lunedì, 16 gennaio 2006
Tratto da Repubblica, 16 gennaio 2006.

Per lo studioso britannico, guru dell'ambientalismo, il clima è già al punto di non ritorno e per la civiltà umana non c'è futuro

LONDRA - "Prima della fine di questo secolo, miliardi di noi moriranno e le ultime persone che sopravvivranno si troveranno nell'Artico, dove il clima resterà tollerabile". Il catastrofico annuncio arriva da una fonte autorevole: James Lovelock. Il celebre scienziato inglese, guru dell'ambientalismo, negli anni '70 concepì la teoria di Gaia, il sistema attraverso il quale la Terra si autoregolamenta in modo da continuare a fornire le condizioni adatte alle forme di vita che la abitano.


L'allarme lanciato dallo scienziato sulle pagine del quotidiano The Independent non potrebbe essere più inquietante: anticipando il contenuto del suo nuovo libro, che uscirà nelle librerie britanniche il 2 febbraio con il titolo 'The Revenge Of Gaia' ('La vendetta di Gaia'), Lovelock afferma che ormai è troppo tardi per fermare il surriscaldamento globale e che sugli esseri umani si sta per abbattere una catastrofe di dimensioni peggiori di quanto finora si era previsto.

Il suo approccio olistico allo studio del 'sistema Terra' è del tutto unico: anzichè studiare singoli fattori indicativi dei cambiamenti climatici, Lovelock analizza come l'intero sistema di controllo del nostro pianeta si comporta una volta messo sotto pressione. Grazie a questo approccio, lo scienziato è riuscito ad identificare una miriade di meccanismi di reazione e controreazione che finora sono serviti a mantenere la Terra ad una temperatura più o meno fresca. Ora che il delicato equilibrio di Gaia è stato spezzato, conclude Lovelock, questi stessi meccanismi serviranno invece a rendere la Terra insopportabilmente calda.

Nel suo articolo per l'Independent, lo scienziato si sofferma su due esempi. In primo luogo, i ghiacci dei Poli sono finora serviti a riflettere i raggi solari, deflettendo così il calore. Con il loro scioglimento, la scura superficie degli Oceani aumenterà immagazzinando così più calore.

Il secondo esempio riguarda invece le polveri prodotte dalle industrie, che ricoprono con un sottile velo tutto l'emisfero settentrionale. Queste producono un fenomeno noto come 'oscuramento globale', che mantiene basse le temperature in maniera artificiale, impedendo che tutti i raggi solari raggiungano la superficie del pianeta. Ma con una riduzione dell'attività industriale e della produzione di gas inquinanti questa coltre potrebbe scomparire velocemente, causando un improvviso aumento delle temperature.

Secondo Lovelock è ormai troppo tardi per evitare la catastrofe. Anziché appellarsi ai governi mondiali affinchè si impegnino nella lotta all'effetto serra, lo scienziato consiglia invece di prepararsi al peggio e di cercare modi per assicurare la sopravvivenza della razza umana, prima che essa si trasformi in "una caotica calca governata da signori della guerra".

Tra le più scioccanti proposte contenute nel suo nuovo libro, vi è quella di "una guida per i superstiti dei cambiamenti climatici", per aiutarli a sopravvivere dopo il totale crollo della società umana. Scritta non in forma elettronica, ma "in forma cartacea e con inchiostro durevole", e dovrà contenere tutto il sapere scientifico basilare accumulato in migliaia di anni, come la posizione della Terra nel sistema solare ed il fatto che batteri e virus causano malattie infettive. Insomma un'ultima traccia dopo "la fine del mondo che conosciamo".
venerdì, 16 dicembre 2005
L'immagine che vedete qui a fianco è tratta dalla metodologia dell'Impronta Ecologica (sito ufficiale internazionale o sito italiano di spiegazione) e ci dice che ci stiamo giocando il futuro. Più precisamente la linea blu rappresenta la biocapacità del pianeta, ovvero il patrimonio di risorse disponibili di anno in anno sulla Terra, mentre la linea gialla rappresenta il consumo di risorse della popolazione mondiale (misurato in superfici necessarie alla produzione di energia, cibo ed altri beni, abitazioni e alla conservazione della biodiversità). Entrambi variano di anno in anno, il primo mediante la gestione degli ecosistemi, le pratiche agricole, il deterioramento ambientale e il tempo atmosferico, il secondo a seguito del tasso di consumo delle risorse e della crescita della popolazione mondiale. Il grafico in questione misura precisamente quanti pianeti Terra sono necessari per far fronte al fabbisgno di riorse richiesto dalla popolazione umana.

Se fino al 1990 abbiamo consumato meno di quanto avessimo a disposizione, da quell'anno stiamo intaccando il patrimonio naturale mondiale necessario alla nostra sopravvivenza. E il trend non accenna a diminuire: attualmente (2003) stiamo "sovraconsumando" il 23% delle risorse, oltre la capacità di rigenerazione delle stesse (l'anno precedente il sovracosumo era del 21%). In altri termini, se abbiamo a disposizione un solo Pianeta Terra, stiamo consumando come se ne avessimo 1,23. Semplificando al massimo, e non senza imprecisioni, è come se ci trovassimo nella situazione di un cinquantenne che smette di lavorare, ed ha un piccolo gruzzolo di risparmi. Allo stesso tempo la pensione che riceve non gli basta per coprire tutte le spese, ed intacca sistematicamente i suoi risparmi ogni mese. Quanto potrà durare?

Veniamo alle notizie positive. Svizzera, Canada, Australia e Finlandia saranno i primi paesi a far parte della "Campagna dei Dieci", l'iniziativa internazionale del Global Footprint Network per porre la metodologia dell'Impronta Ecologica allo stesso livello della misurazione del PIL, e che entro il 2015 vedrà la partecipazione di dieci paesi. Durante il primo anno della medesima campagna i report sull'Impronta Ecologica sono stati distribuiti a 400 parlamentari europei e sono utilizzati per la gestione della strategia per lo sviluppo sostenibile dell'Unione Europea. E il Global Footprint Network ha coinvolto Jose Barroso, Presidente dell'Unione Europea, e Catherine Day, nuovo Segretario Generale della Commissione Europea, in un progetto per creare sistemi di contabilità nazionale standardizzati che comprendono l'Impronta Ecologica per i 25 Stati membri. Anche l'Agenzia Europea per l'Ambiente utilizza l'Impronta Ecologica come metodologia centrale nelle sue indagini. L'Impronta Ecologica è anche stata raccomandata come uno dei dieci indicatori nella Convenzione sulla Biodiversità.

L'Impronta Ecologica è indispensabile per valutare la sostenibilità dello sviluppo economico, pur con i suoi limiti, e il fatto che inizi ad entrare a far parte dei sistemi di contabilità nazionale è una grande notizia. Però la situazione critica rimane, e saranno determinanti i tempi di adozione e sopratutto le politiche che ne seguiranno. Rimango convinto che una grossa parte del gioco dipenderà da noi singoli cittadini. Voglio fare un esempio.

Sappiamo tutti che la guerra in Iraq è stata fatta per il petrolio. Chi di noi non crede che il mondo debba essere diviso tra buoni e cattivi, forti e deboli, poveri e ricchi e non vede nello stato delle cose un ordine divino o naturale da conservare, credo sia lacerato come me dalle azioni e dal pensiero della poltica governativa degli Stati Uniti di questi anni. Proviamo disgusto nel sapere che multinazionali legate all'Amministrazione Bush ottengono contratti di ricostruzione in Iraq, magari dopo aver fornito armamenti all'esercito, mentre le compagnie petrolifere in questi anni fanno guadagni da spavento. Uno ha ragione di sentirsi impotente e frustrato, oltre che disgustato. Ad un altro livello abbiamo questi strumenti, come l'Impronta Ecologica, che ci dicono che l'uso del petrolio non solo scatena guerre, ma devasta pure l'ambiente e minaccia il nostro futuro. E uno si sente ancora peggio. Ma al livello di base, quello più importante, ci siamo noi: quando accendiamo un interruttore, quando usiamo la macchina, quando lasciamo un rubinetto aperto, quando acquistiamo il cibo, quando compriamo casa, quando compriamo da vestire, quando facciamo qualsiasi cosa che comporta un consumo mediato da uno scambio di prezzo, richiediamo direttamente o indirettamente petrolio. Petrolio per produrre plastica, per trasportare le merci, per produrre elettricità per i nostri consumi o per le aziende che ci vendono i beni (carta, vetro, malta, tessuti, cibo, mattoni, ecc.). E' così facendo diamo input a questi signori per fare quello che fanno.

Certo non possiamo fare a meno di molte cose che abbiamo. Ma possiamo inziare intanto a non sprecare (quella luce accesa in più, quella tv che non guarda nessuno, quel rubinetto aperto mentre ci laviamo i denti, quel termostato spropositamente alto per poter stare in camicia d'inverno, ecc. ecc.). Possiamo utilizzare sistemi più efficienti (lampadine a risparmio energetico, riduttori di flusso per i rubinetti, una guida più attenta in auto, il treno quando è possibile e non troppo scomodo, il consumo di prodotti locali che non comportano lunghi spostamenti di merci, i prodotti biologici ed ecologici, finestre a doppio vetro, case ben isolate, pannelli solari). Sono tutte azioni con costi crescenti di investimento, ma che rientrano in pochi mesi o anni, e dalle quali risparmiamo soldi. I primi a guadagnare siamo noi, assieme all'ambiente. Quando avremo fatto tutto questo saremo pronti per passare a fonti energetiche completamente rinnovabili. Poi certo, governi, istituzioni, organizzazioni, studiosi, devono fare la loro parte. Ma noi abbiamo un ruolo fondamentale (qui ciascuno può calcolare la propria impronta ecologica).

Tu che stai leggendo, se dissenti parla pure. Ma se sei d'accordo con me e capisci la situazione, non puoi tirarti indietro e dire che non lo sapevi.