degrado ecologico della Cina non è soltanto un problema che riguarda un miliardo e trecento milioni di abitanti della nazione più popolosa del pianeta. Per molti anni l´Occidente ha contribuito ad aggravare questi problemi esportando in Cina le sue produzioni più inquinanti. Tuttora tra le motivazioni inconfessate che spingono molte multinazionali europee, americane e giapponesi a produrre in Cina, oltre al minor costo della manodopera c´è anche una legislazione ambientale meno severa della nostra. Ma oggi il fenomeno si ritorce contro di noi. Lo smog cinese - ivi compresi 26 milioni di tonnellate di anidride solforosa - viaggia sui jetstreams, attraversa i continenti e arriva anche nei polmoni di chi vive in Europa o in America. Le piogge acide che avvelenano i terreni agricoli cinesi arrivano sulle nostre tavole, incorporate nelle mele e in tutti i prodotti ortofrutticoli di cui la Cina è diventata il primo esportatore mondiale.
Salvare la Cina da un´apocalisse ambientale è una sfida mondiale. Da molti anni il Giappone dedica la maggior parte dei suoi finanziamenti pubblici alla Cina a progetti di cooperazione «verde». Ora anche l´Italia fa lo stesso. Si apre oggi a Pechino una settimana dedicata alla cooperazione italo-cinese per la tutela dell´ambiente. Sono già in stato di attuazione avanzata 57 progetti per la conservazione delle risorse, il risparmio energetico, la gestione delle acque, i nuovi sistemi di trasporto, l´agricoltura biologica. Tra le operazioni-pilota più interessanti: il nuovo edificio della facoltà di scienze ambientali dell´università di Pechino realizzato con tecnologie d´avanguardia made in Italy per il risparmio energetico e l´uso di fonti rinnovabili; l´uso delle biomasse come il letame suino per produrre energia; progetti forniti «chiavi in mano» dall´azienda dei trasporti pubblici di Roma (Atac) per un monitoraggio elettronico del traffico nei grandi centri urbani e la riduzione delle punte di smog automobilistico; gli impianti verdi forniti da grandi aziende italiane come la Merloni; la valutazione dell´impatto ambientale di mega-progetti come la controversa diversione delle acque dal Fiume Azzurro al Fiume Giallo per rispondere alla desertificazione di tutta la Cina settentrionale.
Sono iniziative importanti che avvengono su un frontiera cruciale per i nostri interessi vitali. Il nodo decisivo resta il modello di sviluppo cinese. Nonostante che le tematiche ambientali appaiano sempre più spesso in cima alle priorità nei discorsi dei massimi leader come il presidente Hu Jintao e il premier Wen Jiabao, nelle scelte quotidiane dell´apparato dirigente la realtà è diversa. A livello locale l´industrializzazione massiccia continua a fare premio perché appare come la scorciatoia più rapida per diffondere il benessere. Ottocento milioni di cinesi ancora oggi vivono nelle campagne, con un reddito che è un quarto degli abitanti delle città. La spinta irresistibile verso l´urbanizzazione fa esplodere i consumi energetici e l´inquinamento. E´ di questi giorni una significativa battuta d´arresto negli obiettivi di governo: Pechino ha ufficialmente rinunciato a misurare nella sua contabilità nazionale un Prodotto interno lordo «verde» che tenga conto dei costi ambientali dello sviluppo. Il Pil verde sarebbe risultato sensibilmente inferiore al Pil tradizionale, la cui crescita è un simbolo dell´ascesa della Cina come superpotenza mondiale.
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categoria:inquinamento, ecologia, sviluppo sostenibile
lunedì, 16 gennaio 2006
Tratto da Repubblica, 16 gennaio 2006.

Per lo studioso britannico, guru dell'ambientalismo, il clima è già al punto di non ritorno e per la civiltà umana non c'è futuro

LONDRA - "Prima della fine di questo secolo, miliardi di noi moriranno e le ultime persone che sopravvivranno si troveranno nell'Artico, dove il clima resterà tollerabile". Il catastrofico annuncio arriva da una fonte autorevole: James Lovelock. Il celebre scienziato inglese, guru dell'ambientalismo, negli anni '70 concepì la teoria di Gaia, il sistema attraverso il quale la Terra si autoregolamenta in modo da continuare a fornire le condizioni adatte alle forme di vita che la abitano.


L'allarme lanciato dallo scienziato sulle pagine del quotidiano The Independent non potrebbe essere più inquietante: anticipando il contenuto del suo nuovo libro, che uscirà nelle librerie britanniche il 2 febbraio con il titolo 'The Revenge Of Gaia' ('La vendetta di Gaia'), Lovelock afferma che ormai è troppo tardi per fermare il surriscaldamento globale e che sugli esseri umani si sta per abbattere una catastrofe di dimensioni peggiori di quanto finora si era previsto.

Il suo approccio olistico allo studio del 'sistema Terra' è del tutto unico: anzichè studiare singoli fattori indicativi dei cambiamenti climatici, Lovelock analizza come l'intero sistema di controllo del nostro pianeta si comporta una volta messo sotto pressione. Grazie a questo approccio, lo scienziato è riuscito ad identificare una miriade di meccanismi di reazione e controreazione che finora sono serviti a mantenere la Terra ad una temperatura più o meno fresca. Ora che il delicato equilibrio di Gaia è stato spezzato, conclude Lovelock, questi stessi meccanismi serviranno invece a rendere la Terra insopportabilmente calda.

Nel suo articolo per l'Independent, lo scienziato si sofferma su due esempi. In primo luogo, i ghiacci dei Poli sono finora serviti a riflettere i raggi solari, deflettendo così il calore. Con il loro scioglimento, la scura superficie degli Oceani aumenterà immagazzinando così più calore.

Il secondo esempio riguarda invece le polveri prodotte dalle industrie, che ricoprono con un sottile velo tutto l'emisfero settentrionale. Queste producono un fenomeno noto come 'oscuramento globale', che mantiene basse le temperature in maniera artificiale, impedendo che tutti i raggi solari raggiungano la superficie del pianeta. Ma con una riduzione dell'attività industriale e della produzione di gas inquinanti questa coltre potrebbe scomparire velocemente, causando un improvviso aumento delle temperature.

Secondo Lovelock è ormai troppo tardi per evitare la catastrofe. Anziché appellarsi ai governi mondiali affinchè si impegnino nella lotta all'effetto serra, lo scienziato consiglia invece di prepararsi al peggio e di cercare modi per assicurare la sopravvivenza della razza umana, prima che essa si trasformi in "una caotica calca governata da signori della guerra".

Tra le più scioccanti proposte contenute nel suo nuovo libro, vi è quella di "una guida per i superstiti dei cambiamenti climatici", per aiutarli a sopravvivere dopo il totale crollo della società umana. Scritta non in forma elettronica, ma "in forma cartacea e con inchiostro durevole", e dovrà contenere tutto il sapere scientifico basilare accumulato in migliaia di anni, come la posizione della Terra nel sistema solare ed il fatto che batteri e virus causano malattie infettive. Insomma un'ultima traccia dopo "la fine del mondo che conosciamo".
mercoledì, 11 gennaio 2006
Lo so, ogni tanto non resito e sono costretto a riportare direttamente post dal blog di Beppe Grillo che, attenzione leggete qui, è il blog che gode della maggiore credibilità d'Europa (misurata in termini di link di altri siti e blog) e il sito di maggiore credibilità italiano (davanti anche a tutti i giornali on line).

Ricordo quando vedevo Grillo in televisione da piccolo, lui era molto più magro di oggi, lo stesso livello di nervosismo travolgente, e la stessa ironia verso la politica, che al tempo non capivo e che quindi un po' mi annoiava. Non avrei mai immaginato che quel personaggio potesse diventare per me fonte di ispirazione.

Qualche giorno fa Grillo ha postato nel sito una serie di proposte condivisibilissime sul tema dell'energia (è chiarissima la mano del suo amico e collaboratore Maurizio Pallante), nell'ambito del progetto "Le primarie dei cittadini". Questa è la lettera di adesione del Presidente dei Verdi, Alfonso Pecorario Scanio.

"Caro Beppe,
dopo averne parlato con l’esecutivo nazionale, ti scrivo per comunicare l’adesione formale dei Verdi all’iniziativa “primarie dei cittadini” ed alle tue proposte per l’energia che, d’altronde, coincidono perfettamente con le nostre tesi ed il nostro programma. Ci impegneremo affinché l’Unione le accolga e le inserisca nel proprio programma di governo nella misura maggiore possibile. Il Sole che Ride è già impegnato, in tutte le amministrazioni locali e regionali in cui è presente, ad incentivare il risparmio e l’efficienza energetica, lo sviluppo di fonti sicure, pulite e rinnovabili e la mobilità sostenibile. Queste sono da sempre nostre priorità. "
Alfonso Pecoraro Scanio, presidente dei Verdi

Segnalo inoltre che è possibile stampare "La settimana" che riassume gli ultimi sette giorni del blog di Grillo. Mi pare una buona idea stamparlo e portarlo a casa o ad amici che non hanno la possibilità di collegarsi ad internet, quindi vi invito a farlo.
venerdì, 25 novembre 2005
Avete mai pensato cosa significhi perdere la risorsa più importante per la nostra sopravvivenza, l’acqua? Potremmo chiederlo alle centinaia di migliaia di cinesi e russi che in questi giorni sono costretti alla fuga dalle loro case o all’acquisto da privati di acqua per ogni necessità, a causa di un incidente in un impianto chimico cinese che sta devastando i fiumi Songhua e Amur.
Ci stiamo maledettamente abituando anche a questo nuovo termine: sfollati. Sfollati dalle città alluvionate, sfollati da un sito contaminato, sfollati per fame e carestia, tra qualche anno saremo sfollati dal nostro pianeta, se non ci diamo una mossa.
L’acqua è un simbolo ed emblema molto potente del rapporto tra uomo e natura: grazie ad essa è iniziata la vita sulla terra, noi non ne possiamo fare a meno, tutte le grandi civiltà e le città si sono sviluppate lungo le rive di corsi d’acqua, da essa ricaviamo cibo, energia, ristoro, con essa produciamo un sacco di prodotti. E via dicendo. Ma l’acqua simboleggia anche un rapporto tra uomo e ambiente sempre più corrotto e squilibrato: alluvioni e siccità legate ai cambiamenti climatici, inquinamento delle falde acquifere e dei mari, perfino fenomeni come lo Tsunami ci avvertono di un equilibrio sempre più fragile e precario.
Voglio parlare brevemente del rapporto che può sembrare più remoto, quello tra responsabilità umane e Tsunami: non sostengo che il maremoto sia una punizione per le colpe degli uomini. Sono gli uomini che si autopuniscono. E’ l’urbanizzazione sregolata e un’agricoltura intensiva, al servizio di puri interessi economici, che hanno amplificato moltissimo i danni e le perdite di questo disastro naturale, trascurando conoscenze millenarie delle popolazioni locali. La prova lampante riguarda le foreste di mangrovie, queste piante spettacolari che hanno protetto la terra e i suoi abitanti laddove sono state conservate. In tutta l’area del sud est asiatico esse portano il nome di Alaithi Kadukal che in lingua Tamil vuol dire proprio "la foresta che controlla le onde". Le mangrovie sono un ecosistema caratteristico dell’area tropicale, che storicamente copriva circa la metà dell’area costiera di questi paesi, con una funzione decisiva per l’alimentazione e la riproduzione delle specie marine e per la stabilizzazione della linea di costa. Alla fine degli anni ’90 si stima che l’estensione dell’ecosistema delle mangrovie sia stato quasi dimezzato. Dal 1975 a oggi, in Thailandia è stata convertita circa l’85% della superficie a mangrovie, mentre in Messico tra gli anni ’70 e gli anni ’90 se ne è perso il 65%. La distruzione di questo ecosistema trova origine prevalentemente nell’urbanizzazione (anche turistica), nell’agricoltura, nella creazione di allevamenti di gamberetti, nel taglio del legname.
Anche gli animali ci hanno insegnato qualcosa: gli elefanti, percepito l’arrivo del maremoto, sono fuggiti in massa sulle colline, salvando così anche i loro padroni e molta gente del luogo. A chi crede che un animale non sia un semplice organismo biologico, questa storia riscalderà il cuore. La tribù tailandese degli “zingari del mare” gli Moken è l’unica che non ha avuto vittime, perchè vive del mare ed anche sul mare e quando i suoi membri videro i segnali strani di scimmie urlare nei loro villaggi sulle rive del mare e gli uccelli invertire improvvisamente la rotta, presero le barche e si allontanarono dalla riva verso il mare aperto, dove l’onda viaggia veloce sotto la superficie.
Tornando al discorso dell’acqua come risorsa, oltre ai pericoli delle catastrofi naturali e della diretta responsabilità dell’uomo, non dobbiamo sottovalutare un altro rischio, molto insidioso ma all’opera da tempo anche da noi: sto parlando della privatizzazione dell’acqua. Viene da chiedersi come mai la Cina, sul cui territorio si concentrano più del 40 per cento delle risorse idriche mondiali, si trova ad affrontare una grave penuria d'acqua potabile e irrigua: mettendo al primo posto la crescita industriale, il governo di Pechino non si è infatti preoccupato di tutelare le risorse ambientali, con il risultato che attualmente un terzo dei corsi d'acqua è inquinato, mentre nelle città il 50 per cento dell'acqua non è potabile. E le vendite dell'acqua in bottiglia delle multinazionali come Danone e Nestlé esplodono grazie alla preoccupazione dei consumatori per la scarsa qualità dell'acqua del rubinetto.
Molte multinazionali stanno investendo da anni nel settore dei rifornimenti idrici. I “giganti dell’acqua” sono soprattutto due imprese francesi: la Vivendi, ex Générale des Eaux, e la Ondeo, ex Lyonnaise des Eaux. In Gran Bretagna ci sono Seven-Trent e la Thames Water, in Germania la RWE, in Italia, in seguito alla legge Galli, aziende come la romana Acea, la milanese Aem e la torinese Amt si sono estese sul territorio nazionale e in altri paesi. 
In Francia, dove la privatizzazione si configura come delega della gestione di un servizio pubblico a un’impresa privata, si è avuto un aumento medio del prezzo dell’acqua del 50%, a Parigi del 154%; gli utili delle imprese sono lievitati al 60-70% degli utili totali. Si aggiunga la scarsa trasparenza delle concessioni con il relativo incremento delle occasioni di corruzione.
 Nel Regno Unito la privatizzazione prevede l’esproprio di un bene comune e le imprese hanno fatto registrare utili esorbitanti, addirittura in altri paesi i costi dell’acqua sono diminuiti per i ricchi e aumentati per i poveri: è il caso di Manila, capitale delle Filippine. In Italia recentemente a Beppe Grillo e padre Alex Zanotelli è stato impedito di parlare del problema a Napoli, dove è in corso una controversia proprio sull’acqua e, cosa incredibile, dove sia città che regione sono in mano alla sinistra!
Non è possibile mercificare anche la più importante delle risorse, non è civiltà questa. Fortunatamente molte popolazioni iniziano a ribellarsi a questa situazione, a partire dall’America Latina, come ad esempio in Nicaragua o in Bolivia. Cosa si può fare localmente? Bere acqua di rubinetto, anziché in bottiglia, quando le condizioni locali lo consentono: costa molto meno, inquina molto meno (non ci sono camion sulle strade che la trasportano e imballaggi da smaltire) e generalmente è più sana. Si può sempre pensare di installare un filtro o un depuratore domestico, si ripagano in poco tempo. Da noi l’acqua costa ancora poco, ma sarebbe buona prassi sprecarne il meno possibile, sia con comportamenti accorti che con apparecchiature semplici e poco costose, come i riduttori di flusso, che permettono anche un notevole risparmio energetico.
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categoria:natura, inquinamento, sviluppo sostenibile
martedì, 08 novembre 2005
Sarà il mercato, la famosa "mano invisibile" di Adam Smith, a salvarci dal disastro ambientale verso cui il mondo sembra lanciato? Personalmente non credo che il mercato da solo sia la soluzione. Credo però che senza vera libera concorrenza, quella che non abbiamo quasi mai in Italia - tornerò sul tema dei monopoli e della loro dannosità per tutti noi - non ne verremo fuori. Assieme ad una sempre più ampia presa di coscienza dei consumatori sull'importanza e il potere delle loro scelte, ad una rigorosa e disinteressata attività regolamentativa e interventista dello Stato - per eliminare le distorsioni e i fallimenti del mercato - e un nuovo modo di contabilizzare benessere e felicità.

In questo intervento voglio però concentrarmi su chi, nel mercato, ha capito cosa sempre più consumatori vogliono (maggiore attenzione all'ambiente, garanzie sui comportamenti etici delle imprese, sostenibilità del business e degli stili di vita) e che l'investimento in prodotti e tecnologie sostenibili fa rima con maggiore efficienza, redditività e competitività a medio termine.

Lo sta capendo il mondo assicurativo, il cui business è sempre più messo in difficoltà dai cambiamenti climatici in atto: se dal 1967 al 1987 non c'è mai stata una catastrofe climatica per la quale i costi sopportati dalle assicurazioni abbiano superato il miliardo di dollari, dal 1987 al 1993 ce ne sono stati ben 13, 11 tra uragani e nubifragi (5 in Europa, 5 negli USA e 1 in Giappone) e 2 disastrosi incendi boschivi (negli USA) dovuti a siccità prolungate. Nel complesso, le catastrofi climatiche sono passate dalle 400 del 1991, alle 509 registrate nel 1992 e ad oltre le 600 nel 1993. Munich RE, la più grande compagnia di riassicurazioni al mondo, include gli effetti dei cambiamenti climatici nei suoi rapporti dal 1998 e non assicura più clienti che non abbiano un piano di riduzione dei gas serra, mentre Swiss RE è stata la prima a creare un team di studio sui cambiamenti climatici al suo interno.

Lo sta capendo l'industria automobilistica, grazie al costo crescente dei carburanti che spinge le persone a cercare auto dai bassi consumi (ecco un grafico eloquente sul mercato americano). In Europa le vendite di auto diesel hanno raggiunto il 50% del mercato, grazie ai minori consumi e maggiori rendimenti - di conseguenza anche minori emissioni di gas serra (ma maggiori emissioni di altri inquinanti). Il segmento delle auto ibride è quello con i maggiori tassi di crescita, e le vendite di Prius (+70% rispetto all'ottobre 2004 negli USA, superate le 250.000 unità a livello mondiale, con una lista di attesa che è ormai di 4 mesi per una nuova auto) contribuiscono a proiettare Toyota verso il primo posto come produttore di automobili al mondo, davanti a General Motors, che sta perdendo la leadership anche perchè ha puntato molto su SUV e auto di grossa cilindrata - toh, guarda caso era fino a qualche mese fa il partner FIAT! E le cose vanno altrettanto bene per la Honda, con i modelli ibridi Civic, Accord e Insight (quest'ultima vi permette di fare 29 chilometri con un litro in autostrada!!!). Tra il 2006 e il 2008 tutti i principali gruppi automobilistici al mondo avranno immesso nel mercato almeno un modello di auto ibrida (a parte poche eccezioni, indovinate quale produttore italiano rientra nella categoria? Quello che ha inventato il common rail e l'ha ceduto agli svedesi, ha inventato la cogenerazione e ha ceduto il passo ai tedeschi, ha Lapo Elkann e non lo vuole cedere!).

Ma i settori industriali che puntano sull'ambiente sono sempre di più. La produzione di energia elettrica tramite eolico è ormai un settore maturo, in grado di competere con i prezzi dei combustibili tradizionali, e in forte espansione in tutto il mondo (+40% all'anno), mentre il fotovoltaico, anche grazie a precisi interventi normativi (finalmente introdotti anche in Italia, come il conto energia) vede Germania e Giappone in testa alla classifica mondiale in termini di produzione e installazioni, seguite da Stati Uniti. E si tratta di tre paesi nuclearizzati! Il più grande mercato delle tecnologie rinnovabili, l'efficienza energetica degli edifici, è a portata di mano è le società che lavorano in questo settore, le ESCO, si moltiplicano come funghi. In tutto il mondo è in forte espansione il settore dell'agricoltura biologica, della produzione di energia da biomasse, dei materiali biodegradabili (ricavati da materie prime vegetali). Nel Nord America nel 2003 si sono investiti 1,2 miliardi di dollari nel settore delle tecnologie ambientali, +8% rispetto al 2002, quando nel complesso gli investimenti sono diminuiti del 14%; la somma è pari al 6% del totale investimenti di Venture Capital. Il 30% è stato investito in California, dove qualcuno parla già di una nuova ondata di invenzioni e investimenti che porterà ad una Silicon Valley delle tecnologie ambientali. E l'elenco potrebbe continuare.

Qual'è la "mano invisibile" che sta dietro a tutto ciò? In parte è quella di cui parlava Adam Smith più di 200 anni fa, la convenienza dell'imprenditore. In parte è il potere dei consumatori, che fanno sempre più sentire la loro voce e esigono comportamenti eticamente corretti dalle imprese - per chi se la cava con l'inglese, provate a visitare il sito della Pacific Gas and Electricity, l'azienda protagonista in negativo della vicenda che ha inspirato il film Erin Brockovich, e guardate le loro proposte di riduzione dei consumi di gas ed elettricità per gli utenti!!! - in parte per iniziativa di organismi quali l'Unione Europea, o di organizzazioni non governative. Se queste forze continueranno a soffiare nella stessa direzione, e sempre più forte, allora anche il mercato potrà dare i suoi frutti positivi! Coraggio allora, e ricordatevi...PEOPLE HAVE THE POWER!