martedì, 17 ottobre 2006
E pensare che hanno bloccato il servizio delle Iene sugli stupefacenti parlamentari per questione di privacy...

Londra, 9 ott . (Ign) - Mosche robot in grado di volare nelle postazioni nemiche per spiarne i movimenti. Le stanno mettendo a punto gli scienziati militari britannici. Il progettista, Rafal Zbikowski, ritiene che potrebbero essere operative entro una decina d'anni. Lo riferisce il quotidiano 'Scotsman'. Zbikowski - che ha già realizzato un prototipo che riproduce il battito d'ali d'una mosca in volo - pensa che i minuscoli robot-insetti, in grado di aggirarsi per spazi chiusi e affollati come palazzi, trombe delle scale, tunnel e grotte, potrebbero essere utilizzati per individuare terroristi nascosti o per localizzare le vittime di disastri naturali come i terremoti. Mentre l'esercito degli Stati Uniti, che in parte finanzia la ricerca, ha interesse all'uso delle mosche volanti per il trasporto di piccole cariche d'esplosivo. I piccoli robot, infatti, potrebbero essere l'ultima arma 'intelligente', capace cioè di distruggere un obbiettivo specifico - ad esempio un computer - senza dover bombardare l'intera struttura.

(Adnkronos)
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categoria:tecnologia, guerra
lunedì, 31 luglio 2006
La sinistra ha approvato l'indulto includendo i reati finanziari. In questo modo si salva Previti, ma forse si salverà anche Consorte... chissà. Questo provvedimento non passerà inosservato e non verrà dimenticato. Quasi peggio della legge sul conflitto di interessi varata dal centrodestra. Avrei voluto essere in piazza con Di Pietro e guardare Fassino nelle fosse degli occhi. A proposito di Di Pietro e Italia dei Valori, riporto la dichiarazione di voto della sen. Franca Rame sul rifinanziamento della missione in Afghanistan.

"Legislatura 15 - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 027 del 27/07/2006
(La seduta, sospesa alle ore 17, è ripresa alle ore 18).

Presidenza del vice presidente ANGIUS

Riprendiamo i nostri lavori.
Passiamo alla votazione dell'articolo 2, sull'approvazione del quale il Governo ha posto la questione di fiducia.
RAME (Misto-IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

RAME (Misto-IdV). Dichiaro il voto favorevole dell'Italia dei Valori al provvedimento in esame.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, onorevole Ministro e onorevoli Sottosegretari, come ben sappiamo gli Stati Uniti hanno installato in Afghanistan basi militari permanenti. Come mai? Basta guardare la carta geografica. Da questo Paese passano l'oleodotto e il gasdotto che portano carburante dalla Russia verso l'India. Passano anche i camion dell'oppio: l'87 per cento della produzione mondiale, che rende 40 miliardi di dollari l'anno.
L'ISAF va in Afghanistan nel 2001 sotto l'ombrello ONU, ma dall'agosto 2003 la missione è guidata dalla NATO; quindi, di fatto, dal Pentagono. La missione italiana viene chiamata missione di pace, ma siamo sicuri di aver appoggiato la pace in Afghanistan? Con sei milioni di euro l'anno una ONG - ce ne sono otto italiane - è in grado di far funzionare tre ospedali, un centro di maternità, 27 posti di pronto soccorso e un programma di assistenza sanitaria nelle carceri.
Ci siamo impegnati abbastanza in quel senso in Afghanistan? A cosa è servita la presenza dei nostri militari? Le posizioni di Gino Strada si conoscono, ma anche alcuni direttori delle otto ONG questo dicono alla stampa: il Governo deve smettere di usare l'aggettivo "umanitario" per indorare la pillola da far ingoiare all'opinione pubblica quando si tratta da andare in guerra. Per questo chiediamo l'immediato ritiro del nostro contingente italiano.
In Afghanistan, oggi, non viene rispettato nessun diritto umano. Le carceri sembrano lager nazisti, secondo ispettori dell'Unione Europea. Il Parlamento di Kabul è composto in parte da criminali, ex talibani e trafficanti di oppio. Anni di guerra hanno distrutto qualunque cosa e quasi niente è stato fatto, né per la popolazione ridotta alla fame, né per ricostruire il tessuto economico-sociale. Migliaia di donne, per mangiare, sono costrette a prostituirsi; domandiamoci con chi. Sul territorio abbiamo circa 20.000 militari.
I talibani che si erano rifugiati in Pakistan (quelli addestrati dalla CIA anni fa), hanno ripreso il controllo del Sud.
Le forze di Enduring Freedom rispondono attaccando via aria e via terra: si parla di oltre 100.000 tra civili e militari uccisi. Un'operazione, questa, chiamata senza vergogna "bonifica del territorio. "
I costi della nostra missione, dal 2002 ad oggi, ammontano a circa 600 milioni di euro, 488 milioni di euro per la proroga di altre 28 missioni. La spesa militare italiana è al settimo posto su scala mondiale: 27 miliardi e 200 milioni di dollari annui, un fiume di denaro. Sono un po' preoccupata, con i tempi che corrono.
Questo Governo ha anticipato in autunno il rientro del contingente italiano dall'Iraq. Era ora, bravi, evviva! Bene il meeting per la pace, bravissimi!
Il ministro Parisi si trova però davanti ad un serio problema che ha dell'incredibile: dovrà rispettare l'impegno assunto dal Governo di centro-destra che ha contribuito con un miliardo di dollari a fondo perduto per entrare nel programma di sviluppo di nuovi aerei.
Saremo costretti ad acquistare circa 220 cacciabombardieri, per un costo di 14 miliardi e 400 milioni di dollari. Non so dove li troverà. Sono invece già stati acquistati 22 aerei-cisterna, per un costo di circa 50 milioni di dollari l'uno, più altri quattro per il rifornimento in volo, che ci mancavano proprio.
Come li abbiamo pagati? Con cambiali? Mi sono chiesta: "Tutto questo ben di Dio, che procura solo morte, è per la nostra missione di pace?". Se mi trovassi in Afghanistan non mi sentirei per niente tranquilla. "No, no, devi stare tranquilla, Franca" mi si risponde, "li abbiamo dovuti acquistare perché esisteva un contratto, un impegno scritto, ma non li manderemo in Afghanistan". "Ah, meno male", mi sono detta. "Ma che ne facciamo? Beh, ci sono tante guerre, li affitteremo, così facciamo cassetta".
Certamente sapete che noi occupiamo il terzo posto nella classifica mondiale con un debito pubblico astronomico: un miliardo e 580 milioni di euro, oltre 3 milioni di miliardi di lire; sono nella Commissione bilancio e mi sono ben informata. Dove si andrà a finire di questo passo?
Il nostro Governo si sta arrampicando sui vetri per cercare di riassestare il Paese dal disastro finanziario che ha trovato, ma - data la situazione - temo che nemmeno i preannunciati pesanti tagli alle spese sociali basteranno a compensare la spesa militare italiana.
Gli ultimi dati ISTAT ci comunicano che in Italia abbiamo 12 milioni di poveri. Molte famiglie il pasto del mezzogiorno lo consumano presso i centri di carità, mentre allo smontare dei mercati di frutta e verdura si vedono pensionati e non che vanno frugando tra l'immondizia.
E il precariato? I giovani senza futuro? La disoccupazione? E le Regioni senz'acqua?
Per quanto mi riguarda, e concludo, non sono così insensata da battermi per l'abbandono immediato dell'Afghanistan, ma chiedo al Governo, a nome di tantissimi italiani, che nell'immediato futuro i militari vengano sostituiti dai civili e che si cerchi di sradicare l'illegalità e la connivenza tra i vertici USA e i signori della guerra.
So di proporre una svolta difficile, ma molto coraggiosa: Di quel coraggio, credetemi, ne abbiamo bisogno, non per combattere, ma per fare la pace.
Fare la pace è il più coraggioso dei gesti. Infatti, è un gesto raro. Ma che dico? Rarissimo. (Applausi dai Gruppi Misto-IdV, Ulivo, RC-SE e IU-Verdi-Com Congratulazioni).

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categoria:politica italiana, guerra
venerdì, 21 luglio 2006

La missione militare italiana in Iraq è stata presentata così il 15 aprile 2003 dal nostro ministro degli esteri Franco Frattini.

"Quella dell'Iraq è una missione che ha scopo emergenziale e umanitario"

E infatti il governo italiano finanzia un ospedale della Croce Rossa a Bagdad e invia ben 27 carabinieri per difenderlo...
... poi già che c'è invia altri 3000 militari a Nassiriya.

Ecco le cifre: l'ospedale a Bagdad costa...
21 milioni 554 mila euro.
Il nostro contingente a Nassiriya costa...
232 milioni e 451 mila euro.

La domanda è: ma perché il nostro intervento umanitario in senso stretto è a Bagdad e invece i nostri soldati e le nostre risorse stanno a Nassiriya? Che c'è lì di così tanto umanitario?

Il 22 ottobre 2003 i parlamentari italiani della commissione difesa vanno a Nassiriya.
Elettra Deiana, deputata di Rifondazione Comunista, faceva parte della delegazione e ha ascoltato uno strano discorso.
"Abbiamo incontrato l'ambasciatore presso il governo provvisorio di Bagdad Antonio Armellini, il quale ci ha detto che vi sono degli interessi italiani in gioco in questa vicenda"
Interessi in gioco!

"Di conseguenza il calcolo è che i benefici saranno all'altezza dell'impegno militare"
Benefici in cambio dell'impegno militare!

Ora in Iraq in generale e a Nassiriya in particolare ci sono importanti giacimenti di... benefici.

Ne sa qualcosa Benito Li Vigni, un'ex dirigente dell'Eni.
"Il governo iracheno accordò all'Eni lo sfruttamento di un giacimento sul territorio di Nassiriya, nel sud del Paese, con 2,5 / 3 miliardi di barili di riserve, un giacimento quinto per importanza tra i nuovi che l'Iraq voleva avviare a produzione. Nel suo territorio c'è una grande raffineria ed un grande oleodotto"

Guarda un po', l'Eni aveva contratti petroliferi con l'Iraq che riguardavano i pozzi proprio di Nassiriya! Che coincidenza! Ancora Li Vigni.

"I contratti che regolavano i rapporti tra la parte pubblica e quella privata delle compagnie concessionarie, seguivano una formula che nel settore era considerata la più vantaggiosa di tutte, che di solito i Paesi produttori mediorientali fanno di tutto per evitare. E' un contratto che consente di considerare come propria riserva una quota della produzione. Di fatto la riserva accertata tra 2,5 e 3 miliardi di barili poteva essere iscritta in bilancio Eni" Contratti vantaggiosi. Un peccato rinunciarvi!

In parlamento la senatrice Tana De Zulueta, del gruppo Occhetto - Di Pietro, ha presentato un'interrogazione proprio su questa vicenda. "Il fatto è che quando i soldati italiani sono arrivati a Nassiryia, la loro prima base militare era ubicata proprio di fronte alla raffineria che consentirebbe all'Eni di poter raffinare proprio lì il petrolio estratto.
Altra condizione che si aggiunge a un contratto che in sé era estremamente vantaggioso.
Dico "era" perché quel contratto è in forse, nel senso che l'occupazione dell'Iraq e la caduta di Saddam Hussein hanno fatto sì che le tre grandi concessioni siano congelate. Noi abbiamo chiesto al governo se la scelta di mandare i nostri militari in Iraq fosse motivata da un desiderio di tutelare quella concessione, di garantircela per il futuro"

E noi ci siamo procurati la risposta del governo all'interrogazione della parlamentare.

"La nostra presenza in Iraq è frutto di prioritarie considerazioni di carattere politico e umanitario"
Prioritarie considerazioni di carattere politico e umanitario.

"La scelta di dislocare un contingente a Nassiriya non è stata in alcun modo legata agli interessi dell'Eni"
Ah, no?

"Le bozze di accordo per lo sfruttamento dei campi petroliferi a Nassiriya tra Eni e le autorità competenti irachene non sono mai state perfezionate attraverso la firma di un testo vincolante"
E intanto il governo ammette gli accordi. Il 23 febbraio 2003, un mese prima dell'invasione, l'agenzia Ansa dà notizia dell'esistenza di un dossier circa gli affari italiani in Iraq.

"L'Italia, che e' già presente con le iniziative dell'Eni ad Halfaya e Nassiriya, può giocare anch'essa un ruolo"
Ecco cosa dice l'amministratore delegato dell'Eni, un mese dopo la caduta di Saddam.
"L'amministratore delegato dell'Eni Vittorio Mincato ricorda agli azionisti come già nel passato il gruppo aveva messo gli occhi sull'area irachena di Nassiriya"

Nassiriya!

Il nostro dubbio a questo punto è il seguente: è un caso che i nostri soldati siano finiti a Nassiriya?

Ecco il sottosegretario alla difesa Filippo Berselli.
- Non posso essere d'aiuto, né confermando, né smentendo una notizia che non so.
- Allora posso chiederle quest'altra cosa, più in generale: perché siamo andati proprio a Nassiriya?
- Beh, a Nassiriya perché a Bagdad c'erano gli americani, c'erano delle aree d'influenza ed è stata scelta Nassiriya, sarà una coincidenza. Per quanto mi riguarda è assolutamente una coincidenza.
- Ah, una coincidenza.
- Sì.


Riferimenti

Radio Capital Scandali al sole
www.capital.it

"La Guerra del petrolio" editori riuniti di Benito Li Vigni
http://www.ita-bol.com/

Nel libro «La guerra del petrolio» (Editori Riuniti), l'autore, Benito Li Vigni, entrato all'ENI con Mattei e rimasto nel gruppo fino al 1996, ricoprendovi posizioni di grande responsabilità, a proposito di Nassiriya scrive: «La presenza italiana in Iraq, al di là dei presupposti ufficialmente dichiarati, è motivata dal desiderio di non essere assenti dal tavolo della ricostruzione e degli affari. Questi ultimi riguardano soprattutto lo sfruttamento dei ricchi campi petroliferi.
Non a caso il nostro contingente si è attestato nella zona di Nassiriya dove agli italiani dell'ENI il governo iracheno, pensando alla fine dell'embargo, aveva concesso - fra il 1995 e il 2000 - lo sfruttamento di un giacimento petrolifero, con 2,5-3 miliardi di barili di riserve: quinto per importanza tra i nuovi giacimenti che l'Iraq di Saddam voleva avviare a produzione».


fonte: Radio Capital
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categoria:iraq, politica italiana, guerra, energia
mercoledì, 21 giugno 2006
Oggi è stata conferita la medaglia d'onore alla famiglia di Matteo Vanzan, soldato italiano e veneto morto in Iraq due anni fa. E' stata consegnata a Mestre, alla Caserma Matter, sede dei lagunari (c'è stato perfino qualcuno che si è lamentato del fatto che la cerimonia non si sia svolta nella più solenne Piazza San Marco a Venezia, come se la sostanza cambiasse). Siamo fatto così, noi italiani. Ripudiamo la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti internazionali, come sancisce la nostra Costituzione, e poi mandiamo i nostri soldati ad aggiustare i guai degli statunitensi e britannici, alleggerendogli i compiti e permettendogli di concentrarsi sui combattimenti. Mandiamo i lagunari a combattere nel deserto, dove non c'è un filo d'acqua, ad esclusione di qualche oasi e del sottosuolo. Così come abbiamo mandato gli alpini a combattere sulle pianure russe durante la Seconda Guerra Mondiale. Paghiamo tributi di sangue in Iraq e Afghanistan e poi paghiamo bollette energetiche astronomiche a causa dei prezzi del petrolio, mentre un pugno di compagnie petrolifere sguazza letteralmente nell'oro. Nemmeno per gli interessi nazionali ci muoviamo, ma per sudditanza e vanagloria.
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categoria:politica italiana, guerra, società
martedì, 06 giugno 2006
Pubblico questo appello per il ritiro delle truppe italiane. I primi firmatari sono una garanzia per quello che vi è scritto. Si può sottoscrivere qui.

"Questo appello, scritto nell’ora tragica in cui le vittime di guerra italiane dei due teatri di guerra Iraq e Afghanistan, tornano in Italia per ricevere i funerali di Stato, cade anche nel momento in cui il nuovo Parlamento della Repubblica inizia i suoi lavori. Vorremmo che fosse un nuovo inizio o meglio una svolta. Una decisa svolta in politica estera con scelte coraggiose per una vera politica di disarmo, per attuare con scelte concrete l’art.11 della nostra Costituzione.

Poiché, secondo l’art. 11, non è possibile usare la guerra come mezzo per risolvere le crisi internazionali, la prima scelta che si impone, che chiediamo al nuovo Parlamento, è quella di interrompere le missioni militari in teatri di guerra e ritirare le truppe italiane dall’Iraq e dall’Afghanistan.

L’unica verità della guerra sono le sue vittime.

Purtroppo in tanti ci accorgiamo di questa verità solo quando le vittime sono i soldati italiani e fatichiamo a realizzare questa stessa verità quando le vittime non le vediamo, sono “altre”, anche se abbiamo saputo in modo indiretto che migliaia di persone sono state trucidate a Falluja, a Ramadi, torturate ad Abu Ghraib, bombardate nei villaggi afgani o saltate in aria e mutilate dalle clusters bombs sia in Afghanistan che in Iraq.

Ma se è vero che l’unica verità della guerra sono le sue vittime, se è vero che in nome di questa verità migliaia di persone sono scese in piazza con la bandiera arcobaleno nel nostro paese, reclamando una politica di pace, allora Vi chiediamo, facendo appello alla libertà di coscienza, ed al rispetto dell’art. 11 della nostra Costituzione, di porre fine alla presenza militare italiana in Iraq e in Afghanistan, decidendo di non rifinanziare queste missioni di guerra.

Le missioni di pace devono tendere alla pacificazione e alla ricostruzione, pertanto dovrebbero essere senza armi, a nostro parere, senza eserciti, fondate sulla cooperazione con gli altri popoli, sulla diplomazia, sul dialogo e la solidarietà. L’intero sistema di intervento va ripensato all’insegna di una nuova politica estera.

Ma per l’immediato, per salvare vite umane, per interrompere la spirale di morte, per operare una pressione internazionale che provochi la fine delle occupazioni militari, chiediamo che il Parlamento italiano dia un segnale forte di discontinuità, immediatamente e senza ambiguità.
Il nostro saluto sia con le parole di Gandhi:
“Non c’è una strada che porta alla pace, la pace è la strada”

PRIMI FIRMATARI:

Luigi Ciotti, Tonio Dell’Olio, Gino Strada, Alex Zanotelli

I primi firmatari di questo appello sollecitano l’adesione di tutte le persone e le associazioni che si sentono impegnate per la pace e la difesa dell’art.11 della Costituzione per rendere visibile l’ampia unità del popolo della pace."
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categoria:iraq, politica italiana, guerra, partecipazione attiva
venerdì, 03 febbraio 2006
Tratto da luogocomune.net. Qui trovate il video del servizio relativo. Dedicato a chi crede fermamente nell'energia atomica, ad ogni costo, e nelle guerre come mezzo di risoluzione dei conflitti.

P.S. Vi segnalo la nuova sezione: video della settimana. I documenti si commentano da soli.

"In inglese si chiama DU, che sta per depleted uranium, ovvero uranio impoverito. Detto così, il termine sa tanto di "piccola fiammiferaia", e viene quasi voglia di consolarlo rispetto al fratello benestante, EU (enriched uranium, o uranio arricchito), di cui è la "scoria naturale".

Ma anche il più povero dei poveri, in una famiglia che viaggia a 232 elettroni per atomo, è in grado di portare dei danni agli organismi viventi che nessuno di noi si augura di conoscere nemmeno da lontano. Il DU infatti ha "solo" il 60% della radioattività del fratello maggiore, e ha un tempo di decadimento "soltanto" dimezzato rispetto al primo, ovvero 4,5 miliardi di anni. Se ce l'hai in giardino, per i tuoi figli non dovrebbe fare una gran differenza.

Ebbene, il "giardino dell'Eden" di cui stiamo parlando pare sia l'intero Iraq. Dopo aver accumulato più di 500.000 tonnellate di uranio impoverito, in 50 anni di produzione di energia atomica, la "semina" da parte americana è iniziata con la prima Guerra del Golfo, nel 1991, ed è ripresa con la Seconda, che è ancora in corso. E così, mentre noi abboccavamo tutti come trote da concorso alla storiella dei bambini iracheni "staccati dalle incubatrici", i medici di quel paese riscontravano, fra le due guerre, un aumento nei tumori infantili del 400%.

All'interno del breve filmato che presentiamo - che in realtà è il trailer di un film, BEYOND TREASON (Tradimento Supremo), che di certo non verrà distribuito dalle major di Hollywood - ci sono alcune brevi immagini che non si possono guardare, ma che non si può fingere di non vedere.

Ma il DU è altamente efficace, penetra le corazze dei carri armati nemici con facilità estrema, serve a sua volta da protezione supplementare, e soprattutto non costa nulla: l'industria energetica è ben contenta di liberarsene a costo zero, facendone dono a quella bellica, che a sua volta ringrazia compiaciuta.

Anche questa è democrazia, anche questo è libero mercato.

Talmente conveniente è l'affare, visto da ambo i lati, che nel '96 Madeleine Albright, al tempo ambasciatrice USA alle Nazioni Unite, intervistata sull'utilità di una guerra il cui prezzo si aggirava sul mezzo milione di bambini, rispose "E' una scelta difficile, ma il prezzo - pensiamo valga la pena pagarlo" ("it is a hard choice, but the price - we think the price is worth it." ) La trasmissione era "60 Minutes", messa in onda dalla CBS il 12 Maggio del 1996.

Sempre parte del prezzo, ovviamente, devono essere anche i 425.000 soldati americani che da allora sono morti o hanno subito danni - diretti, o sui loro figli - per la prolungata esposizione all'uranio impoverito.

Massimo Mazzucco"

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categoria:guerra, salute, energia
mercoledì, 01 febbraio 2006
La situazione in Iran potrebbe precipitare più velocemente del previsto. Questa notizia tratta da E-gazzette non è per niente rassicurante.

“Zurigo, 30 gennaio – La crisi con l’Iran è giunta a un punto di non ritorno? L’attacco congiunto di Usa e Israele (forse con il contributo di Paesi Nato) è più prossimo del previsto? I banchieri svizzeri, si sa, hanno le orecchie finissime. E il gigante bancario Ubs, ha cessato tutte le relazioni d'affari con clienti dell'Iran e in parte con quelli della Siria: entrata in vigore all'inizio dell'anno, la sospensione a tempo indeterminato è stata disposta dopo un'analisi interna, ha detto (all'agenzia di stampa svizzera Ats) Serge Steiner, portavoce del più grande istituto bancario elvetico, confermando una notizia pubblicata giorni fa dalla SonntagsZeitung. La misura non colpisce gli esuli.
L'Ubs non ha dato indicazioni sul volume complessivo d'affari interessati dal provvedimento e ha specificato che la decisione era in discussione da mesi, sulla base dell’esame periodico della situazione di tutti i Paesi. Secondo l’ultima analisi periodica, l’Iran (e anche la Siria) non sono ritenuti più Paesi interessanti per il business.”

L’Iran non è più ritenuto interessante per il business? L’Iran rappresenta il secondo giacimento al mondo in termini di riserve di petrolio (di cui solo poco più della metà viene attualmente sfruttata), dietro l’Arabia Saudita ma davanti all’Iraq, e il 16% di tutte le riserve mondiali di gas naturale. Difficile pensare che gli USA non stiano attentamente considerando queste cifre (leggi qui). La situazione si complica ancora di più, rispetto all’Iraq, perchè potenze quali Cina, India e Russia hanno propri interessi nel paese, molto più che in Iraq. Ma questo paradossalmente potrebbe essere anche un’opportunità. Il gioco è comunque pericoloso, molto pericoloso.

Un’altra notizia curiosa: pare che l’Iran abbia un programma per la costruzione di una bomba atomica, motivo per il quale potrebbe essere deferito all’ONU (nel qual caso aspettiamoci un’ulteriore impennata del petrolio). Che il progetto sia quello inviato sei anni fa dalla CIA?
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categoria:iran, guerra, politica americana
sabato, 28 gennaio 2006
Ricordate "Nato il quattro luglio", "Platoon" o "Full Metal Jacket" a proposito della guerra in Vietnam? Beh, la storia continua a ripetersi ai giorni nostri. Se conoscete qualcuno che crede ancora nella guerra o in questa amministrazione americana, fateglielo leggere. Tratto da Peacereporter

Al diavolo tutto
La tragica fine di un soldato come tanti, rovinato dalla guerra in Iraq
Douglas BarberSette mesi di Iraq l’avevano piegato, ma non sconfitto. E’ stato il ritorno in patria a peggiorare la situazione. Quella che doveva essere la vita normale di un uomo di 35 anni non era più tale. L’insonnia, gli incubi, il divorzio dalla moglie dopo 11 anni. I lavori persi perché non riusciva più a stare in mezzo alla gente, i debiti da pagare. E soprattutto la sensazione di essere stato dimenticato dallo stesso Stato che gli aveva rovinato la vita mandandolo in guerra. Douglas Barber, un riservista dell’Alabama, a un certo punto ha capito che non ce la faceva più. Ha mandato le ultime e-mail ai suoi amici, ha avvertito la polizia delle sue intenzioni e ha registrato un messaggio d’addio nella segreteria telefonica: “Se state cercando Doug, sappiate che lascio questo mondo. Ci vediamo dall’altra parte”. E dopo mezz’ora di inutili tentativi di dissuaderlo da parte degli agenti accorsi a casa sua, clic. Douglas Barber si è sparato un colpo di fucile alla testa.
 
Soldati americani scherzano con due bambini iracheniLa malattia. Ovviamente, non si tratta del primo veterano americano che si toglie la vita. Quelli suicidatisi dopo il Vietnam si contano a decine di migliaia, per quanto riguarda l’Iraq la macabra cifra si aggira al momento sulle 100 unità. E la sua storia sembra quella di tanti altri soldati della “guerra al terrorismo”. Ci vanno entusiasti, convinti di difendere la patria, ma a poco a poco l’idea che si fanno di questa guerra è un’altra. Ma a differenza di tanti casi simili, quando chi sta male tende a tenere tutto dentro di sè, i problemi di Doug erano conosciuti da molti. Lui ne parlava apertamente a chiunque. Partecipava ai forum dei veterani, si faceva intervistare volentieri, non si vergognava delle sue ansie. “Se sono in pubblico mi innervosisco subito”, aveva detto in un recente sfogo. “Non sopporto stare al chiuso con altra gente, e non mi piace neanche all’aperto. Sono sempre all’erta, se vedo un movimento improvviso in una folla mi insospettisco”. Sintomi tipici del PTSD, il disordine post-traumatico da stress. La depressione che colpisce almeno il 20 per cento dei soldati di ritorno dall’Iraq e dall’Afghanistan, cioè decine di migliaia di persone
 
L’esperienza in Iraq. Barber, un camionista riservista della Guardia Nazionale, fu richiamato in servizio attivo nella primavera 2003, allo scoppio della guerra in Iraq. Dopo due mesi di addestramento fu mandato di stanza nel cosiddetto “triangolo sunnita”, l’area più colpita dagli attacchi dei guerriglieri. Portava rifornimenti dalla base all’aeroporto di Baghdad, di conseguenza ogni giorno sapeva che il suo veicolo sarebbe potuto saltare su una mina, o essere centrato da un colpo di mortaio. Alcuni iracheni che facevano piccoli lavoretti alla base americana venivano uccisi dagli insorti. “Il ragazzo da cui compravi sigarette la mattina poteva essere quello che sparava contro di te alla sera. Era impossibile capire di chi fidarsi e di chi no. Cercavo di aiutare molti di loro, ma a volte mi domandavo: questo è un uomo con una famiglia da mantenere o un ribelle che vorrebbe uccidermi? E’ un mio amico o un feddayn?”, aveva raccontato in un’intervista. Dettagli che potevano costare la vita a tutti i soldati. “Ma molti dei miei compagni non si confrontavano con gli altri. Imbottigliavano i loro sentimenti, per paura di sembrare deboli. Uno dei motti dei militari è ‘Fuck it, drive on’. ‘Fanculo tutto, bisogna andare avanti’. Lo si scriveva anche sui muri della base: F.I.D.O.”.
 
La delusione del ritorno. Ritornato a casa, nel gennaio 2004, Douglas aveva cercato l’aiuto psicologico nelle strutture mediche per veterani. Ma la risposta era stata deludente: gli fu concessa una seduta ogni cinque mesi, uno psichiatra gli prescrisse otto diversi anti-depressivi di cui imbottirsi. “Mi sento così solo e abbandonato”, confessò a un giornalista. “Avrebbero dovuto prendersi cura di me al mio ritorno. Bush aveva addirittura detto che nessun soldato sarebbe stato lasciato indietro, una volta tornato a casa. E’ la bugia più grande che abbia mai sentito”. Alla fine, dopo tante battaglie, aveva ottenuto l’invalidità del 50 per cento, che sarebbe diventata del 100 per cento in breve tempo. I suoi amici pensavano fosse in ripresa. Ma i demoni dentro di lui c’erano ancora. “Quando abbiamo lasciato gli Usa eravamo...innocenti. Quello che abbiamo visto in Iraq ci ha tolto l’innocenza”. A lui, anche la voglia di vivere. Fanculo tutto. Ma di andare avanti, non ne aveva più la forza.
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categoria:iraq, guerra, politica americana