martedì, 29 agosto 2006
Ieri Scaroni, AD ENI (settore prodotti petroliferi) ed ex AD Enel (primo produttore italiano di energia elettrica) rilascia un'intervista a Repubblica sulla necessità di razionalizzare i consumi di energia e combustibili fossili, con relativi commenti più o meno positivi da parte di diversi interlocutori.

Notizia positiva? Assolutamente sì. Tutto quello che contribuisce ad alimentare il dibattito su questo tema è benvenuto.

Però... c'è un però. Qualcuno ha la memoria lunga e le orecchie a Scaroni (che non è uno stinco di santo) vanno tirate sonoramente. Quando era all'Enel non si preoccupava di razionalizzare i consumi, anzi lanciò una campagna pubblicitaria nella quale si invitata ad indossare in casa indumenti con le maniche corte d'inverno e di lana d'estate, tanto ci avrebbe pensato l'Enel a fornire il servizio di condizionamento (un allargamento dell'offerta sotto due punti di vista: nuovi servizi venduti, aumento dei consumi). Anche la differenziazione delle tariffe giorno-notte non è esattamente pensata per diminuire i consumi totali, ma piuttosto per aumentarli nelle fasce giornaliere in cui sono più bassi (solitamente la notte). Tanto è vero che per avere la tariffa differenziata dovete aumentare la potenza del vostro contratto (da 3 a 4,5 kW se non sbaglio).

Ora che è all'ENI, dove stanno facendo badilate di soldi grazie al caro-greggio, si preoccupa della razionalizzazione dei consumi (che è praticamente d'obbligo oramai, e che si farà anche senza il suo invito), non per lanciare con decisione le fonti rinnovabili, che a suo avviso "rappresentano ancora una quota troppo esigua per incidere sul mercato dell'energia. Ma nei prossimi 30-40 anni, continuando a investire sull'innovazione, il loro contributo può diventare significativo". (30-40 anni?).

Il risparmio energetico serve per "prolungare l'era dei combustibili fossili. E per questo è necessario puntare con convinzione sull'unica fonte alternativa che può avere un impatto immediato e formidabile sul mercato del petrolio: un uso più razionale ed efficiente dell'energia".

Capito? Stiamo guadagnando come non mai con il caro greggio, che ne dite se tiriamo un po' il freno in modo da ritardare la scomparsa di scena dell'oro nero? Questo è il risultato della visione a breve termine che ha il mercato, e del sistema del management delle grandi aziende, che tende a creare valore nell'immediato per i propri azionisti. E' quello che ha fatto Scaroni. Sottraendo risorse e denaro al Paese e ai suoi cittadini.


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categoria:economia, energia
giovedì, 24 agosto 2006
Oggi vorrei fare due proposte di lettura.

La prima è un'intervista ad Hugo Chàvez, presidende del Venezuela ed artefice di alcuni interessanti cambiamenti nel business petrolifero e non solo.

La seconda è l'ultimo libro di Maurizio Pallante, la Decrescita Felice, che ho piacevolmente letto sotto l'obrellone e che mi è piaciuto molto, anche se all'inizio ero scettico. Eccone un abstract

"I segnali sulla necessità di rivedere il parametro della crescita su cui si fondano le società industriali continuano a moltiplicarsi: l'avvicinarsi dell'esaurimento delle fonti fossili di energia e le guerre per averne il controllo, l'innalzamento della temperatura terrestre, i mutamenti climatici, lo scioglimento dei ghiacciai, la crescita dei rifiuti, le devastazioni e l'inquinamento ambientale. Eppure gli economisti e i politici, gli industriali e i sindacalisti conl'ausilio dei mass media continuano a porre nella crescita del prodotto interno lordo il senso stesso dell'attività produttiva.
In un mondo finito, con risorse finite e con capacità di carico limitate, una crescita infinita è impossibile, anche se le innovazioni tecnologiche venissero indirizzate a ridurre l'impatto ambientale, il consumo di risorse e la produzione di rifiuti. Queste misure sarebbero travolte dalla crescita della produzione e dei consumi in paesi come la Cina, l'India e il Brasile, dove vive circa la metà della popolazione mondiale.
Forse è arrivato il momento di smontare il mito della crescita, di definire nuovi parametri per le attività economiche e produttive, di elaborare un'altra cultura, un altro sapere e un altro saper fare, di sperimentare modi diversi dirapportarsi col mondo, con gli altri e con se stessi. "

Qui c'è una bella intervista all'autore.
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categoria:economia, stili di vita, sviluppo sostenibile, autoproduzione
lunedì, 21 agosto 2006
Una delle tante ideologie di cui credo sia costellata l'economia, almeno per come mi è stata insegnata, è che il settore agricolo è destinato ad occupare una posizione secondaria nel panorama economico odierno. I fatti dicono il contrario: cresce l'importanza e la domanda di cibo di qualità in grado anche di salvaguardare l'ambiente (agricoltura biologica); i sistemi energetici basati sulle biomasse non solo sono sostenibili e rinnovabili, ma aiutano anche a mantenere in buono stato l'ambiente (es. di montagna) e a valorizzare le economie locali; alcuni materiali, come ad esempio il legno, tornano ad essere utilizzati largamente per le loro caratteristiche funzionali ed estetiche (ad esempio nella bioedilizia ma anche in progetti ambiziosi ed architetturalmente affascinanti).
Finalmente oggi viene portato all'attenzione di tutti quello che purtroppo sta succendendo in India nel settore agricolo, dove multinazionali senza scrupoli, con la complicità di politici locali ed organismi internazionali, stanno scardinando il sistema agricolo indiano, con il mito del progresso (vedi ogm) e della globalizzazione necessaria (la peggiore che si potesse pensare: esportazione di materie prime a basso costo contro scambio di tecnologia per la coltivazione).
Sono sempre più convinto che dobbiamo puntare a creare economie reali autosufficienti in ogni continente, e destinare al commercio internazionale solamente quei prodotti per i quali vi è un'effettiva convenienza (e sostenibilità) nello scambio internazionale. Le sementi, come l'energia, mi pare che non rientrino proprio in questa categoria.
Tratto da Il Corriere della Sera di oggi.

"India, tra i suicidi nei campi di cotone


Gli ecologisti contro il Fondo monetario: ha spinto a tagliare gli aiuti pubblici. Gli Usa impongono i loro semi Ogm, costringendo i lavoratori a indebitarsi


NEW DELHI — «Nel villaggio di Bheemavaram, Stato dell'Andhra Pradesh, il contadino Chinta Venkateswara, 46 anni, s'è ucciso bevendo del pesticida per i troppi debiti. È il terzo suicidio tra i coltivatori di cotone nella stessa località, in soli due giorni». Notizie come queste sono ormai la norma qui in India, non si stupisce più nessuno.
«La sedicenne Vijay Chatale è sotto choc per aver scoperto il padre, agricoltore del Kerala, morto per impiccagione nella cucina di casa dopo il crollo dei prezzi agricoli internazionali», si legge su un altro giornale. E ancora: «Nel paesino di Nagpur, nello Stato del Maharashtra, la polizia ha fermato alcuni contadini disperati che stavano preparando una pila funeraria su cui intendevano immolarsi». E si potrebbe continuare a lungo.
Sui media indiani queste notizie sono infatti quotidiane: come gli spostamenti dell'amato-odiato monsone lungo l'enorme subcontinente, i gossip sugli attori miliardari di Bollywood, i lenti ma costanti successi delle caste «inferiori» nello scardinare l'antica struttura sociale. Avvenimenti ormai entrati nella routine di questo Paese.

Ma i suicidi di migliaia di contadini — l'attuale governo di New Delhi ne ammette «quasi 10 mila» dal 1997, stime indipendenti ne quadruplicano almeno la cifra — sono diventati un'enorme tragedia collettiva. Una piaga nemmeno immaginabile finché l'agricoltura — da cui dipendono ancora i due terzi della popolazione indiana, ovvero 750 milioni di persone — era gestita su basi comunitarie o basata sui grandi latifondi e lo Stato sosteneva il settore. Soprattutto fino a quando le multinazionali americane non hanno iniziato a imporre i loro carissimi semi — in particolare per la diffusissima coltivazione del cotone, per di più geneticamente modificato — costringendo i contadini a ricomprarli ogni anno per mantenere gli standard richiesti dal mercato internazionale nonostante il crollo dei prezzi della materia prima.

Che l'«epidemia» di morti nelle campagne — quasi tutti uomini e in genere piccoli e piccolissimi proprietari — sia un fenomeno nuovo è un fatto che nemmeno il governo mette più in dubbio. Che le decine di migliaia di suicidi siano causati dalla disperazione dovuta a debiti impossibili da ripagare, nemmeno.

Piuttosto, è sui motivi a monte che il potere politico ha finora dato spiegazioni «naturali» anziché politiche ed economiche. Colpa di inondazioni e siccità, invasioni di insetti e parassiti delle colture, sostiene (con sempre minor convinzione) New Delhi, dichiarandosi impotente e impegnandosi al massimo a stanziare fondi per le regioni più in crisi, come ha fatto recentemente il premier Manmohan Singh nel Maharashtra, con un programma da 800 milioni di euro.

Ma le catastrofi naturali sono flagelli antichi in India. Perché tutte quelle morti, quasi all'improvviso? E soprattutto, come mettere loro fine?
Una risposta arriva da tempo dalle analisi dei combattivi ecologisti indiani. Dalla famosissima scienziata-ambientalista Vandana Shiva, da migliaia di organizzazioni e attivisti meno noti. «La Super India Scintillante con una crescita annua dell'8%, magnificata da tutti per il polo di Information technology a Bangalore, sede ambita dall'Occidente per la delocalizzazione delle sue imprese, oggetto delle copertine dei magazine di mezzo mondo, è solo una faccia della medaglia», dice Kishor Tiwari, che dieci anni fa ha lasciato un ottimo impiego alla General Electric per dedicarsi alla causa dei contadini del Vidarbha (nel Maharashtra), la regione produttrice di cotone più colpita in assoluto.

L'altra faccia, dice Tiwari, mostra un'agricoltura ormai semidistrutta da 15 anni di riforme sconsiderate, dagli accordi tra New Delhi e Washington ribaditi anche nel 2005, che concedono un quasi monopolio alle multinazionali Usa nell'imporre i loro carissimi semi. E questo nell'indifferenza dei governi federali e statali, sempre più proiettati a lanciare l'India del hi-tech a scapito dell'agricoltura, da cui dipende appunto il 75% della popolazione del Paese ma che contribuisce ormai solo per il 25% al suo Pil.

Un'analisi soltanto in apparenza frutto di una visione anti-governo e anti- globalizzazione. Infatti, anche il prestigioso e ben poco rivoluzionario Tata Institute of Social Sciences di Mumbai, a cui si era rivolto mesi fa il tribunale supremo della capitale finanziaria indiana per capirne di più, si è trovato alla fine d'accordo. «I suicidi sono avvenuti a partire dal 1997 nelle zone più ricche del Paese e sono l'indubbio sintomo di una profonda crisi del settore agricolo — si legge nel rapporto del Tata Institute —. Tra i motivi che abbiamo individuato c'è il crollo degli investimenti pubblici nel settore, in linea con le direttive di Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale che hanno soprattutto costretto l'India ad aprire le porte, dal 1998, a corporation come Monsanto, Cargill e Sygentas i cui semi sono più cari e richiedono più fertilizzanti, pesticidi e acqua. Fattori, questi, che diminuiscono la fertilità dei terreni, aumentano i costi di produzione, mettono i contadini in balia degli usurai e del mercato internazionale. Il tutto, mentre l'Organizzazione mondiale per il commercio impone di togliere le tariffe all'import, e gli Stati Uniti continuano a finanziare il loro export»."
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categoria:economia, ogm , sviluppo sostenibile
martedì, 01 agosto 2006
Una volta sulla RAI trasmettevano "intervallo", foto da varie località d'Italia con un sottofondo musicale (un po' troppo antiquato, a dire la verità). Che bei tempi. Ho deciso di prendere spunto e di postare questa notizia senza nessun commento. Le cifre parlano da sole. Da Il Sole 24 Ore di Oggi.

"Il valore della spesa pubblicitaria in Italia nei primi sei mesi del 2006, secondo Nielsen Media Research, ammonta a oltre 4.735 milioni di euro (+4% contro lo stesso periodo del 2005).

Il confronto mensile tra giugno 2006 e giugno 2005 ha registrato un aumento del 5,3%, grazie soprattutto ai Mondiali di calcio in Germania. I top spender di questa prima metà dell'anno sono: Unilever, Ferrero, Vodafone, Fiat Auto e Wind. La crescita della televisione nel periodo di riferimento è dell'1,7% (2.685 milioni di euro); sulla radio, gli investimenti pubblicitari sono aumentati del 14,4%, sulla stampa del 4,9% e sulle affissioni del 2,9%, mentre il cinema è in flessione del 10,5 per cento. Continua l'exploit di internet che fa registrare investimenti nei primi sei mesi dell'anno pari a 92,9 milioni, con una crescita del 53,5% contro lo stesso periodo dell'anno precedente."
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categoria:economia, stili di vita
venerdì, 07 luglio 2006
Per fortuna c'è la UE! Tratto da Eco dalle Città.

"Proposta della Commissione UE: entro dieci anni la tassa d´immatricolazione delle auto con una tassa annuale di circolazione a livello europeo

La Commissione Ue ha proposto al parlamento europeo di sostituire entro dieci anni la tassa d´immatricolazione delle auto con una tassa annuale di circolazione a livello europeo. La tassa intelligente varierà secondo il livello d´inquinamento prodotto dalle autovetture, per incentivare l´acquisto di auto "pulite".

Insomma, occhio ai prossimi prezzi di listino, ai quali bisognerà aggiungere una pesante tassa d´immatricolazione se l’auto acquistata consuma ed inquina troppo. Il 21 giugno la proposta ha ricevuto il sostegno dei membri della commissione economica e monetaria del parlamento europeo, ma i deputati vorrebbero andare oltre: secondo loro dovrebbero essere presi in considerazione altri tipi d´inquinamento, e non solo la CO2.

Finora, il problema era come districarsi tra 25 diversi sistemi di tassazione: secondo il paese, il costo d´immatricolazione varia dallo 0% al 180% della media Ue. Con la proposta della Commissione l´acquisto di una macchina nuova non sarà mai più tassato, esisterà solo la tassa di circolazione annuale del paese dove la macchina è registrata.

«Le nuove misure – dice la Commissione Ue - dovrebbero permettere ai fabbricanti di realizzare economie di scale perché non sarà più necessario tenere conto di criteri tecnici di base diversi, ad esempio ambientali, secondo i sistemi nazionali di tassazione. La commercializzazione sarà così più facile eliminando la frammentazione del mercato attuale. Questi fattori dovrebbe quindi portare alla riduzione dei prezzi delle automobili».

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categoria:economia, ecologia, buone notizie, sviluppo sostenibile
martedì, 20 giugno 2006
Valori di giugno vi aspetta. Inchieste, approfondimenti e tante news sui temi della finanza etica e dell’economia sociale; ecco una sintesi di quello che potrete trovare nel sesto numero del 2006.

DOSSIER: Banche etiche d’Europa. Mappa ragionata degli istituti che stanno cambiando il credito

Banca Etica, GLS Gemeinschaftsbank, Triodos, Merkur, BAS, Ekobanken, La Néf: sono solo alcune delle istituzioni finanziarie etiche nate in Europa negli ultimi anni. Diverse per storia, base sociale e dimensioni, le accomuna lo sforzo quotidiano di usare il denaro come mezzo per dare credito alla cooperazione internazionale, alla tutela dell’ambiente, alla cultura, all’integrazione sociale. Quella del credito etico, in tutto il continente, è una rivoluzione silenziosa, che punta a trasformare i meccanismi sociali e gli stili di vita, orientandoli verso una reale sostenibilità.

MAFIA: Anche Palermo cerca di uscire dal buio della paura e del ricatto

"Addio Pizzo" è un’associazione antiracket nata nel 2004, quando una trentina di giovani palermitani hanno tappezzato la città di adesivi listati a lutto con scritto "un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità". Oggi sono oltre 100 i commercianti che vi aderiscono, rendendo pubblico il loro rifiuto di subire le estorsioni mafiose. E più di settemila sono i palermitani che hanno deciso di essere solidali con i loro concittadini, sottoscrivendo l’impegno di andare a comprare nei negozi "ribelli". Una forma di commercio critico e solidale che rende liberi.

NUOVE POVERTÀ: Matera, un’anima fragile dietro il volto rassicurante

La povertà si insinua tra i Sassi di Matera: lo conferma un rapporto redatto dalla Caritas diocesana. Oggi un materano guadagna in media 11.235 euro all’anno, decisamente meno della media nazionale di 15.541 euro. Sempre ammesso che un reddito ci sia! Infatti con un tasso di disoccupazione del 12%, sono in molti a Matera a non vedere soldi a fine mese. E solo nell’ultimo anno nel territorio provinciale ben 2.200 persone hanno perso il lavoro: una cifra rilevante, su una popolazione di 55 mila abitanti. Ma Matera è bravissima a nascondere la miseria, mostrando un’immagine di sé dignitosa e rassicurante. Il disagio profondo si consuma nell’intimità delle case: spezza gli equilibri delle famiglie, provoca separazioni, violenza, ricorso a droghe e alcol.

INTERNAZIONALE: Cina. Parla il sindacalista che lotta per i diritti civili e sociali

Combatte per migliorare le condizioni di lavoro in Cina, ma lo può fare solo all’ombra della Tour Eiffele: è Cai Chongguo, sindacalista cinese scappato a Parigi dopo la strage di Tienammen. "È vero, oggi la Cina è più ricca di dieci anni fa – racconta nell'intervista rilasciata a Valori - ma il prezzo da pagare sono state la sicurezza sociale e la dignità del lavoro. In Cina i lavoratori praticamente non hanno diritti. Lavorano 12-14 ore al giorno, sette giorni su sette, senza alcuna garanzia sociale. I salari sono bassi, e spesso non vengono neanche pagati. La parola sicurezza non esiste. Basti pensare a tutte le esplosioni nelle miniere di carbone: almeno 20 mila minatori muoiono ogni anno".

AMBIENTE: Dal satellite la mappa delle foreste in via di estinzione
È un vero e proprio atlante delle foreste del pianeta quello che Greenpeace è riuscita a creare grazie alle più aggiornate immagini satellitari ad alta definizione. Una mappatura che consente di stabilire qual è lo stato attuale delle foreste in Europa, Africa e America latina. Il tasso più alto di deforestazione spetta al Brasile, che mette a rischio anche le specie animali e le popolazioni indigene.
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categoria:economia, giustizia, ecologia, energia, stili di vita, consumo etico
mercoledì, 01 febbraio 2006
Tratto da Il Sole 24 Ore.

"Ma non abbinando un motore elettrico e un propulsore a benzina per abbattere consumi ed emissioni grazie a un tandem di spinta tra due sistemi reso possibile dell’elettronica, come nel caso dell’ormai leggendaria Toyota Prius, la prima ibrida sul mercato o la Honda Insight. Psa invece punta sull’ibrido diesel ovvero sul matrimonio tra la trazione elettrica e il motore a gasolio con alimentazione common rail di ultima generazione. [...]


Le due macchine consumano 3,4 litri di gasolio per 100 km: quasi 30 chilometri con un litro. Un valore da scooter di piccola cubatura e tale da "impensiere" i giganti del petrolio. Il risulato è soprendente, anche perché raggiunto con un auto normali e non con vetture dotate di carrozzerie specifiche in materiale ultra leggeri. Il consumo delle francesi è 28% minore rispetto ai diesel classici e il 25% di meno degli ibridi a benzina. I due prototipi, secondo quanto afferma il costruttore d'Oltralpe, emettono 90 grammi di CO2 al km, meno della Prius della Toyota che con 194 grammi è ora considerata una delle auto meno inquinanti al mondo. [...]

Sull’ibrido negli ultimi 12 mesi si è scatenata una gara tra i principali costruttori mondiali. La partita agli albori dell'ibrido commerciale si giocava alla giapponese: tra Toyota e Honda, successivamente è entrata in gioco Ford con un patto con Toyota e nella primavera dello scorso anno anche case come Gm (che ha appena deciso di assemblare due Suv ibride a benzina in Texas), Volkswagen e DaimlerChrysler hanno avviato iniziative, anche con alleanze incrociate, per abbattere i costi e arrivare alla commercializzazione di massa. E ora persino Bmw, la casa che più di tutte ha investito sull’idrogeno da bruciare però in motori a benzina plurifrazionati di grande cubatura, crede nell’ibrido."

Fiat, ci sei? sei connessa? Dopo aver venduto il brevetto del common rail agli svedesi, finirà che monteremo motori francesi sulle Punto! Perdendo così anche il comparto motoristico.
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categoria:tecnologia, economia, energia
venerdì, 27 gennaio 2006
Mentre Silvio si arricchisce l'Italia va sempre peggio, tra i tanti, anche l'Eurispes. Ma occhio alla ricetta, sottolineata in grassetto. Finalmente qualcuno che dica cose serie e sensate! Speriamo siano solo i primi. Tratto da Repubblica.

Il Rapporto Eurispes 2006 denuncia l'immobilismo dell'economia e il conseguente arretramento del Paese, in attesa di 'soluzioni'

L'Italia spreca il talento e declina tra Don Gesualdo, Cassano e debiti

Paese che si mostra incapace di esprimere tutte le sue risorse
. E si indebita: prestiti per mantenere il livello di vita precedente

di ROSARIA AMATO

ROMA - Un Paese che non riesce a trasformare la propria potenza in energia. Che accumula 'robba' che non si traduce in ricchezza collettiva. Che perde per strada, per incapacità di valorizzarli, talenti propri e importati. Per spiegare il declino dell'Italia l'Eurispes, nel Rapporto 2006, tira in ballo la filosofia aristotelica, Mastro Don Gesualdo, protagonista dell'ominimo romanzo di Giovanni Verga, e infine un personaggio dei giorni nostri, Cassano.

Aristotele. Per declinare in questo modo la metafora: di Aristotele si cita la fisica, la trasformazione dell'essere in potenza ad un essere in atto. L'Italia, spiega il presidente dell'Eurispes Gian Maria Fara, è "un Paese dalle grandi risorse e dalle grandi potenzialità che non riesce ad esprimere e ad affermare un progetto di crescita e di sviluppo. Che non riesce ad individuare un percorso orginale al quale affidare il proprio futuro".

Mastro Don Gesualdo. Per cui la ricchezza accumulata, non traducendosi in benessere e progresso per il Paese, diventa inutile come la 'robba' di Mastro Don Gesualdo, che avrebbe dovuto garantire al personaggio verghiano la sognata elevazione sociale, e invece rimane lì, pronta per essere dilapidata dal genero nobile e squattrinato.

Cassano. E così anche quello che avrebbe pregio, che meriterebbe di essere valorizzato diventa inutile, improduttivo. Come il giocatore della Roma Cassano, ricorda l'Eurispes, acquistato dalla Roma nel 2001 per 30 milioni di euro, un talento poco o nulla valorizzato dalla squadra, alla quale alla fine non rimane che venderlo.

Il declino. In opposizione all'ultimo Rapporto Censis che nega che in atto ci sia un declino del Paese, e che parla anzi di segnali, sia pur deboli, di cambiamento, l'Eurispes afferma senza mezzi termini che "l'Italia è già 'declinata'", almeno quella alla quale eravamo abituati, e ne sta nascendo un'altra che gli osservatori stranieri non vedono e non considerano". E alla quale, contesta Fara, si applicano inutilmente "analisi a scoppio ritardato e ricette politiche bipartisan ancora legate ai modelli della tradizione economica, che hanno mostrato il loro sostanziale fallimento nel corso degli ultimi cinquant'anni".

I segnali: l'indebitamento delle famiglie. I più ampi ed espliciti segnali di declino sono naturalmente la stagnazione economica, il cattivo andamento della produzione industriale, la dimuzione delle esportazioni, il debito pubblico...Tutti dati già ampiamente noti, mentre vale la pena di soffermarsi sulla crisi dei bilanci familiari, e sul conseguente aumento esponenziale dell'indebitamento delle famiglie stesse. Nel 2005, si legge nel Rapporto Eurispes, il credito al consumo ha avuto una crescita del 23,4%, pari quasi a 47 miliardi di euro. Ma all'impennata dei debiti non ne corrisponde una analoga dei consumi, cresciuti a malappena nello stesso periodo dell'1%. Questo perché le famiglie vi fanno ricorso "solo per mantenere il vecchio, dignitoso livello di vita".

Prestiti anche per i consumi alimentari. Negli ultimi anni si registra inoltre un allungamento dei crediti al consumo: quelli la cui restituzione è prevista entro i cinque anni sono passati dai 5.802 milioni di euro del 2001 ai 17,5 miliardi del 2005, con un aumento del 200%. Le famiglie ricorrono al credito "soprattutto per far fronte ai bisogni essenziali (cure mediche e specialistiche, automobili, elettrodomestici, servizi per la casa, ecc) piuttosto che per acquistare beni e servizi voluttuari quali, ad esempio, viaggi e vacanze. Peraltro si sta diffondendo sempre più la pratica di credito al consumo per l'acquisto di beni di prima necessità come quelli alimentari". Pertanto, prevede l'Eurispes, nel 2006 la percentuale delle famiglie italiane che vi farà ricorso aumenterà dell'11,8%.

Più poveri, più ricchi. Come segnalato anche da altre ricerche, l'arretramento dell'economia ha schiacciato la classe media, aumentando il divario tra ricchi e poveri. Alle 2.674.000 famiglie (l'11,7 %) povere rilevate dall'Istat secondo l'Eurispes ne vanno aggiunge due milioni e mezzo a rischio povertà. Si ottengono così 5.200.000 nuclei familiari, il 23% del totale, in situazioni di indigenza. Che hanno tagliato le spese per il tempo libero (61,5%), viaggi e vacanze (64%), destinate ai regali (72%) o ai pasti fuori casa (oltre il 66%).

Mentre i nuovi ricchi vanno cercati, rilevano gli autori del Rapporto, "nei settori finanziario, assicurativo, immobiliare e dei servizi alle imprese". E poi tra i "commercianti all'ingrosso e al dettaglio, imprenditori nel settore dell'edilizia, immobiliaristi e agenti immobiliari, produttori e rivenditori di beni di lusso, titolari di centri estetici e beauty farm". E ancora, tra le "diverse tipologie di liberi professionisti come avvocati e consulenti legali dei settori finanziario, assicurativo e immobiliare, medici specialisti e dentisti, commercialisti e tributaristi", categorie che "hanno potuto sfruttare il ciclo economico di elevata inflazione adeguando verso l'alto in maniera pesante onorari, tariffe e parcelle professionali". Mentre a perdere sono stati i piccoli risparmiatori, i piccoli imprenditori, tra i quali gli artigiani, gli impiegati a stipendio fisso.

Cala la fiducia nelle istituzioni. Nei vari sondaggi che registrano la fiducia dei cittadini nelle istituzione il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi è quasi sempre in testa alle preferenze, e infatti anche per l'Eurispes non fa eccezione. E tuttavia, fa notare l'istituto di ricerca, anche la credibilità personale del presidente rischia di venire travolta dalla sempre più dilagante sfiducia degli italiani nei confronti di chi li governa: infatti Ciampi passa dall'80% per dell'anno scorso e di due anni fa al 65,6% attuale. Il 49,2% degli intervistati è "meno fiducioso verso le istituzioni" rispetto allo scorso anno. Dopo Ciampi registra i maggiori consensi la magistratura (38,6%), seguita dal Parlamento e dal governo con, rispettivamente, il 24,6 e il 23%. Anche queste ultime sono percentuali in ribasso (l'anno scorso erano al 44, 34 e 32,9%).

L'Italia in potenza. Il Rapporto Eurispes dopo una disamina impietosa del declino passa a parlare delle potenzialità. A cominciare dal patrimonio culturale che, nelle stime dell'Unesco, assomma al 60-70% di quello mondiale. E poi il turismo, e il suo matrimonio fruttuoso con l'agricoltura. "La via d'uscita dalla crisi è legata - afferma Fara - alla riscoperta e alla valorizzazione delle peculiarità e delle vere vocazioni del nostro Paese. Trasformare la potenza in atto significa dunque realizzare il passaggio da un sistema produttivo orientato alla produzione di beni di consumo individuali, materiali o immateriali, verso la produzione di 'ben vivere collettivo' in termini di riqualificazione urbana; energie pulite e rinnovabili; salvaguardia del territorio, dell'acqua e dell'aria; salute e prevenzione sanitaria; agricoltura e sicurezza alimentare; ristrutturazione della mobilità dei passeggeri e delle merci; ristrutturazione disinquinante dei processi produttivi e uso più efficiente delle risorse".

La raccomandazione: esecrabile ma gradita. In una situazione piuttosto nera nella quale le prospettive lavorative più rosee sono quelle di un precariato a vita, l'italiano medio, pur vedendo la raccomandazione come "una pratica negativa e discutibile per entrare nel mondo del lavoro", la considera, nel 65% dei casi "un'occasione d'inserimento", che per il 67,4% (con punte del 73,4% tra i più giovani) risulta "necessaria".