mercoledì, 30 agosto 2006
Progetto molto interessante in mostra alla biennale di Venezia. Tratto da l'Arena.it
La città ideale? Si chiamerà Vema, in ossequio ai capoluoghi più vicini - Verona e Mantova - è sarà una città, anzi un grande quartiere, nel contempo ideale e utopico, ma assolutamente a misura d’uomo, seppur tecnologicamente avanzato e, soprattutto, ecocompatibile.
La ricerca della città ideale si arricchisce di un nuovo, interessante capitolo, che sarà oggetto della mostra «La città nuova. Italia - y - 2026. Invito a Vema», aperta al pubblico da venerdì 8 settembre al Padiglione Italiano, alle Tese alle Vergini all’Arsenale, nell’ambito della decima rassegna internazionale di Architettura della Biennale di Venezia.
«Vema è una città ideale che snoda le sue strade verso il futuro dell’architettura», spiega il curatore della rassegna, l’architetto Franco Purini, professore ordinario di Composizione architettonica e urbana nella facoltà di Architettura Valle Giulia dell’Università La Sapienza di Roma, «una città collocata in una zona geografica che risponde a particolari requisiti, così da renderla un’ipotesi più che fondata. Una città totalmente ecosostenibile che i progettisti hanno pensato per un futuro prossimo, il 2026 per l’appunto, bella da vedere e da vivere».
Perché Vema, perché la terra fra le province di Verona e Mantova?
«La scelta non è stata casuale», spiega l’architetto Purini, «diciamo che hanno pesato i motivi per cui Verona, da decenni, rivendica giustamente il ruolo di crocevia d’Europa. Anche se si tratta di un’ipotesi di città ideale, volevamo essere sicuri della fattibilità del progetto e per questo ci siamo avvalsi della collaborazione di Nomisma, che ci ha messo a disposizione aspetti socio-economici del territorio che di fatto avallano quelli logistici. Il quadrante territoriale veronese-mantovano dal punto di vista imprenditoriale, culturale e ambientale è una realtà tra le più pregiate d’Italia e quindi idonea a simboleggiare il futuro prossimo che abbiamo progettato. In secondo luogo, l’area è collocata in prossimità dell’incrocio dei corridoi ferroviari transeuropei Lisbona-Kiev e Berlino-Palermo, facendone un nodo strategico dell’economia mondiale».
Un quadro di riferimento che consta di grandi numeri, quindi, ma una città di piccole dimensioni.
«Un paesone, più che altro, perchè non si può più assecondare la mania ipermetropolitana attuale, per cui si lascia che le città crescano senza limiti e criteri. Una piccola città, anche, per contrastare il fenomeno della città diffusa che sta mettendo in crisi in particolare i ricchi territori del Nordest. Sull’asse Venezia-Verona è un proliferare di capannoni, centri commerciali, case e casette per cui non si capisce dove finisce la città e comincia la campagna. Invece bisogna pensare allo sviluppo futuro del nostro territorio in forme più adeguate, compatibili con un vivere più armonioso e sicuro. Una città ideale, ma anche utopica, nel senso che vi si sperimenta un modo di vivere più complesso, più adatto ai nostri tempi. Da qui le connessioni a Internet senza fili, ma anche spazi verdi in cui prendersi cura di se stesso e vivere il rapporto con la natura. Basti pensare che gli strumenti atti a captare l’energia solare verranno inseriti in un contesto urbano godibile anche visivamente, come fossero alberi meccanici».
«Una città vista e pensata in tutte le sue manifestazioni», conclude l’architetto Purini, «compresi i trasporti. Nello specifico, le metropolitane leggere di superficie, che non necessitano di guidatore. E siccome una nuova città non può nascere senza arte, abbiamo chiesto di associare a ogni argomento di progettazione un artista. Per cui avremo contributi di artisti che interpretano alla loro maniera i progetti dell’architetto».
Resta da chiarire il mistero della "y" nel titolo della mostra... «Chiamiamolo fattore y», sorride l’architetto Purini, «messo lì per richiamare Italy e suggerire quindi, a livello subliminale, l’amplificazione extranazionale del Paese e il trascendimento creativo dei propri confini. Vema, infatti, può crescere. E lo sviluppo della città ideale è stato affidato dai giovani architetti a colleghi affermati a livello mondiale. Il risultato? Lo vedrete alla Biennale».
martedì, 29 agosto 2006
Ieri Scaroni, AD ENI (settore prodotti petroliferi) ed ex AD Enel (primo produttore italiano di energia elettrica) rilascia un'intervista a Repubblica sulla necessità di razionalizzare i consumi di energia e combustibili fossili, con relativi commenti più o meno positivi da parte di diversi interlocutori.
Notizia positiva? Assolutamente sì. Tutto quello che contribuisce ad alimentare il dibattito su questo tema è benvenuto.
Però... c'è un però. Qualcuno ha la memoria lunga e le orecchie a Scaroni (che non è uno stinco di santo) vanno tirate sonoramente. Quando era all'Enel non si preoccupava di razionalizzare i consumi, anzi lanciò una campagna pubblicitaria nella quale si invitata ad indossare in casa indumenti con le maniche corte d'inverno e di lana d'estate, tanto ci avrebbe pensato l'Enel a fornire il servizio di condizionamento (un allargamento dell'offerta sotto due punti di vista: nuovi servizi venduti, aumento dei consumi). Anche la differenziazione delle tariffe giorno-notte non è esattamente pensata per diminuire i consumi totali, ma piuttosto per aumentarli nelle fasce giornaliere in cui sono più bassi (solitamente la notte). Tanto è vero che per avere la tariffa differenziata dovete aumentare la potenza del vostro contratto (da 3 a 4,5 kW se non sbaglio).
Ora che è all'ENI, dove stanno facendo badilate di soldi grazie al caro-greggio, si preoccupa della razionalizzazione dei consumi (che è praticamente d'obbligo oramai, e che si farà anche senza il suo invito), non per lanciare con decisione le fonti rinnovabili, che a suo avviso "rappresentano ancora una quota troppo esigua per incidere sul mercato dell'energia. Ma nei prossimi 30-40 anni, continuando a investire sull'innovazione, il loro contributo può diventare significativo". (30-40 anni?).
Il risparmio energetico serve per "prolungare l'era dei combustibili fossili. E per questo è necessario puntare con convinzione sull'unica fonte alternativa che può avere un impatto immediato e formidabile sul mercato del petrolio: un uso più razionale ed efficiente dell'energia".
Capito? Stiamo guadagnando come non mai con il caro greggio, che ne dite se tiriamo un po' il freno in modo da ritardare la scomparsa di scena dell'oro nero? Questo è il risultato della visione a breve termine che ha il mercato, e del sistema del management delle grandi aziende, che tende a creare valore nell'immediato per i propri azionisti. E' quello che ha fatto Scaroni. Sottraendo risorse e denaro al Paese e ai suoi cittadini.
giovedì, 24 agosto 2006
Oggi vorrei fare due proposte di lettura.
La prima è un'intervista ad Hugo Chàvez, presidende del Venezuela ed artefice di alcuni interessanti cambiamenti nel business petrolifero e non solo.
La seconda è l'ultimo libro di Maurizio Pallante, la Decrescita Felice, che ho piacevolmente letto sotto l'obrellone e che mi è piaciuto molto, anche se all'inizio ero scettico. Eccone un abstract
"I segnali sulla necessità di rivedere il parametro della crescita su cui si fondano le società industriali continuano a moltiplicarsi: l'avvicinarsi dell'esaurimento delle fonti fossili di energia e le guerre per averne il controllo, l'innalzamento della temperatura terrestre, i mutamenti climatici, lo scioglimento dei ghiacciai, la crescita dei rifiuti, le devastazioni e l'inquinamento ambientale. Eppure gli economisti e i politici, gli industriali e i sindacalisti conl'ausilio dei mass media continuano a porre nella crescita del prodotto interno lordo il senso stesso dell'attività produttiva.
In un mondo finito, con risorse finite e con capacità di carico limitate, una crescita infinita è impossibile, anche se le innovazioni tecnologiche venissero indirizzate a ridurre l'impatto ambientale, il consumo di risorse e la produzione di rifiuti. Queste misure sarebbero travolte dalla crescita della produzione e dei consumi in paesi come la Cina, l'India e il Brasile, dove vive circa la metà della popolazione mondiale.
Forse è arrivato il momento di smontare il mito della crescita, di definire nuovi parametri per le attività economiche e produttive, di elaborare un'altra cultura, un altro sapere e un altro saper fare, di sperimentare modi diversi dirapportarsi col mondo, con gli altri e con se stessi. "
Qui c'è una bella intervista all'autore.
lunedì, 21 agosto 2006
Una delle tante ideologie di cui credo sia costellata l'economia, almeno per come mi è stata insegnata, è che il settore agricolo è destinato ad occupare una posizione secondaria nel panorama economico odierno. I fatti dicono il contrario: cresce l'importanza e la domanda di cibo di qualità in grado anche di salvaguardare l'ambiente (agricoltura biologica); i sistemi energetici basati sulle biomasse non solo sono sostenibili e rinnovabili, ma aiutano anche a mantenere in buono stato l'ambiente (es. di montagna) e a valorizzare le economie locali; alcuni materiali, come ad esempio il legno, tornano ad essere utilizzati largamente per le loro caratteristiche funzionali ed estetiche (ad esempio nella bioedilizia ma anche in progetti ambiziosi ed architetturalmente affascinanti).
Finalmente oggi viene portato all'attenzione di tutti quello che purtroppo sta succendendo in India nel settore agricolo, dove multinazionali senza scrupoli, con la complicità di politici locali ed organismi internazionali, stanno scardinando il sistema agricolo indiano, con il mito del progresso (vedi ogm) e della globalizzazione necessaria (la peggiore che si potesse pensare: esportazione di materie prime a basso costo contro scambio di tecnologia per la coltivazione).
Sono sempre più convinto che dobbiamo puntare a creare economie reali autosufficienti in ogni continente, e destinare al commercio internazionale solamente quei prodotti per i quali vi è un'effettiva convenienza (e sostenibilità) nello scambio internazionale. Le sementi, come l'energia, mi pare che non rientrino proprio in questa categoria.
Tratto da Il Corriere della Sera di oggi.
"India, tra i suicidi nei campi di cotone
Gli ecologisti contro il Fondo monetario: ha spinto a tagliare gli aiuti pubblici. Gli Usa impongono i loro semi Ogm, costringendo i lavoratori a indebitarsi
NEW DELHI — «Nel villaggio di Bheemavaram, Stato dell'Andhra Pradesh, il contadino Chinta Venkateswara, 46 anni, s'è ucciso bevendo del pesticida per i troppi debiti. È il terzo suicidio tra i coltivatori di cotone nella stessa località, in soli due giorni». Notizie come queste sono ormai la norma qui in India, non si stupisce più nessuno.
«La sedicenne Vijay Chatale è sotto choc per aver scoperto il padre, agricoltore del Kerala, morto per impiccagione nella cucina di casa dopo il crollo dei prezzi agricoli internazionali», si legge su un altro giornale. E ancora: «Nel paesino di Nagpur, nello Stato del Maharashtra, la polizia ha fermato alcuni contadini disperati che stavano preparando una pila funeraria su cui intendevano immolarsi». E si potrebbe continuare a lungo.
Sui media indiani queste notizie sono infatti quotidiane: come gli spostamenti dell'amato-odiato monsone lungo l'enorme subcontinente, i gossip sugli attori miliardari di Bollywood, i lenti ma costanti successi delle caste «inferiori» nello scardinare l'antica struttura sociale. Avvenimenti ormai entrati nella routine di questo Paese.
Ma i suicidi di migliaia di contadini — l'attuale governo di New Delhi ne ammette «quasi 10 mila» dal 1997, stime indipendenti ne quadruplicano almeno la cifra — sono diventati un'enorme tragedia collettiva. Una piaga nemmeno immaginabile finché l'agricoltura — da cui dipendono ancora i due terzi della popolazione indiana, ovvero 750 milioni di persone — era gestita su basi comunitarie o basata sui grandi latifondi e lo Stato sosteneva il settore. Soprattutto fino a quando le multinazionali americane non hanno iniziato a imporre i loro carissimi semi — in particolare per la diffusissima coltivazione del cotone, per di più geneticamente modificato — costringendo i contadini a ricomprarli ogni anno per mantenere gli standard richiesti dal mercato internazionale nonostante il crollo dei prezzi della materia prima.
Che l'«epidemia» di morti nelle campagne — quasi tutti uomini e in genere piccoli e piccolissimi proprietari — sia un fenomeno nuovo è un fatto che nemmeno il governo mette più in dubbio. Che le decine di migliaia di suicidi siano causati dalla disperazione dovuta a debiti impossibili da ripagare, nemmeno.
Piuttosto, è sui motivi a monte che il potere politico ha finora dato spiegazioni «naturali» anziché politiche ed economiche. Colpa di inondazioni e siccità, invasioni di insetti e parassiti delle colture, sostiene (con sempre minor convinzione) New Delhi, dichiarandosi impotente e impegnandosi al massimo a stanziare fondi per le regioni più in crisi, come ha fatto recentemente il premier Manmohan Singh nel Maharashtra, con un programma da 800 milioni di euro.
Ma le catastrofi naturali sono flagelli antichi in India. Perché tutte quelle morti, quasi all'improvviso? E soprattutto, come mettere loro fine?
Una risposta arriva da tempo dalle analisi dei combattivi ecologisti indiani. Dalla famosissima scienziata-ambientalista Vandana Shiva, da migliaia di organizzazioni e attivisti meno noti. «La Super India Scintillante con una crescita annua dell'8%, magnificata da tutti per il polo di Information technology a Bangalore, sede ambita dall'Occidente per la delocalizzazione delle sue imprese, oggetto delle copertine dei magazine di mezzo mondo, è solo una faccia della medaglia», dice Kishor Tiwari, che dieci anni fa ha lasciato un ottimo impiego alla General Electric per dedicarsi alla causa dei contadini del Vidarbha (nel Maharashtra), la regione produttrice di cotone più colpita in assoluto.
L'altra faccia, dice Tiwari, mostra un'agricoltura ormai semidistrutta da 15 anni di riforme sconsiderate, dagli accordi tra New Delhi e Washington ribaditi anche nel 2005, che concedono un quasi monopolio alle multinazionali Usa nell'imporre i loro carissimi semi. E questo nell'indifferenza dei governi federali e statali, sempre più proiettati a lanciare l'India del hi-tech a scapito dell'agricoltura, da cui dipende appunto il 75% della popolazione del Paese ma che contribuisce ormai solo per il 25% al suo Pil.
Un'analisi soltanto in apparenza frutto di una visione anti-governo e anti- globalizzazione. Infatti, anche il prestigioso e ben poco rivoluzionario Tata Institute of Social Sciences di Mumbai, a cui si era rivolto mesi fa il tribunale supremo della capitale finanziaria indiana per capirne di più, si è trovato alla fine d'accordo. «I suicidi sono avvenuti a partire dal 1997 nelle zone più ricche del Paese e sono l'indubbio sintomo di una profonda crisi del settore agricolo — si legge nel rapporto del Tata Institute —. Tra i motivi che abbiamo individuato c'è il crollo degli investimenti pubblici nel settore, in linea con le direttive di Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale che hanno soprattutto costretto l'India ad aprire le porte, dal 1998, a corporation come Monsanto, Cargill e Sygentas i cui semi sono più cari e richiedono più fertilizzanti, pesticidi e acqua. Fattori, questi, che diminuiscono la fertilità dei terreni, aumentano i costi di produzione, mettono i contadini in balia degli usurai e del mercato internazionale. Il tutto, mentre l'Organizzazione mondiale per il commercio impone di togliere le tariffe all'import, e gli Stati Uniti continuano a finanziare il loro export»."
venerdì, 18 agosto 2006
Ha poco da sostenere, Fassino, che questo indulto non è un colpo di spugna, quando c'erano validissime alternative al provvedimento così come è stato varato, vedi le proposte di Marco Travaglio. Questo indulto, così com'è, non lo voleva nessuno, al di fuori della cerchia politica. A pochi mesi di distranza dal precedente indulto la popolazione carceraria è aumentata rispetto a prima del provvedimento, vuol dire che l'indulto non funziona. Allora perchè vararlo? Lo spiega questo articolo apparso oggi su Repubblica: i furbetti della finanza sono bipartisan, destra e sinistra, e allora va bene così. Si tratta di una sospensione del potere rappresentativo: noi (politici) decidiamo sulla basa dei nostri interessi e di quelli di alcuni amici (Consorte, Previti, ...) e non di quelli della maggior parte degli elettori. Ricorda molto da vicino il sistema lobbystico statunitense, solo mascherato.
"Così l'indulto salverà i "furbetti"
Niente carcere per gli scandali finanziari
di ORIANA LISO e FERRUCCIO SANSA
MILANO - L'indulto? Un affare d'oro, per chi di affari se ne intende. Finanzieri, banchieri, immobiliaristi. Indagati alcuni, imputati altri, per tutte le possibili combinazioni di reati economico-finanziari. Per semplicità: i "furbetti del quartierino". Fazio, Fiorani, Consorte, Ricucci. Ma anche Tanzi, Geronzi, Cragnotti. Per loro i tre anni di sconto di pena previsti dall'indulto hanno il sapore della certezza della libertà.
Fatti due conti, la nuova legge aiuterà tutti loro, in caso di eventuale condanna, a fare pochi o nessun giorno di carcere perché l'indulto - che copre tutti i reati commessi entro il 2 maggio scorso - "abbuona" di fatto sei, e non tre, anni di carcere, grazie alla possibilità di accedere prima del tempo all'affidamento ai servizi sociali e, in generale, alle misure alternative. Basta sfogliare il Codice penale per rendersi conto che le eventuali condanne più alte - che potrebbero aggirarsi sui dieci anni - saranno comunque ridotte sensibilmente. Considerando quanti chiederanno il giudizio abbreviato (con lo sconto di un terzo della pena) e che alcuni di loro hanno problemi di salute e di età, il gioco è fatto. Da ultimo, non va dimenticato che molte di queste indagini arriveranno a processo per il rotto della cuffia, grazie alla legge ex Cirielli, che riduce i tempi di prescrizione.
Eccessivo parlare di colpo di spugna, obiettano gli avvocati. Ma che gli effetti della nuova legge servano anche ai protagonisti di tutti gli ultimi scandali bancari è indubbio. In caso di condanna la mano al portafogli, per risarcire le parti civili, dovranno mettercela comunque, perché l'indulto su questo non ha effetti. Ma i tempi saranno lunghi e le vittime dovranno pazientare anni. Così, resteranno in piedi anche le pene accessorie, come l'interdizione dai pubblici uffici.
Gli esempi si sprecano, solo fermandosi ai nomi che hanno riempito le cronache giudiziarie recenti. L'ex governatore di Bankitalia Antonio Fazio è indagato a Milano per aggiotaggio (pena massima sei anni) e a Roma per abuso d'ufficio (da sei mesi a tre anni). Indagini ancora aperte e collegate, perché l'inchiesta è sempre quella sulla fallita scalata di Bpi all'Antonveneta. Se Fazio dovesse essere processato e condannato al massimo della pena, grazie all'indulto la vedrebbe ridotta a metà. Per i suoi legali sarebbe facile ottenere l'affidamento ai servizi sociali.
Per Calisto Tanzi il discorso è di poco diverso. L'ex patron della Parmalat, per motivi di salute e di età, difficilmente finirebbe in carcere, nonostante le accuse pesantissime. Ma l'indulto potrebbe fargli "saltare" o ridurre anche gli arresti domiciliari. Non ha problemi di età, invece, Gianpiero Fiorani, l'ad disarcionato della Bpi. L'inchiesta milanese è vicina alla chiusura: Fiorani è iscritto nel registro degli indagati per associazione a delinquere, aggiotaggio e riciclaggio. Anche per lui un calcolo, per quanto approssimativo, dovrebbe tenere conto di sei mesi di custodia preventiva (tra carcere e domiciliari) già scontati, dei tre anni dell'indulto e dei tre in cui utilizzare il "bonus" delle misure alternative. Questo vuol dire che anche a Fiorani (come al suo braccio destro Gianfranco Boni) rimarrebbe poco o nulla da scontare in carcere, almeno per quanto riguarda quel filone (perché, ovviamente, l'indulto si applica una volta sola, e non per ogni condanna).
Forse, alla fine, chi rischia di più è Sergio Cragnotti, ex patron della Cirio. Lo scandalo dei bond argentini ha coinvolto migliaia di risparmiatori e fatto da apripista tra le indagini economico-finanziarie degli ultimi anni. Per il finanziere si è già aperta l'udienza preliminare per il crac Cirio, a Roma: la bancarotta fraudolenta - che è solo uno dei reati contestati - prevede condanne fino a dieci anni. Ma anche per lui, lo sconto dei tre anni per l'indulto, una volta arrivati in appello, potrebbe automaticamente far scendere la sua pena fino ai fatidici tre anni. Oltre i quali resta solo l'affidamento ai servizi sociali. Che di fatto vuol dire la libertà."
lunedì, 07 agosto 2006
Chi è andato nelle nostre spiagge in questi giorni si sarà certamente accorto dell'invasione di piccole meduse che impediva di fare il bagno a largo. In alcune giornate erano gli stessi bagnini a pattugliare il fronte spiaggia e ad avvisare del pericolo. La cosa si è accentuata con il passare delle giornate di caldo intenso, che hanno portato all'aumento di circa 2 gradi dell'acqua rispetto alle medie stagionali. Il problema sembra essere rientrato questa settimana, dopo le abbondanti piogge e il brusco abbassamento delle temperature (anche di 15° dell'aria). Infatti ieri in spiaggia a Bibione non c'era nessun problema meduse (ma l'acqua era freddina e c'erano pochi bagnanti). Generalmente si crede che le meduse compaiano quando l'acqua è pulita. Questo è certamente vero, ma il problema della loro insistente presenza, secondo questo articolo del Corriere della Sera, è da ricercarsi piuttosto nella riduzione della piovosità e nelle alte temperature. Cioè nel surriscaldamento del clima. A ciò si aggiunge il problema della pesca intensiva che intacca gli equilibri e la presenza di predatori naturali.
"Situazione critica in Spagna: divieto di balneazione in alcune località
Invasione di meduse in Mediterraneo
Molto vicine alla costa: «Saranno almeno 60 milioni». In Italia fenomeno meno intenso ma ci sono
In Spagna hanno fatto una stima, particolarmente allarmante per i turisti che hanno invaso le spiagge: nelle acque su cui si affacciano le località turistiche spagnole della Murcia ci sono in questi giorni almeno 60 milioni di meduse. Si tratta di una vera e propria invasione e il fenomeno, anche se in dimesnioni minori, è stato rilvato anche in altre regioni. Una situazione particolarmente temuta dagli operatori turistici perchè costituisce una pesante minaccia per i bagnanti e quindi per la loro voglia di restare ( o tornare) in un luogo di vacanza. E poco importa che non ci siano rischi gravi per la salute: perchè nessuno vuole provare il doloroso fastidio di un contatto urticante. Per la presenza di meduse ha obbligato in diversi casi a decretare il divieto di balneazione. In Catalogna le vittime delle meduse sono state già 15mila, secondo i dati forniti dalla Croce rossa, il 49% in più dell'anno scorso. A Granada domenica è stata alzata la bandiera rossa per avvisare del pericolo e la balneazione è stata proibita nelle spiagge di Calahonda e Carchuna. A essere colpita è stata anche la spiaggia di Benalmadena, vicino Malaga, dove solo nella giornata di venerdì scorso 400 persone hanno riportato dolorose bruciature dovute ai tentacoli urticanti.
IN ITALIA - E intanto anche nei mari italiani c'è un aumento di meduse. L'ultima segnalazione dalla Liguria, lungo la Riviera dei Fiori, da Ventimiglia a Savona. «Praticamente non c'è nessun posto dove non ci siano meduse», ha dichiarato Ricardo Aguilar, direttore della ricerca di Oceana in Europa, a bordo del catamarano Ranger, con il quale si sono svolte la ricerche. Secondo le indagini operate da questa Ong, infatti, sul litorale mediterraneo sono state avvistate concentrazioni di oltre dieci meduse per chilometro quadrato e appartenenti a tre diverse specie, cifra confermata, inoltre, dal direttore del Centro Oceanografico di Murcia, Julio Mas. Sono diverse le cause che contribuiscono alla proliferazione di questi carnivori dall'aspetto gelatinoso, che risalgono alle modificazioni delle caratteristiche dell'acqua, in particolar modo alla sua salinità e temperatura. Le meduse, infatti, vivono solitamente a 20-40 miglia dalla costa, dove l'acqua è più calda e salina. Secondo studi compiuti da Oceana, però, negli ultimi tempi il minore apporto di acque dolci di fiume, apporto quasi assente in particolare nel Mar Minore, avrebbe favorito l'aumento di salinizzazione delle acque costiere, permettendo alle meduse di ritrovare anche lì il loro habitat perfetto. A ciò si aggiunge l'aumento delle temperature e soprattutto un altro fattore determinante come la pesca, la quale se operata con alcune tecniche provoca la cattura di animali che si nutrono di meduse, come il tonno o il pesce spada, contribuendo così alla loro proliferazione.
07 agosto 2006"
martedì, 01 agosto 2006
Una volta sulla RAI trasmettevano "intervallo", foto da varie località d'Italia con un sottofondo musicale (un po' troppo antiquato, a dire la verità). Che bei tempi. Ho deciso di prendere spunto e di postare questa notizia senza nessun commento. Le cifre parlano da sole. Da Il Sole 24 Ore di Oggi.
"Il valore della spesa pubblicitaria in Italia nei primi sei mesi del 2006, secondo Nielsen Media Research, ammonta a oltre 4.735 milioni di euro (+4% contro lo stesso periodo del 2005).
Il confronto mensile tra giugno 2006 e giugno 2005 ha registrato un aumento del 5,3%, grazie soprattutto ai Mondiali di calcio in Germania. I top spender di questa prima metà dell'anno sono: Unilever, Ferrero, Vodafone, Fiat Auto e Wind. La crescita della televisione nel periodo di riferimento è dell'1,7% (2.685 milioni di euro); sulla radio, gli investimenti pubblicitari sono aumentati del 14,4%, sulla stampa del 4,9% e sulle affissioni del 2,9%, mentre il cinema è in flessione del 10,5 per cento. Continua l'exploit di internet che fa registrare investimenti nei primi sei mesi dell'anno pari a 92,9 milioni, con una crescita del 53,5% contro lo stesso periodo dell'anno precedente."