sabato, 24 giugno 2006
Secondo una stima recente il costo di una “biocasa” sarebbe superiore di soli 60 euro al mq rispetto a una casa “convenzionale”. Poco, decisamente poco, rispetto ai vantaggi diretti e indiretti di un diverso modo di costruire. Del fatto che questi 60 euro in più al metro quadrato siano un buon investimento sembrano essere convinti in molti e la rilevanza che il tema ha assunto è testimoniata dal singolare “ingorgo” di manifestazioni, convegni, workshop e seminari che si sta verificando in questi ultimi mesi. Durante la scorsa settimana, Roma è sembrata essere l’epicentro del dibattito, con almeno 5 iniziative organizzate da soggetti diversi (istituzioni, associazioni, ordini professionali). Una di queste iniziative, quella realizzata da ANAB con la Provincia di Roma, era finalizzata a lanciare l’idea di un disegno di legge sull’architettura sostenibile, che definisca gli indirizzi di rinnovamento dell’attività edilizia. Un passo che avrebbe un'importanza enorme per tutto il settore e per lo stesso “sistema paese”, dal momento che, come amano affermare con compiacimento i costruttori, proprio l’edilizia avrebbe tenuto in piedi il PIL nella non facile congiuntura economica attuale.
L’idea di un disegno di legge sembra raccogliere consenso e il documento portato alla discussione durante la tavola rotonda “Idee operative per una proposta di legge sull’architettura sostenibile” svoltasi a Roma lo scorso 26 maggio, è reperibile sul sito di ANAB.

Tornando ai 60 euro in più: a questi vanno comunque aggiunti i risparmi nei consumi energetici che un edificio ecoefficiente permette di conseguire negli anni. Ci metti qualcosa di più all’inizio, ma quel plus di investimento si ripaga, e più velocemente di quanto si pensi. Quando il mercato immobiliare inizierà a premiare anche queste differenze qualitative, l’investimento risulterà essere stato ancor più lungimirante.
Oltre a moltiplicare le occasioni di dibattito e le iniziative politiche, è ancora essenziale lavorare sulla diffusione di una diversa cultura del costruire e del progettare.

Mentre altri pensano già a quartieri sostenibili completamente indipendenti dalle fonti energetiche fossili
noi, in un’Italia ormai tutta già “costruita”, abbiamo di fronte la grande sfida di rinnovare secondo criteri di sostenibilità. E, ancor prima, di imparare come si fa.
martedì, 20 giugno 2006
Valori di giugno vi aspetta. Inchieste, approfondimenti e tante news sui temi della finanza etica e dell’economia sociale; ecco una sintesi di quello che potrete trovare nel sesto numero del 2006.

DOSSIER: Banche etiche d’Europa. Mappa ragionata degli istituti che stanno cambiando il credito

Banca Etica, GLS Gemeinschaftsbank, Triodos, Merkur, BAS, Ekobanken, La Néf: sono solo alcune delle istituzioni finanziarie etiche nate in Europa negli ultimi anni. Diverse per storia, base sociale e dimensioni, le accomuna lo sforzo quotidiano di usare il denaro come mezzo per dare credito alla cooperazione internazionale, alla tutela dell’ambiente, alla cultura, all’integrazione sociale. Quella del credito etico, in tutto il continente, è una rivoluzione silenziosa, che punta a trasformare i meccanismi sociali e gli stili di vita, orientandoli verso una reale sostenibilità.

MAFIA: Anche Palermo cerca di uscire dal buio della paura e del ricatto

"Addio Pizzo" è un’associazione antiracket nata nel 2004, quando una trentina di giovani palermitani hanno tappezzato la città di adesivi listati a lutto con scritto "un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità". Oggi sono oltre 100 i commercianti che vi aderiscono, rendendo pubblico il loro rifiuto di subire le estorsioni mafiose. E più di settemila sono i palermitani che hanno deciso di essere solidali con i loro concittadini, sottoscrivendo l’impegno di andare a comprare nei negozi "ribelli". Una forma di commercio critico e solidale che rende liberi.

NUOVE POVERTÀ: Matera, un’anima fragile dietro il volto rassicurante

La povertà si insinua tra i Sassi di Matera: lo conferma un rapporto redatto dalla Caritas diocesana. Oggi un materano guadagna in media 11.235 euro all’anno, decisamente meno della media nazionale di 15.541 euro. Sempre ammesso che un reddito ci sia! Infatti con un tasso di disoccupazione del 12%, sono in molti a Matera a non vedere soldi a fine mese. E solo nell’ultimo anno nel territorio provinciale ben 2.200 persone hanno perso il lavoro: una cifra rilevante, su una popolazione di 55 mila abitanti. Ma Matera è bravissima a nascondere la miseria, mostrando un’immagine di sé dignitosa e rassicurante. Il disagio profondo si consuma nell’intimità delle case: spezza gli equilibri delle famiglie, provoca separazioni, violenza, ricorso a droghe e alcol.

INTERNAZIONALE: Cina. Parla il sindacalista che lotta per i diritti civili e sociali

Combatte per migliorare le condizioni di lavoro in Cina, ma lo può fare solo all’ombra della Tour Eiffele: è Cai Chongguo, sindacalista cinese scappato a Parigi dopo la strage di Tienammen. "È vero, oggi la Cina è più ricca di dieci anni fa – racconta nell'intervista rilasciata a Valori - ma il prezzo da pagare sono state la sicurezza sociale e la dignità del lavoro. In Cina i lavoratori praticamente non hanno diritti. Lavorano 12-14 ore al giorno, sette giorni su sette, senza alcuna garanzia sociale. I salari sono bassi, e spesso non vengono neanche pagati. La parola sicurezza non esiste. Basti pensare a tutte le esplosioni nelle miniere di carbone: almeno 20 mila minatori muoiono ogni anno".

AMBIENTE: Dal satellite la mappa delle foreste in via di estinzione
È un vero e proprio atlante delle foreste del pianeta quello che Greenpeace è riuscita a creare grazie alle più aggiornate immagini satellitari ad alta definizione. Una mappatura che consente di stabilire qual è lo stato attuale delle foreste in Europa, Africa e America latina. Il tasso più alto di deforestazione spetta al Brasile, che mette a rischio anche le specie animali e le popolazioni indigene.
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categoria:economia, giustizia, ecologia, energia, stili di vita, consumo etico
martedì, 21 marzo 2006

Se qualcuno ha notizie simili riguardanti altri produttori è pregato di segnalarle in questo post. Tratto da Jacopofo.it

"Presentiamo oggi un libro molto sofferto ma che e’ unico nel suo settore: la Guida al vestire critico, elaborata dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo, lo stesso che periodicamente prepara la Guida al Consumo Critico.
Il libro, che ha richiesto oltre un anno di lavoro, rivela l’assoluta conforme incontrollabilita’ del settore abbigliamento: basti dire che su 61 questionari inviati alle aziende, ne sono tornati indietro solo 5. In molti casi e’ stato un lavoro difficilissimo solo trovare gli stabilimenti esteri e in quali paesi si trovano.
Tutte le aziende dell’abbigliamento lavorano nello stesso modo, seguendo la stessa strategia produttiva: “contenimento dei costi”
Quella che pubblichiamo e’ la storia di una ragazza indonesiana che lavora per un'azienda che fabbrica prodotti Nike e, di seguito, un agghiacciante elenco di soprusi e negazione dei diritti elementari dei lavoratori che si applica nelle fabbriche che lavorano per il colosso multinazionale.
“Buona lettura”.


Il costo di un paio di scarpe Nike

Trymun e' una ragazza indonesiana di 19 anni che lavora in una fabbrica di scarpe. De anni fa lascio' il suo villaggio piena di ottimismo. Sperava di guadagnare abbastanza per mantenersi e mandare a casa un gruzzoletto. In realta' non ce la fa neanche a coprire le sue spese personali. Riesce a sbarcare il lunario condividendo la stanza con altre nove compagne e facendo un sacco di straordinari.
Ecco il suo racconto: "Ogni giorno lavoriamo dalle otto fino a mezzogiorno, poi facciamo pausa per il pranzo. L'orario del pomeriggio dovrebbe andare dall'una alle cinque ma dobbiamo fare gli straordinari tutti i giorni. Durante la stagione di punta lavoriamo fino alle due o alle tre di notte. Anche se siamo sfinite non abbiamo scelta. Non possiamo rifiutare gli straordinari perche' le nostre paghe di partenza sono bassissime. La mia corrisponde a 50 dollari al mese che in realta' diventano 43 perche' il datore di lavoro ci trattiene 7 dollari per le tasse di registrazione. Quando ci ha tolto le spese per il dormitorio, l'acqua e la corrente elettrica, mi rimane molto poco per mangiare".
La fabbrica in cui Trymun lavora appartiene a un sudcoreano, ma le scarpe che produce sono destinate a Nike. Nonostante mezzo miliardo di dollari all'anno di profitti, Nike si lamenta: "Con i tempi che corrono rimanere sul mercato e' una battaglia continua. Per vincerla bisogna investire in pubblicita'". E cosi' fa. Abitualmente dedica a questa voce l'11% del suo fatturato, e non solo per spot televisivi e annunci sui giornali ma anche per sponsorizzazioni.
Strano mondo il nostro. Nel 2003 James LeBron, un atleta americano di pallacanestro neanche diciottenne, ha firmato un contratto di sette anni che lo obbliga a indossare maglie e scarpe col marchio Nike bene in vista. In cambio riceve 90 milioni di dollari. Trymun, che produce il bene su cui e' costruito tutto il castello pubblicitario e commerciale dovrebbe lavorare 150.000 anni per guadagnare la stessa cifra. Tutti si arricchiscono sul lavoro di Trymun, tranne lei. Su un paio di scarpe che in negozio paghi 70 euro, a Trymun va solo mezzo euro, poco piu' o poco meno, a seconda del cambio del dollaro. In definitiva, il prodotto di Trymun come le patatine fritte: un bene insignificante che fa da pretesto per vendere una confezione ingombrante e permettere a pubblicitari, imprenditori, supermercati e altri parassiti di avere la loro fetta di guadagno.
Verificare per credere. Sul prezzo finale di un paio di scarpe Nike, il lavoro di assemblaggio incide per lo 0,4%, il materiale e le altre spese di produzione per 9,6%, il trasporto per il 5%. Il resto sono balzelli privati e pubblici: tasse governative 20%, profitti al produttore 3%, pubblicita' e marketing 8,5%, progettazione 11%, profitti di Nike 13,5%, quota del rivenditore 30%.

Giudicate se questa e' un'azienda...

Per molti anni, Nike e' stata la multinazionale che ha ricevuto piu' critiche per le condizioni di lavoro. In dieci anni di indagini a carico dei suoi fornitori, sono state riscontrate violazioni di ogni genere, compreso il ricorso al lavoro minorile, come denuncio' nel 1996 un servizio apparso su "Life" relativo alla cucitura dei palloni in Pakistan. Nike stessa, nel suo rapporto sociale 2005m riconosce che nelle fabbriche delle sue appaltate si verificano ancora numerose violazioni. Dalle indagini e denunce avanzate da sindacati e associazioni, sia di natura locale che internazionale, risulta che nelle fabbriche al suo servizio si verificano le seguenti violazioni:
- minacce, arresti, tentati omicidi nei confronti di attivisti sindacali;
- mancato rispetto delle liberta' sindacali;
- chiusure di interi stabilimenti, con licenziamento in tronco di migliaia di lavoratori e mancato pagamento degli stipendi arretrati;
- uso di anfetamine per affrontare il lavoro notturno;
- salari al di sotto del minimo legale;
- mensilita' trattenute per impedire ai lavoratori di dimettersi;
- multe e tagli agli stipendi;
- insulti, intimidazioni e molestie sessuali;
- licenziamenti arbitrari;
- lunghi orari di lavoro;
- Straordinari obbligatori e non adeguatamente retribuiti;
- Lavoro a cottimo, con obiettivi produttivi eccessivi;
- Mancato rispetto del riposo settimanale;
- Sorveglianza tramite telecamere, poste anche nei bagni;
- Ambienti di lavoro insalubri;
- Condizioni igieniche precarie;
- Incidenti gravi con menomazioni permanenti;
- Lavoratrici costrette a mostrare l'assorbente per avere il permesso dovuto loro per legge in caso di mestruazioni;
- Test di gravidanza obbligatori."

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categoria:giustizia, stili di vita, consumo etico
sabato, 18 febbraio 2006
Da GreenTips, Union of Concerned Scientists

Molte delle nostre azioni quotidiane incidono sull’ambiente, ma poche persone si sono fermate a considerare la più importante: il loro personale contributo al riscaldamento climatico. I combustibili fossili che bruciamo per soddisfare le nostre esigenze di trasporto ed energetiche generano anidride carbonica (CO2), il gas intrappola-calore responsabile principale del cambiamento climatico. In fatti, l’americano medio genera 20 tonnellate di CO2 ogni anno – circa la stessa quantità di tre nuove macchine.
Molti calcolatori on line sono disponibili per aiutarti a determinare la tua produzione annua di CO2, o impronta di anidride carbonica. Questi calcolatori tengono conto di specifiche scelte di stile di vita che immettono CO2 in atmosfera o, in alcuni casi, riducono C02 grazie ad azioni ecologiche che stai già compiendo. Come le seguenti strategie suggeriscono, non è difficile ridurre la tua impronta di anidride carbonica.

Trasporti. Ogni gallone (3,78 litri) di benzina bruciato da una macchina o da un camion rilascia 20 pound (9 chili) di CO2 in atmosfera.
Scegli il mezzo più efficiente dal punto di vista dei consumi per i tuoi bisogni. Se possiedi più di un veicolo, usa quello che ha i peggiori consumi solo quando puoi riempirlo con altri passeggeri o merci. E quando è tempo di cambiare l’auto o il furgone, cerca il più pulito, efficiente, ibrido o alimentato con combustibili alternativi nella sua classe.
Guida meno. Il carpooling (condivisione dell’auto) due volte alla settimana può ridurre le tue emissioni annuali di CO2 di 1.590 pound (720 chili). Raggruppare diverse commissioni in un solo viaggio può ridurre le emissioni ancora di più.

Utilizzo dell’energia. In generale ogni kilowatt-ora (kWh) di elettricità utilizzata nella tua casa genera 2,3 pound (1 chilo) di CO2.
Cambia una lampadina. Se ogni famiglia americana sostituisse solo una lampadina ad incandescenza con una a basso consumo, le emissioni di CO2 si abbatterebbero di più di 90 milioni di pound (41 mila tonnellate) – l’equivalente di togliere 7,5 milioni di auto dalla strada.
Passa al digitale. Sostituire un termostato meccanico con uno digitale ti permette di risparmiare energia programmando il tuo sistema di riscaldamento perché si accenda e si spenga ad orari programmati.
Cerca le etichette energetiche. Gli apparecchi che utilizzano queste etichette usano una quantità significativa di energia in meno rispetto a quelli che non ce l’hanno.
Acquista enegia verde. Molte società ti danno la possibilità di acquistare elettricità generata da fonti rinnovabili come il solare e l’eolico.

Altri suggerimenti
Ricicla. Ridurre i rifiuti portati in discarica riduce le emissioni di CO2 e di metano (un altro gas serra). Il riciclaggio impiega anche meno energia che produrre nuovi materiali.
Acquista localmente. Il cibo coltivato in aziende agricole locali non deve viaggiare lontano, minimizzando le relative emissioni del trasporto.

Combinando efficienza energetica e risparmio energetico con investimenti di sequesto del carbonio (progetti come la riforestazione che sequestra il carbonio dall’atmosfera) è possibile eliminare le tue emissioni di gas serra e raggiungere uno stile di vita “effetto serra-neutrale”.

giovedì, 12 gennaio 2006
L’Iran ha ripreso il suo programma nucleare, rifiutando le proposte di cooperazione sulle tecnologie nucleari per usi civili avanzate dall'Unione Europea. Il sospetto forte è che possa sviluppare delle armi nucleari, anche se continua ad insistere che non lo farà. Non sarebbe simpatico un Islam nuclearizzato. Stati Uniti e Gran Bretagna hanno già fatto sapere di non escludere l’uso della forza come ultima risorsa. Le cose non si mettono bene. Dopo Afghanistan ed Iraq, sarà il turno dell’Iran? Potrebbe essere. Forse è difficile che Bush attacchi l’Iran, ma se i repubblicani dovessero vincere nuovamente nel 2007 potrebbe essere più probabile. C'è da aver paura.

Se non è accettabile un Islam nuclearizzato, nessuna potenza nuclearizzata è accettabile. Gli Usa stanno sabotando il trattato di non proliferazione nucleare. Fa parte della visione neocon di pace nel mondo attraverso l’uso della forza, del dividi et impera di questo nuovo e moderno Impero Romano. E la Gran Bretagna accodata, ancora sotto l’influenza dei geni del suo "glorioso" impero coloniale. Questa vicenda dimostra anche che la tecnologia nucleare per la produzione di energia è pericolosa e si presta a conflitti potenzialmente disastrosi, in questo caso di natura politica più che tecnologica.

Ma anche in questo caso la forza più grossa che muove questo scontro è quella del petrolio, non quella dell’energia o delle armi nucleari. Quest’ultime servono solo a modificare i rapporti di forza per poter vincere nell’ancora enorme business del petrolio in un'area come quella mediorientale che ne è ricca (una ricchezza però in mano a pochi).

L’Iran è tanto distante dalle nostre case quanto la soluzione che crediamo possiamo offrire in prima persona al problema. Ma, non mi stancherò mai di dirlo e ripeterlo, credo che alla fine della catena ci siamo sempre noi. E se la soluzione è tanto lontana, una ragione in più per muoverci subito. Dalle cose più piccole, perché anche una pallina di neve può dare il via ad una valanga.

Cominciamo a spendere qualche euro per installare i riduttori di flusso (www.commercioetico.it) a casa nostra e risparmiare la metà dell’acqua usata per i servizi, e un po’ di combustibile per riscaldarla, ogni anno.

Ad installare, con qualche decina di euro, lampadine a basso consumo in tutta la casa e risparmiare l’80% dell’elettricità usata per illuminare, ovvero diverse decine di euro all’anno.

Ad applicare pannelli termoriflettenti dietro i termosifoni (www.caldopiù.it) e termovalvole, che con diverse decine di euro fanno risparmiare qualche centinaio di euro all’anno.

Ad acquistare elettrodomestici a basso consumo, caldaie e condizionatori ad alta efficienza, che con un differenziale di prezzo contenuto garantiscono risparmi reali.

Come vedete nessuno chiede di diventare martiri per l’ambiente, ma di risparmiare soldi in maniera intelligente.

Se cambiamo auto ogni due anni, valutiamo l’acquisto di un diesel. Se la cambiamo ogni cinque anni, valutiamo l’installazione di un impianto a metano; se la cambiamo ogni 7-10 anni, valutiamo l’acquisto di un’auto ibrida. In generale valutiamo se possiamo usare di meno l’auto e di più i mezzi pubblici, la bici, i nostri piedi.

Poi sarà più facile valutare investimenti di più lungo termine, più impegnativi ma ugualmente redditizzi: cambiare le finestre mettendo doppi o tripli vetri; isolare pareti e tetto con materiale isolante; installare pannelli solari; acquistare una casa costruita con un certo criterio; ecc. ecc.

Cerchiamo di sforzarci a spendere un po’ più all’acquisto per avere molto di più durante la vita utile del prodotto. Alla base del risparmio che ci spinge a cercare prezzi più bassi cosa c’è? Il desiderio di comprare più prodotti? Non andremo molto lontano… Di avere più soldi per il futuro? Saranno spesi per mantenere quegli stessi prodotti, poco efficienti e meno duraturi.

Chiediamoci se e quanto quello che facciamo è sostenibile dal punto di vista energetico (quella luce la potevo tenere spenta?), ambientale (quel prodotto usa e getta potevo fare a meno di prenderlo?), sociale (questo prezzo stracciato garantirà un’equa retribuzione ai lavoratori?).

Parliamone con parenti, amici, genitori, figli, sconosciuti incontrati in treno o in autobus. E allora ci accorgeremo che la “valanga” sta già correndo giù per il pendio.

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categoria:guerra, energia, consumo etico, partecipazione attiva
domenica, 18 dicembre 2005
Volete iniziare alla grande la giornata, fare qualcosa per la vostra salute, dare un "watt" al vostro umore, contribuire a ridurre l'inquinamento e il degrado ambientale, divertirvi e riscoprire le proprie capacità di prodursi qualcosa da soli,  alimentare l'economia locale, il tutto contribuedo a diminuire il PIL? Sì, allora fatevi lo yogurt in casa!

Io ho iniziato a farlo da qualche settimana e devo dire che in una cosa semplicissima si può trovare un piacere profondo. Oltre a mangiare un cibo sano e salutare per tutti, inizio la giornata con un tocco di dolcezza e prelibatezza. Si può mangiare bianco oppure aggiungerci, a piacimento, frutta secca, muesli, granola, uvetta, riso soffiato, cioccolata, cacao, caffe o qualsiasi altro gusto vi vada di sperimentare. Consiglio vivamente di utilizzare latte fresco e yougurt biologici, si ottengono i risultati migliori. Anzi, l'idea di farmi lo yogurt in casa (lo faceva anni fa mia mamma) mi è venuto in mente quando ho aperto un mezzo litro di latte biologico dimenticato in frigo e quindi scaduto, e invece di trovarvi la muffa ho trovato yogurt! A dimostrazione di quanto il biologico sia sano e vitale.

Il procedimento è facilissimo, basta: 
  • portare a ebollizione il latte fresco per un tot di minuti (consultate i tempi qui, io seguo questo procedimento),
  • versarlo in un contenitore di vetro, farlo raffreddare fino a 40-44° (ho acquistato un semplice termometro da cucina per misurare la temperatura),
  • aggiungerci lo yougur fresco, biologico e con fermenti lattici vivi (lo trovate in ogni supermercato, è scritto sulla confezione, e vi basta acquistarlo la prima volta, poi per fare altro yogurt potrete usare il vostro),
  • rivestire il contenitore in un panno di lana (io uso il pile) e riporlo in un luogo tiepido (il forno va benissimo, se è a gas ancora meglio) per un tot di tempo (io uso la combinazione 5 minuti di ebollizione e 18 ore di fermentazione, per uno yogurt piuttosto denso).
Il gioco è fatto. Qui negli States si trova anche il latte "half and half", ovvero mezzo latte e mezza panna. Usandolo si ottiene uno yogurt su-per-la-ti-vo, cremosissimo, più buono di quello della Mùller senza dover aggiungere zucchero o quant'altro; potete rovesciare il contenitore e non cade. Non so se l'half and half si trova anche in Italia, ma si può sempre unire latte e panna acquistate separatamente. Comunque è piuttosto grasso, quindi preferisco riservarlo per occasioni speciali o per fare dolci, altrimenti utilizzo latte normale, magari con un terzo di panna aggiunta.

Dovete provare, è veramente piacevole e gratificante. Costa molto poco in termini economici (sicuramente meno che acquistarlo) e di tempo, e fate del bene a voi stessi (per chi, come me, ha problemi intestinali, è una manna) e all'ambiente: non ci sono camion che girano per l'Italia e per l'Europa per trasportare yogurt, vasetti, imballaggi, ecc. (qui trovate una simpatica e provocatoria analisi del mangiare yogurt fatto in casa piuttosto che acquistato). Per questo l'ideale è fare lo yogurt con latte biologico prodotto nelle vicinanze.
venerdì, 16 dicembre 2005
L'immagine che vedete qui a fianco è tratta dalla metodologia dell'Impronta Ecologica (sito ufficiale internazionale o sito italiano di spiegazione) e ci dice che ci stiamo giocando il futuro. Più precisamente la linea blu rappresenta la biocapacità del pianeta, ovvero il patrimonio di risorse disponibili di anno in anno sulla Terra, mentre la linea gialla rappresenta il consumo di risorse della popolazione mondiale (misurato in superfici necessarie alla produzione di energia, cibo ed altri beni, abitazioni e alla conservazione della biodiversità). Entrambi variano di anno in anno, il primo mediante la gestione degli ecosistemi, le pratiche agricole, il deterioramento ambientale e il tempo atmosferico, il secondo a seguito del tasso di consumo delle risorse e della crescita della popolazione mondiale. Il grafico in questione misura precisamente quanti pianeti Terra sono necessari per far fronte al fabbisgno di riorse richiesto dalla popolazione umana.

Se fino al 1990 abbiamo consumato meno di quanto avessimo a disposizione, da quell'anno stiamo intaccando il patrimonio naturale mondiale necessario alla nostra sopravvivenza. E il trend non accenna a diminuire: attualmente (2003) stiamo "sovraconsumando" il 23% delle risorse, oltre la capacità di rigenerazione delle stesse (l'anno precedente il sovracosumo era del 21%). In altri termini, se abbiamo a disposizione un solo Pianeta Terra, stiamo consumando come se ne avessimo 1,23. Semplificando al massimo, e non senza imprecisioni, è come se ci trovassimo nella situazione di un cinquantenne che smette di lavorare, ed ha un piccolo gruzzolo di risparmi. Allo stesso tempo la pensione che riceve non gli basta per coprire tutte le spese, ed intacca sistematicamente i suoi risparmi ogni mese. Quanto potrà durare?

Veniamo alle notizie positive. Svizzera, Canada, Australia e Finlandia saranno i primi paesi a far parte della "Campagna dei Dieci", l'iniziativa internazionale del Global Footprint Network per porre la metodologia dell'Impronta Ecologica allo stesso livello della misurazione del PIL, e che entro il 2015 vedrà la partecipazione di dieci paesi. Durante il primo anno della medesima campagna i report sull'Impronta Ecologica sono stati distribuiti a 400 parlamentari europei e sono utilizzati per la gestione della strategia per lo sviluppo sostenibile dell'Unione Europea. E il Global Footprint Network ha coinvolto Jose Barroso, Presidente dell'Unione Europea, e Catherine Day, nuovo Segretario Generale della Commissione Europea, in un progetto per creare sistemi di contabilità nazionale standardizzati che comprendono l'Impronta Ecologica per i 25 Stati membri. Anche l'Agenzia Europea per l'Ambiente utilizza l'Impronta Ecologica come metodologia centrale nelle sue indagini. L'Impronta Ecologica è anche stata raccomandata come uno dei dieci indicatori nella Convenzione sulla Biodiversità.

L'Impronta Ecologica è indispensabile per valutare la sostenibilità dello sviluppo economico, pur con i suoi limiti, e il fatto che inizi ad entrare a far parte dei sistemi di contabilità nazionale è una grande notizia. Però la situazione critica rimane, e saranno determinanti i tempi di adozione e sopratutto le politiche che ne seguiranno. Rimango convinto che una grossa parte del gioco dipenderà da noi singoli cittadini. Voglio fare un esempio.

Sappiamo tutti che la guerra in Iraq è stata fatta per il petrolio. Chi di noi non crede che il mondo debba essere diviso tra buoni e cattivi, forti e deboli, poveri e ricchi e non vede nello stato delle cose un ordine divino o naturale da conservare, credo sia lacerato come me dalle azioni e dal pensiero della poltica governativa degli Stati Uniti di questi anni. Proviamo disgusto nel sapere che multinazionali legate all'Amministrazione Bush ottengono contratti di ricostruzione in Iraq, magari dopo aver fornito armamenti all'esercito, mentre le compagnie petrolifere in questi anni fanno guadagni da spavento. Uno ha ragione di sentirsi impotente e frustrato, oltre che disgustato. Ad un altro livello abbiamo questi strumenti, come l'Impronta Ecologica, che ci dicono che l'uso del petrolio non solo scatena guerre, ma devasta pure l'ambiente e minaccia il nostro futuro. E uno si sente ancora peggio. Ma al livello di base, quello più importante, ci siamo noi: quando accendiamo un interruttore, quando usiamo la macchina, quando lasciamo un rubinetto aperto, quando acquistiamo il cibo, quando compriamo casa, quando compriamo da vestire, quando facciamo qualsiasi cosa che comporta un consumo mediato da uno scambio di prezzo, richiediamo direttamente o indirettamente petrolio. Petrolio per produrre plastica, per trasportare le merci, per produrre elettricità per i nostri consumi o per le aziende che ci vendono i beni (carta, vetro, malta, tessuti, cibo, mattoni, ecc.). E' così facendo diamo input a questi signori per fare quello che fanno.

Certo non possiamo fare a meno di molte cose che abbiamo. Ma possiamo inziare intanto a non sprecare (quella luce accesa in più, quella tv che non guarda nessuno, quel rubinetto aperto mentre ci laviamo i denti, quel termostato spropositamente alto per poter stare in camicia d'inverno, ecc. ecc.). Possiamo utilizzare sistemi più efficienti (lampadine a risparmio energetico, riduttori di flusso per i rubinetti, una guida più attenta in auto, il treno quando è possibile e non troppo scomodo, il consumo di prodotti locali che non comportano lunghi spostamenti di merci, i prodotti biologici ed ecologici, finestre a doppio vetro, case ben isolate, pannelli solari). Sono tutte azioni con costi crescenti di investimento, ma che rientrano in pochi mesi o anni, e dalle quali risparmiamo soldi. I primi a guadagnare siamo noi, assieme all'ambiente. Quando avremo fatto tutto questo saremo pronti per passare a fonti energetiche completamente rinnovabili. Poi certo, governi, istituzioni, organizzazioni, studiosi, devono fare la loro parte. Ma noi abbiamo un ruolo fondamentale (qui ciascuno può calcolare la propria impronta ecologica).

Tu che stai leggendo, se dissenti parla pure. Ma se sei d'accordo con me e capisci la situazione, non puoi tirarti indietro e dire che non lo sapevi.

sabato, 03 dicembre 2005
Questa è davvero una bella notizia. Riporto l'annuncio dell'ampliamento della rete "commerciale" di Banca Etica in tutto il centro-nord Italia, grazie ad un accordo con Poste Italiane.
Sono socio di Banca Etica da più di un anno, con loro ho stipulato il mutuo di acquisto della mia casa, è la mia principale banca di appoggio (in realtà mia moglie ha anche un conto corrente con un altra banca, che teniamo per poter usare gli assegni, ma probabilmente da oggi non sarà più necessario), grazie all'home banking posso gestire tutte le operazioni da casa (e ora da Berkeley, California, dove mi trovo, senza nessun problema), i prelievi di contante li faccio gratuitamente presso una qualsiasi banca di credito cooperativo. Questo perchè la sede più vicina a me è Treviso, a 50 chilometri da casa mia. In realtà, da quando sono socio, non mi sono più dovuto recare in sede. Da oggi che viene annunciato questo accordo, sarà ancora più semplice poter stipulare un contratto con loro e gestire tutte le operazioni normalmente utilizzate. Quindi, non ci sono più scuse per non passare a Banca Etica!
I vantaggi? Non costa più delle altre banche (spesse volte costa meno), non ci sono clausole ingannevoli o spese impreviste, ma soprattutto il risparmio raccolto viene indirizzato a progetti e finanziamenti ben selezionati secondo precisi criteri, nel campo della cooperazione sociale, dell'ambiente, della cooperazione internazionae e della cultura e società civile. Il risparmiatore decide in che ambito vuole che i suoi risparmi vengano impiegati; c'è la massima trasparenza sui progetti finanziati, spesso di microcredito, che si possono controllare on line (guarda qui). Si promuove vero sviluppo economico e sociale, non si finanziano altre inziative, a partire dal traffico d'armi (controlla qui se la tua banca è implicata). Anche parte della provvigione dell'uso della carta di credito, pagata dall'esercente, viene destinata a progetti di sviluppo.
In altre parole potete star tranquilli che mentre voi sudate sette camice per pagare la rata del mutuo, o  imprecate per l'ennesimo estratto conto ricevuto, pieno di spese e con interessi per voi ridicoli (se ce ne sono), la vostra banca non si sta prendendo gioco di voi (pensando magari di rifilarvi qualche altro bond argentino) o non sta finanziando la spedizione una partita di armi verso un paese straniero. Siete ancora davanti al pc o vi state recando nella filiale più vicina?


AL VIA LA CONVENZIONE TRA BANCA ETICA E POSTE ITALIANE

Versamento e prelevamento presso tutti gli sportelli BancoPosta per i clienti di Banca Etica. L'accordo è operativo in otto regioni italiane: Lombardia, Piemonte, Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Lazio e Puglia.

Al via la collaborazione tra Poste Italiane e Banca Etica. E’ operativa la convenzione che permette a tutti i clienti di Banca Etica residenti in Lombardia, Piemonte, Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Lazio e Puglia di rivolgersi agli uffici postali presenti nelle otto regioni per effettuare alcune importanti operazioni bancarie.
Si tratta di un altro piccolo passo per rendere sempre più capillare la presenza della nostra banca e favorire la piena operatività ai nostri correntisti, tanto nel caso dei privati quanto delle organizzazioni.

L'accordo con Poste Italiane, che parte sperimentalmente in 8 regioni ma punta ad ampliarsi anche alle altre, risponde infatti ad una necessità reale dei clienti di Banca Etica: poter comodamente versare o prelevare (su prenotazione) denaro contante e depositare assegni sul proprio conto corrente; e soprattutto poterlo fare ovunque. Per questo l'estensione della rete degli sportelli postali e la comodità degli orari di apertura sono i punti di forza della convenzione. Per effettuare le operazioni, gli uffici postali riconosceranno il correntista di Banca Etica direttamente attraverso la tessera Bancomat e la digitazione del relativo Pin. Nel frattempo la banca ha predisposto nuove tipologie di conto corrente, rivolte tanto alle persone fisiche quanto alle persone giuridiche, che comprendono anche l'utilizzo dei servizi proposti in convenzione con Poste Italiane.

Per maggiori informazioni sull'attivazione del servizio e sulle nuove tipologie di conto corrente è possibile rivolgersi alla filiale di Banca Etica o al Banchiere ambulante più vicini, scrivere a informazioni@bancaetica.com, oppure telefonare allo 049 8771111.
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categoria:economia, sviluppo sostenibile, consumo etico