lunedì, 31 luglio 2006
La sinistra ha approvato l'indulto includendo i reati finanziari. In questo modo si salva Previti, ma forse si salverà anche Consorte... chissà. Questo provvedimento non passerà inosservato e non verrà dimenticato. Quasi peggio della legge sul conflitto di interessi varata dal centrodestra. Avrei voluto essere in piazza con Di Pietro e guardare Fassino nelle fosse degli occhi. A proposito di Di Pietro e Italia dei Valori, riporto la dichiarazione di voto della sen. Franca Rame sul rifinanziamento della missione in Afghanistan.

"Legislatura 15 - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 027 del 27/07/2006
(La seduta, sospesa alle ore 17, è ripresa alle ore 18).

Presidenza del vice presidente ANGIUS

Riprendiamo i nostri lavori.
Passiamo alla votazione dell'articolo 2, sull'approvazione del quale il Governo ha posto la questione di fiducia.
RAME (Misto-IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

RAME (Misto-IdV). Dichiaro il voto favorevole dell'Italia dei Valori al provvedimento in esame.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, onorevole Ministro e onorevoli Sottosegretari, come ben sappiamo gli Stati Uniti hanno installato in Afghanistan basi militari permanenti. Come mai? Basta guardare la carta geografica. Da questo Paese passano l'oleodotto e il gasdotto che portano carburante dalla Russia verso l'India. Passano anche i camion dell'oppio: l'87 per cento della produzione mondiale, che rende 40 miliardi di dollari l'anno.
L'ISAF va in Afghanistan nel 2001 sotto l'ombrello ONU, ma dall'agosto 2003 la missione è guidata dalla NATO; quindi, di fatto, dal Pentagono. La missione italiana viene chiamata missione di pace, ma siamo sicuri di aver appoggiato la pace in Afghanistan? Con sei milioni di euro l'anno una ONG - ce ne sono otto italiane - è in grado di far funzionare tre ospedali, un centro di maternità, 27 posti di pronto soccorso e un programma di assistenza sanitaria nelle carceri.
Ci siamo impegnati abbastanza in quel senso in Afghanistan? A cosa è servita la presenza dei nostri militari? Le posizioni di Gino Strada si conoscono, ma anche alcuni direttori delle otto ONG questo dicono alla stampa: il Governo deve smettere di usare l'aggettivo "umanitario" per indorare la pillola da far ingoiare all'opinione pubblica quando si tratta da andare in guerra. Per questo chiediamo l'immediato ritiro del nostro contingente italiano.
In Afghanistan, oggi, non viene rispettato nessun diritto umano. Le carceri sembrano lager nazisti, secondo ispettori dell'Unione Europea. Il Parlamento di Kabul è composto in parte da criminali, ex talibani e trafficanti di oppio. Anni di guerra hanno distrutto qualunque cosa e quasi niente è stato fatto, né per la popolazione ridotta alla fame, né per ricostruire il tessuto economico-sociale. Migliaia di donne, per mangiare, sono costrette a prostituirsi; domandiamoci con chi. Sul territorio abbiamo circa 20.000 militari.
I talibani che si erano rifugiati in Pakistan (quelli addestrati dalla CIA anni fa), hanno ripreso il controllo del Sud.
Le forze di Enduring Freedom rispondono attaccando via aria e via terra: si parla di oltre 100.000 tra civili e militari uccisi. Un'operazione, questa, chiamata senza vergogna "bonifica del territorio. "
I costi della nostra missione, dal 2002 ad oggi, ammontano a circa 600 milioni di euro, 488 milioni di euro per la proroga di altre 28 missioni. La spesa militare italiana è al settimo posto su scala mondiale: 27 miliardi e 200 milioni di dollari annui, un fiume di denaro. Sono un po' preoccupata, con i tempi che corrono.
Questo Governo ha anticipato in autunno il rientro del contingente italiano dall'Iraq. Era ora, bravi, evviva! Bene il meeting per la pace, bravissimi!
Il ministro Parisi si trova però davanti ad un serio problema che ha dell'incredibile: dovrà rispettare l'impegno assunto dal Governo di centro-destra che ha contribuito con un miliardo di dollari a fondo perduto per entrare nel programma di sviluppo di nuovi aerei.
Saremo costretti ad acquistare circa 220 cacciabombardieri, per un costo di 14 miliardi e 400 milioni di dollari. Non so dove li troverà. Sono invece già stati acquistati 22 aerei-cisterna, per un costo di circa 50 milioni di dollari l'uno, più altri quattro per il rifornimento in volo, che ci mancavano proprio.
Come li abbiamo pagati? Con cambiali? Mi sono chiesta: "Tutto questo ben di Dio, che procura solo morte, è per la nostra missione di pace?". Se mi trovassi in Afghanistan non mi sentirei per niente tranquilla. "No, no, devi stare tranquilla, Franca" mi si risponde, "li abbiamo dovuti acquistare perché esisteva un contratto, un impegno scritto, ma non li manderemo in Afghanistan". "Ah, meno male", mi sono detta. "Ma che ne facciamo? Beh, ci sono tante guerre, li affitteremo, così facciamo cassetta".
Certamente sapete che noi occupiamo il terzo posto nella classifica mondiale con un debito pubblico astronomico: un miliardo e 580 milioni di euro, oltre 3 milioni di miliardi di lire; sono nella Commissione bilancio e mi sono ben informata. Dove si andrà a finire di questo passo?
Il nostro Governo si sta arrampicando sui vetri per cercare di riassestare il Paese dal disastro finanziario che ha trovato, ma - data la situazione - temo che nemmeno i preannunciati pesanti tagli alle spese sociali basteranno a compensare la spesa militare italiana.
Gli ultimi dati ISTAT ci comunicano che in Italia abbiamo 12 milioni di poveri. Molte famiglie il pasto del mezzogiorno lo consumano presso i centri di carità, mentre allo smontare dei mercati di frutta e verdura si vedono pensionati e non che vanno frugando tra l'immondizia.
E il precariato? I giovani senza futuro? La disoccupazione? E le Regioni senz'acqua?
Per quanto mi riguarda, e concludo, non sono così insensata da battermi per l'abbandono immediato dell'Afghanistan, ma chiedo al Governo, a nome di tantissimi italiani, che nell'immediato futuro i militari vengano sostituiti dai civili e che si cerchi di sradicare l'illegalità e la connivenza tra i vertici USA e i signori della guerra.
So di proporre una svolta difficile, ma molto coraggiosa: Di quel coraggio, credetemi, ne abbiamo bisogno, non per combattere, ma per fare la pace.
Fare la pace è il più coraggioso dei gesti. Infatti, è un gesto raro. Ma che dico? Rarissimo. (Applausi dai Gruppi Misto-IdV, Ulivo, RC-SE e IU-Verdi-Com Congratulazioni).

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categoria:politica italiana, guerra
mercoledì, 26 luglio 2006
A volte mi chiedo se veramente non stiamo vivendo un'enorme commedia dell'arte. Se all'improvviso qualcuno apparira da dietro le quinte gridando "Sorridi, sei su scherzi a parte!!!". Davvero ci meritiamo questa classe politica, questi personaggi, questi VIP???

La goccia che ha fatto traboccare il vaso oggi è stata la conferenza stampa di Moggi: "Non mi faranno fuori dal calcio. Niente da farsi perdonare". Il 14 maggio, subito dopo la vittoria del 29° scudetto (poi revocato), dichiarava "Il calcio non sarà più il mio mondo". Avrà respirato, assieme alle altre squadre indagate, l'aria di indulto che tirava e avrà pensato di poterla fare franca. Tutti hanno dichiarato di volere l'assoluzione piena. Come se gli italiani cretini non avessero letto le interecettazioni. Pene comunque ridimensionate di molto, grazie ad un gruppo giudicante nominato da Carraro, l'ex presidente FIGC dimissionario e indagato. Onore al neocommissario Rossi, che ha cercato (invano, almeno finora) di rifondare il calcio.

A proposito di indulto, complimenti alla sinistra per il provvedimento, l'atto di clemenza verso i condannati, tra i quali rientrano anche quelli che hanno commesso reati contro l'amministrazione pubblica e i corruttori. Così l'amico Previti, dopo essere stato bersaglio per anni della sinistra giustizialista, tornerà in libertà, nemmeno vigilata. In quel parlamento dove siedono ben 82 tra senatori e deputati indagati, condannati in  via definitiva (25) o in primo o secondo grado, miracolati dalla prescrizione o dalle varie leggi-canaglia, quasi il 10 per cento dell’intero Parlamento. Onore solo a Di Pietro, che è sceso in piazza, e Diliberto, che ha chiesto lo stralcio dal provvedimento, di questo tipo di reati.

Il governo inizia un processo di liberalizzazione, di ammodernamento del Paese, seppur timido, e succede il 48, categorie che scendono in piazza a protestare, scioperi selvaggi, manifestazioni a Roma. Ma avete provato a notare quanti giovani ci sono a queste manifestazioni? Nessuno! Semplice, gli ordini sono delle caste semichiuse, nelle quali entri dopo anni di gavetta e sudori (pensate agli architetti) per i quali mai rinnegherai il sistema, non prima di esserti rifatto delle spese almeno.

Nel paese dell'illegalità manifesta, il nero dilaga ovunque. Capisco chi trova conveniente a volte risparmiare su certi acquisti (nessuno qui è santo) ma ad esempio nell'edilizia la cosa sta raggiungendo livelli spaventosi, tanto che il governo ha dovuto varare una legge che dice che verranno chiusi non i cantieri in cui si fa del nero, ma quei cantieri in cui il nero supera il 20%!!! Avete capito, c'è un livello fisiologico di nero accettabile anche dallo Stato!

I servizi segreti continuano le loro lotte interne, e a decidere per il popolo cos'è bene e cos'è male. Per senso dello Stato. Si scatena la guerra delle intercettazioni, servizi che intercettano terroristi, carabinieri che interccettano servizi, guardia di finanza che intercetta politici che intercettano avversari politici. Scandali a profusione, e poveri cristi si buttano dai cavalcavia, mentre il Tronchetto dell'infelicità dice che la sua compagnia è estranea, che la sua compagnia va bene, anche se è la più indebitata d'Europa e il valore delle sue azioni continua a scendere.

E i giovani, magari precari, non sanno più dove battere la testa. Magari se sei carina, puoi sempre tentare la carriera in RAI, devi scendere a qualche compromesso con la tua moralità e i tuoi sani principi. Però se ti va bene, magari dopo qualche anno finisci a condurre una trasmissione di attualità cristiana su RAI1.

L'Inter ha vinto lo scudetto (e non lo può nemmeno festeggiare), l'Italia ha vinto i mondiali. Questi sì che sono veri segnali di cambiamento. Un cucchiano di sciroppo per un malato in fase terminale.



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categoria:politica italiana, giustizia, sinistra, corruzione
domenica, 23 luglio 2006
Pubblico questa lettera del ministro Antonio Di Pietro inviata a Beppe Grillo.

“Caro Beppe,

a pochi mesi dalle elezioni ho deciso di scriverti una lettera che spero tu possa pubblicare sul blog. Domani Unione e Cdl voteranno a favore di una legge, quella sull’indulto, che non era prevista nel programma dell’Unione e che io ritengo del tutto estranea alla volontà degli elettori del centrosinistra. Questa legge, nata per liberare le carceri, è stata estesa ai reati di falso in bilancio, corruzione, reati fiscali e finanziari anche nei confronti della Pubblica amministrazione.

Neppure il governo Berlusconi era arrivato a tanto. E’ un colpo di spugna che viene effettuato nel pieno del periodo estivo. Un atto gravissimo del quale è riportata un’informazione parziale, e spesso strumentale, da parte di giornali e televisioni. Il tuo blog, forse, può darne una diffusione maggiore e soprattutto libera.

Sono profondamente contrario al fatto che l’accordo per l’approvazione dell’indulto si basi su uno scambio politico con Forza Italia, in quanto prevede l’inclusione di reati per i quali vi sono processi e condanne di esponenti, anche di primo piano, della Casa delle Libertà. Se l’indulto passasse così com’è, tutti i fatti di mala amministrazione e di mala attività imprenditoriale, rimarrebbero impuniti. Si tratta di persone colpevoli di reati come tangentopoli, calciopoli, bancopoli. Persone che hanno occupato le indagini delle magistrature e le prime pagine dei giornali in questi ultimi anni.

Io ho scritto ai leader dei partiti dell’Unione per un vertice in cui discutere dell’indulto. Non ho avuto risposta. Nel Consiglio dei ministri dello scorso venerdì ho sottolineato la gravità di questa legge, contraria agli interessi dei cittadini, ma utile alle consorterie dei partiti.

Ho minacciato le dimissioni da ministro nella più totale indifferenza dei colleghi. L’Idv è il quarto partito della coalizione con 25 rappresentanti tra Camera e Senato. La sua uscita dalla coalizione può far cadere il Governo, ma io non mi sento di ritornare alle urne e, forse, di riconsegnare il Paese a Berlusconi.

L’Unione ha posto il veto sui nostri emendamenti per l’esclusione dei reati finanziari, societari e di corruzione dall’indulto. Lunedì e martedì prossimo l’Italia dei Valori farà tutto quello che è in suo potere per rallentare l’approvazione della legge sull’indulto attraverso una serie di emendamenti. L’Italia merita altri politici, altri governi. Non deve essere costretta a scegliere tra il peggio e il meno peggio, come tu spesso dici.

L’Italia dei Valori, da sola non può cambiare, questo Paese. Gli italiani devono fare sentire e forte la loro voce, in tutti i modi legittimi possibili, per evitare un ennesimo passo indietro della democrazia”.

Antonio Di Pietro.
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categoria:politica italiana, sinistra, corruzione
venerdì, 21 luglio 2006

La missione militare italiana in Iraq è stata presentata così il 15 aprile 2003 dal nostro ministro degli esteri Franco Frattini.

"Quella dell'Iraq è una missione che ha scopo emergenziale e umanitario"

E infatti il governo italiano finanzia un ospedale della Croce Rossa a Bagdad e invia ben 27 carabinieri per difenderlo...
... poi già che c'è invia altri 3000 militari a Nassiriya.

Ecco le cifre: l'ospedale a Bagdad costa...
21 milioni 554 mila euro.
Il nostro contingente a Nassiriya costa...
232 milioni e 451 mila euro.

La domanda è: ma perché il nostro intervento umanitario in senso stretto è a Bagdad e invece i nostri soldati e le nostre risorse stanno a Nassiriya? Che c'è lì di così tanto umanitario?

Il 22 ottobre 2003 i parlamentari italiani della commissione difesa vanno a Nassiriya.
Elettra Deiana, deputata di Rifondazione Comunista, faceva parte della delegazione e ha ascoltato uno strano discorso.
"Abbiamo incontrato l'ambasciatore presso il governo provvisorio di Bagdad Antonio Armellini, il quale ci ha detto che vi sono degli interessi italiani in gioco in questa vicenda"
Interessi in gioco!

"Di conseguenza il calcolo è che i benefici saranno all'altezza dell'impegno militare"
Benefici in cambio dell'impegno militare!

Ora in Iraq in generale e a Nassiriya in particolare ci sono importanti giacimenti di... benefici.

Ne sa qualcosa Benito Li Vigni, un'ex dirigente dell'Eni.
"Il governo iracheno accordò all'Eni lo sfruttamento di un giacimento sul territorio di Nassiriya, nel sud del Paese, con 2,5 / 3 miliardi di barili di riserve, un giacimento quinto per importanza tra i nuovi che l'Iraq voleva avviare a produzione. Nel suo territorio c'è una grande raffineria ed un grande oleodotto"

Guarda un po', l'Eni aveva contratti petroliferi con l'Iraq che riguardavano i pozzi proprio di Nassiriya! Che coincidenza! Ancora Li Vigni.

"I contratti che regolavano i rapporti tra la parte pubblica e quella privata delle compagnie concessionarie, seguivano una formula che nel settore era considerata la più vantaggiosa di tutte, che di solito i Paesi produttori mediorientali fanno di tutto per evitare. E' un contratto che consente di considerare come propria riserva una quota della produzione. Di fatto la riserva accertata tra 2,5 e 3 miliardi di barili poteva essere iscritta in bilancio Eni" Contratti vantaggiosi. Un peccato rinunciarvi!

In parlamento la senatrice Tana De Zulueta, del gruppo Occhetto - Di Pietro, ha presentato un'interrogazione proprio su questa vicenda. "Il fatto è che quando i soldati italiani sono arrivati a Nassiryia, la loro prima base militare era ubicata proprio di fronte alla raffineria che consentirebbe all'Eni di poter raffinare proprio lì il petrolio estratto.
Altra condizione che si aggiunge a un contratto che in sé era estremamente vantaggioso.
Dico "era" perché quel contratto è in forse, nel senso che l'occupazione dell'Iraq e la caduta di Saddam Hussein hanno fatto sì che le tre grandi concessioni siano congelate. Noi abbiamo chiesto al governo se la scelta di mandare i nostri militari in Iraq fosse motivata da un desiderio di tutelare quella concessione, di garantircela per il futuro"

E noi ci siamo procurati la risposta del governo all'interrogazione della parlamentare.

"La nostra presenza in Iraq è frutto di prioritarie considerazioni di carattere politico e umanitario"
Prioritarie considerazioni di carattere politico e umanitario.

"La scelta di dislocare un contingente a Nassiriya non è stata in alcun modo legata agli interessi dell'Eni"
Ah, no?

"Le bozze di accordo per lo sfruttamento dei campi petroliferi a Nassiriya tra Eni e le autorità competenti irachene non sono mai state perfezionate attraverso la firma di un testo vincolante"
E intanto il governo ammette gli accordi. Il 23 febbraio 2003, un mese prima dell'invasione, l'agenzia Ansa dà notizia dell'esistenza di un dossier circa gli affari italiani in Iraq.

"L'Italia, che e' già presente con le iniziative dell'Eni ad Halfaya e Nassiriya, può giocare anch'essa un ruolo"
Ecco cosa dice l'amministratore delegato dell'Eni, un mese dopo la caduta di Saddam.
"L'amministratore delegato dell'Eni Vittorio Mincato ricorda agli azionisti come già nel passato il gruppo aveva messo gli occhi sull'area irachena di Nassiriya"

Nassiriya!

Il nostro dubbio a questo punto è il seguente: è un caso che i nostri soldati siano finiti a Nassiriya?

Ecco il sottosegretario alla difesa Filippo Berselli.
- Non posso essere d'aiuto, né confermando, né smentendo una notizia che non so.
- Allora posso chiederle quest'altra cosa, più in generale: perché siamo andati proprio a Nassiriya?
- Beh, a Nassiriya perché a Bagdad c'erano gli americani, c'erano delle aree d'influenza ed è stata scelta Nassiriya, sarà una coincidenza. Per quanto mi riguarda è assolutamente una coincidenza.
- Ah, una coincidenza.
- Sì.


Riferimenti

Radio Capital Scandali al sole
www.capital.it

"La Guerra del petrolio" editori riuniti di Benito Li Vigni
http://www.ita-bol.com/

Nel libro «La guerra del petrolio» (Editori Riuniti), l'autore, Benito Li Vigni, entrato all'ENI con Mattei e rimasto nel gruppo fino al 1996, ricoprendovi posizioni di grande responsabilità, a proposito di Nassiriya scrive: «La presenza italiana in Iraq, al di là dei presupposti ufficialmente dichiarati, è motivata dal desiderio di non essere assenti dal tavolo della ricostruzione e degli affari. Questi ultimi riguardano soprattutto lo sfruttamento dei ricchi campi petroliferi.
Non a caso il nostro contingente si è attestato nella zona di Nassiriya dove agli italiani dell'ENI il governo iracheno, pensando alla fine dell'embargo, aveva concesso - fra il 1995 e il 2000 - lo sfruttamento di un giacimento petrolifero, con 2,5-3 miliardi di barili di riserve: quinto per importanza tra i nuovi giacimenti che l'Iraq di Saddam voleva avviare a produzione».


fonte: Radio Capital
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categoria:iraq, politica italiana, guerra, energia
mercoledì, 12 luglio 2006
Viviamo in un'opera d'arte incommensurabile, e quasi sempre ce ne dimentichiamo.






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categoria:natura, stili di vita
martedì, 11 luglio 2006
Vicino a casa mia è stata costruita una casa in paglia. Ora, prima che iniziate a ridere, leggete un attimo. Si tratta di una tecnica antica di costruzione, ed esistono diversi edifici in paglia in giro per il mondo, anche di ottima fattura. L'aspetto rilevante di questa tecnica, oltre a permettere di realizzare un ambiente domestico salubre, un edificio efficiente dal punto di vista del consumo energetico ed ecologico e tempi di realizzazione molto veloci, è che garantisce un risparmio iniziale non indifferente. Per la costruzione al grezzo della casa presentata nel sito si sono spesi circa 15.000 euro, mentre con tecniche tradizionali in muratura si arriva oltre gli 80.000 euro. Il tutto funziona se si organizza un gruppo di autocostruzione (l'associazione da tutta l'assistenza). Anche chi ha già acquistato casa non disperi: tra qualche anno può costruirsene una in paglia, nel frattempo vendere la sua e incassare il differenziale di prezzo! Al tempo stesso si ritrova una casa che consuma molto meno e una liquidazione (intesa come TFR), che di questi tempi non è affatto male, specie per chi è precario!
L'associazione organizza anche dei corsi per imparare a costruire con la paglia e in futuro altri sistemi, quali pannelli solari termici, sistemi di raccolta di acqua piovana, fitodepurazione, ecc. Per chi pensa che la decrescita e la sobrietà non siano solo delle boutade stile hippy, l'autocostruzione è oltre che un fenomeno in netta crescita e
un mezzo per risparmiare soldi e vivere in maniera più sostenibile, un modo di riappropriarsi di conoscenze e capacità pratiche molto interessante.

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categoria:stili di vita, sviluppo sostenibile, autoproduzione
sabato, 08 luglio 2006

È emergenza sanitaria, spostate intere fabbriche - da Repubbica del 03.07.2006

Federico Rampini
Era da vent´anni che non avevo un´influenza o una bronchite, e neppure un banale raffreddore. Da un mese invece mi affligge una tosse fastidiosa e tenace, con catarro, mal di gola, abbassamento della voce, bruciori agli occhi. Sono stato a farmi visitare dai medici di Bailey, un ospedale privato usato dagli stranieri a Pechino nel quartiere delle ambasciate. Il primo responso dello specialista, un giovane professore formato a Hong Kong, di fronte alla radiografia dei miei polmoni è stato: «Smetta subito di fumare». Ho obiettato di aver già smesso molti anni fa a San Francisco, costretto dal proibizionismo anti-fumo californiano. Il medico ha allargato le braccia sconsolato. «Ah, lei vive in permanenza a Pechino da più di due anni? Allora tutto si spiega: benvenuto fra noi». Stare un giorno in mezzo allo smog di Pechino equivale a fumare almeno un pacchetto di sigarette. La patologia che ora colpisce anche me è la sindrome cinese, ben nota a tutti gli stranieri che si sono trasferiti ad abitare qui.
Migliaia di occidentali sono già passati attraverso la stessa "rivelazione" prima di me. Alcune multinazionali americane stanno decidendo di accorciare i periodi di rotazione dei loro dirigenti in Cina, per paura di essere trascinate in tribunale con richieste di indennizzi miliardari di fronte al primo caso di un manager che si prenda il cancro ai polmoni dopo essere stato qualche anno a Pechino, Shanghai o Canton. A noi stranieri i medici vietano tassativamente di fare esercizio fisico all´aperto, un consiglio ignorato da milioni di cinesi che ogni mattina all´alba invadono parchi e giardini per il rito del tai-chi. Pechino con oltre venti milioni di abitanti è già vicina ad avere tre milioni di automobili, eppure la motorizzazione privata è solo agli inizi: si stima che le vetture in circolazione quintuplicheranno nei prossimi 15 anni. Già così il solo traffico rovescia ogni giorno nel cielo della capitale 3.600 tonnellate di emissioni carboniche e particelle cancerogene. L´aria di Pechino - come quella di Shanghai, Canton, Shenzhen, Chongqing, Nanchino, Tianjin, Chengu e decine di megalopoli cinesi che ormai superano la soglia dei dieci o anche venti milioni di abitanti - è quasi irrespirabile in tutte le stagioni, con punte di emergenza estreme quando l´afa estiva accentua il disagio dell´ozono e dello smog «fotochimico» aggravato dall´intensità dei raggi ultravioletti.
Sedici delle venti città più inquinate del pianeta oggi sono cinesi, secondo i dati della Banca Mondiale. All´inizio della sua rincorsa al capitalismo globale e alla crescita economica la Cina era il regno della bicicletta - nei primi anni Ottanta c´era mezzo miliardo di ciclisti - oggi si avvicina ai 30 milioni di auto. Ne avrà 130 milioni entro il 2020. Quanto ossigeno avremo ancora da respirare, per allora?
Eppure su Pechino il governo cinese sta investendo sforzi e risorse eccezionali, in vista delle Olimpiadi del 2008: un appuntamento decisivo per la consacrazione del prestigio internazionale della Nuova Cina, ma che rischia di essere rovinato da una nube tossica di smog che può rendere la capitale impraticabile sia per gli atleti che per i milioni di visitatori stranieri. Consapevoli di questa minaccia, le autorità hanno iniziato a muoversi con largo anticipo, per esempio inaugurando il trasloco forzato di quasi tutti i grandi impianti industriali: fino a poco tempo fa infatti dentro il perimetro urbano di Pechino c´erano ancora altiforni siderurgici e impianti petrolchimici. Ma i rimedi adottati si stanno rivelando dei palliativi inefficaci.
In questa «delocalizzazione interna» al paese molte fabbriche si sono spostate di poche centinaia di chilometri, scaricando nelle regioni limitrofe un inquinamento che il più delle volte i venti restituiscono alla stessa Pechino. Di recente la capitale ha registrato una lunga serie di giornate irrespirabili, avvolte in una nebbia marrone densa e acre. Le autorità hanno dato la colpa ai contadini dello Hebei, la provincia immediatamente circostante a Pechino: ignorando i divieti, al termine dei raccolti gli agricoltori bruciano la paglia provocando gigantesche colonne di fumo che invadono l´atmosfera (anche questo è un sottoprodotto del benessere perché un tempo la paglia veniva conservata per scaldarsi d´inverno, oggi anche i contadini possono permettersi il carbone). Ma gli imputati restituiscono l´accusa con sdegno: con che coraggio la capitale fa queste prediche all´agricoltura, dopo aver trasformato lo Hebei nel suo immondezzaio industriale trasferendo le fabbriche che non vuole più in città? In ogni caso quest´anno il governo ha fallito clamorosamente i suoi obiettivi di risanamento fissati in vista delle Olimpiadi. Le «giornate cieli azzurri» su Pechino sono diminuite invece di salire.
Dall´inizio del 2006 solo 60 giorni hanno registrato una qualità dell´aria accettabile per la salute degli abitanti. Le conseguenze di questo sviluppo economico sugli esseri umani sono drammatiche. Ogni anno 600.000 cinesi muoiono di cancro ai polmoni, che è balzato in testa alla classifica dei tumori nella grandi città: rappresenta il 50% della mortalità per cancro fra gli uomini e il 35% fra le donne. Inoltre l´età media in cui il tumore ai polmoni colpisce sta abbassandosi velocemente. Negli ultimi trent´anni l´apparizione di questa malattia nei pazienti si è anticipata di dieci anni. Nel 1977 il cancro ai polmoni rappresentava il 18% dei tumori, oggi il 30%.
L´inquinamento preoccupa i dirigenti della Repubblica popolare anche perché è sempre più spesso una fonte di conflittualità sociale che in prospettiva potrebbe destabilizzare il regime. Secondo gli stessi dati ufficiali forniti dal Congresso nazionale dal 2001 al 2005 le autorità hanno ricevuto 2,53 milioni di petizioni di protesta per cause legate all´inquinamento. Si verificano con una frequenza crescente gli scontri violenti con le forze dell´ordine nei casi in cui i disastri ambientali contaminano le acque potabili e distruggono terreni coltivabili.
Il degrado ecologico della Cina non è soltanto un problema che riguarda un miliardo e trecento milioni di abitanti della nazione più popolosa del pianeta. Per molti anni l´Occidente ha contribuito ad aggravare questi problemi esportando in Cina le sue produzioni più inquinanti. Tuttora tra le motivazioni inconfessate che spingono molte multinazionali europee, americane e giapponesi a produrre in Cina, oltre al minor costo della manodopera c´è anche una legislazione ambientale meno severa della nostra. Ma oggi il fenomeno si ritorce contro di noi. Lo smog cinese - ivi compresi 26 milioni di tonnellate di anidride solforosa - viaggia sui jetstreams, attraversa i continenti e arriva anche nei polmoni di chi vive in Europa o in America. Le piogge acide che avvelenano i terreni agricoli cinesi arrivano sulle nostre tavole, incorporate nelle mele e in tutti i prodotti ortofrutticoli di cui la Cina è diventata il primo esportatore mondiale.
Salvare la Cina da un´apocalisse ambientale è una sfida mondiale. Da molti anni il Giappone dedica la maggior parte dei suoi finanziamenti pubblici alla Cina a progetti di cooperazione «verde». Ora anche l´Italia fa lo stesso. Si apre oggi a Pechino una settimana dedicata alla cooperazione italo-cinese per la tutela dell´ambiente. Sono già in stato di attuazione avanzata 57 progetti per la conservazione delle risorse, il risparmio energetico, la gestione delle acque, i nuovi sistemi di trasporto, l´agricoltura biologica. Tra le operazioni-pilota più interessanti: il nuovo edificio della facoltà di scienze ambientali dell´università di Pechino realizzato con tecnologie d´avanguardia made in Italy per il risparmio energetico e l´uso di fonti rinnovabili; l´uso delle biomasse come il letame suino per produrre energia; progetti forniti «chiavi in mano» dall´azienda dei trasporti pubblici di Roma (Atac) per un monitoraggio elettronico del traffico nei grandi centri urbani e la riduzione delle punte di smog automobilistico; gli impianti verdi forniti da grandi aziende italiane come la Merloni; la valutazione dell´impatto ambientale di mega-progetti come la controversa diversione delle acque dal Fiume Azzurro al Fiume Giallo per rispondere alla desertificazione di tutta la Cina settentrionale.
Sono iniziative importanti che avvengono su un frontiera cruciale per i nostri interessi vitali. Il nodo decisivo resta il modello di sviluppo cinese. Nonostante che le tematiche ambientali appaiano sempre più spesso in cima alle priorità nei discorsi dei massimi leader come il presidente Hu Jintao e il premier Wen Jiabao, nelle scelte quotidiane dell´apparato dirigente la realtà è diversa. A livello locale l´industrializzazione massiccia continua a fare premio perché appare come la scorciatoia più rapida per diffondere il benessere. Ottocento milioni di cinesi ancora oggi vivono nelle campagne, con un reddito che è un quarto degli abitanti delle città. La spinta irresistibile verso l´urbanizzazione fa esplodere i consumi energetici e l´inquinamento. E´ di questi giorni una significativa battuta d´arresto negli obiettivi di governo: Pechino ha ufficialmente rinunciato a misurare nella sua contabilità nazionale un Prodotto interno lordo «verde» che tenga conto dei costi ambientali dello sviluppo. Il Pil verde sarebbe risultato sensibilmente inferiore al Pil tradizionale, la cui crescita è un simbolo dell´ascesa della Cina come superpotenza mondiale.
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categoria:inquinamento, ecologia, sviluppo sostenibile
venerdì, 07 luglio 2006
Per fortuna c'è la UE! Tratto da Eco dalle Città.

"Proposta della Commissione UE: entro dieci anni la tassa d´immatricolazione delle auto con una tassa annuale di circolazione a livello europeo

La Commissione Ue ha proposto al parlamento europeo di sostituire entro dieci anni la tassa d´immatricolazione delle auto con una tassa annuale di circolazione a livello europeo. La tassa intelligente varierà secondo il livello d´inquinamento prodotto dalle autovetture, per incentivare l´acquisto di auto "pulite".

Insomma, occhio ai prossimi prezzi di listino, ai quali bisognerà aggiungere una pesante tassa d´immatricolazione se l’auto acquistata consuma ed inquina troppo. Il 21 giugno la proposta ha ricevuto il sostegno dei membri della commissione economica e monetaria del parlamento europeo, ma i deputati vorrebbero andare oltre: secondo loro dovrebbero essere presi in considerazione altri tipi d´inquinamento, e non solo la CO2.

Finora, il problema era come districarsi tra 25 diversi sistemi di tassazione: secondo il paese, il costo d´immatricolazione varia dallo 0% al 180% della media Ue. Con la proposta della Commissione l´acquisto di una macchina nuova non sarà mai più tassato, esisterà solo la tassa di circolazione annuale del paese dove la macchina è registrata.

«Le nuove misure – dice la Commissione Ue - dovrebbero permettere ai fabbricanti di realizzare economie di scale perché non sarà più necessario tenere conto di criteri tecnici di base diversi, ad esempio ambientali, secondo i sistemi nazionali di tassazione. La commercializzazione sarà così più facile eliminando la frammentazione del mercato attuale. Questi fattori dovrebbe quindi portare alla riduzione dei prezzi delle automobili».

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