sabato, 31 dicembre 2005
In questi giorni sono in giro per gli States, quindi probabilmente non troverete sempre nuovi interventi (ma potete sempre iniziare voi a commentare quelli vecchi). L'esplorazione di questo indicibile paese ci ha portato mercoledì 28 a Las Vegas.



Giovedì 29 alla Death Valley


E da Venerdì 30 a Los Angeles


A volte bisogna fare migliaia di chilometri lontano da casa, per scoprire il deserto dove non te lo aspetti (Death Valley), e sentire tra le dune all'alba quello che milioni di persone nelle grandi metropoli non ti possono dire.


Buon 2006 a tutti!
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categoria:natura, california, divertimento
sabato, 31 dicembre 2005
Riporto questa breve scheda sulla guerra in Darfur (Sudan, Africa) che fino ad oggi ha provocato 300.000 morti, come 100 9/11, e centinaia di migliaia di sfollati e profughi, in mezzo ad una delle peggiori crisi umanitarie di sempre. Ma nessuna super potenza ha chiesto un intervento dell'ONU, anzi, nonostante la presenza di caschi blu, preferisce muoversi dietro le quinte appoggiando una o l'altra parte, anche con armamenti. Si tratta, sotto sotto, di un'altra guerra per il petrolio. E forse il primo scontro di rilievo tra Stati Uniti e Cina. Tratto da Peacereporter. Qui un elenco di tutte le guerre in corso nel mondo.

"Molti ne parlano, ma pochi lo fanno a ragion veduta. Il conflitto del Darfur, scoppiato nel febbraio 2003 e che finora ha provocato la morte di 300 mila persone, è stato presentato, a seconda degli schieramenti, come un brutale genocidio condotto dalle milizie Janjaweed con l’ausilio dell’esercito sudanese o come una rivolta interna di gruppi ribelli composti da semplici criminali. Ma quali sono le ragioni che hanno portato allo scoppio della guerra e perché il conflitto, a differenza delle altre guerre africane, ha ricevuto una copertura mediatica così ampia?
 
La storia
Nonostante la recrudescenza avutasi dal febbraio 2003, il conflitto nel Darfur è vecchio di almeno 50 anni, anche se in passato gli scontri tra le varie comunità della regione erano molto più circoscritti. Il presentare la guerra come uno scontro tra Arabi e Africani, come è stato fatto, non è corretto. In primo luogo perché le comunità che abitano il Darfur sono tutte autoctone, di pelle scura e musulmane, e i matrimoni “misti” sono stati all’ordine del giorno per secoli. Le radici del conflitto riportano alla lotta per il controllo delle risorse, terra e acqua, tra le comunità stanziali della zona centrale del Darfur e gli allevatori nomadi, che abitano le parti settentrionale e meridionale. L’avanzata del deserto e la politica del governo sudanese, che ha sempre sfruttato queste rivalità per controllare la regione, hanno però fatto precipitare la situazione. Da qui le istanze dei gruppi ribelli, che accusano Khartoum di trascurare le comunità autoctone nonostante le popolazioni del Darfur abbiano sostenuto buona parte dello sforzo militare nella ventennale guerra civile contro il sud cristiano.
 
Il sostegno estero
Il Darfur è stato spesso al centro di lotte tra i paesi limitrofi. Già Gheddafi negli anni ’80 utilizzò guerriglieri darfurini nella guerra contro il Ciad, mentre nel 2003 i ribelli hanno goduto del sostegno del governo eritreo e di parte dell’establishment ciadiano, appartenente alla comunità Zaghawa che popola anche parte del Darfur. I legami con il Ciad sono quelli più stretti e risulteranno decisivi per gli esiti della guerra. Il presidente ciadiano Idriss Deby ha appoggiato il governo sudanese nella crisi darfurina, scontrandosi con parte della comunità Zaghawa con cui è ai ferri corti ormai da mesi. Il recente cambio di rotta di Deby, che ha accusato il Sudan di sostenere i gruppi ribelli ciadiani che hanno base nel Darfur, sta a dimostrare come per il presidente il tempo degli equilibrismi sia finito, e come il legame con Khartoum si stia rivelato controproducente per la sua leadership, che in patria è ai minimi storici. Un cambio della guardia a N’Djamena significherebbe nuova linfa per i ribelli darfurini.
 
Il ruolo occidentale
Ma qual è il ruolo dei paesi occidentali nel conflitto? La guerra nel Darfur è stata presentata come un genocidio condotto dalle milizie Janjaweed contro le popolazioni africane. Non c’è dubbio che le atrocità contro i locali siano avvenute anche grazie al sostegno del governo sudanese, ma le colpe non sono solo da una parte. I racconti dei profughi parlano anche dei crimini commessi dai ribelli, che godono di appoggi forti all’estero. Testimonianze confermate dagli operatori umanitari, molti dei quali riferiscono come i ribelli siano meglio armati dell’esercito. La risposta potrebbe venire dai giacimenti petroliferi da poco scoperti nel sud del Darfur, e che sarebbero stati dati in concessione alla Chinese National Petroleum Corporation. Lasciando fuori dalla torta le imprese occidentali dopo che gli Usa si sono impegnati a fondo negli ultimi anni per risolvere la guerra civile tra nord e sud. Un brutto rospo da ingoiare per Washington, che da allora è tornata a una politica di ostilità nei confronti del governo sudanese, seguita a ruota da Londra. E non è un caso che al Consiglio di Sicurezza dell’Onu i più strenui difensori di Khartoum siano proprio i Cinesi, mentre Usa e Gran Bretagna sono pronti a addossare al governo sudanese le responsabilità di qualsiasi atrocità. A dimostrazione di come la guerra venga presentata sotto luci diverse a seconda dei poco limpidi interessi in gioco."
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categoria:guerra, darfur, politica americana
giovedì, 29 dicembre 2005
Riporto questo articolo de La Repubblica del 27 dicembre sulle motivazioni alla base dell'assoluzione di Silvio Berlusconi per il processo All Iberian: il Parlamento italiano, con la maggioranza di centro destra, ha eliminato il reato per cui il Presidente del Consiglio è stato dichiarato colpevole, solo che "il fatto non costituisce più reato". Reato commesso prima della sua discesa in campo. Sempre nello stesso processo, Berlusconi è stato trovato colpevole di finanziamento illecito a partiti (quello di Craxi) solo che il reato si è prescritto. Una legggina ad personam e zacchete!... i panni sporchi tornano puliti! Alla faccia di tutta la stampa e la televisione, compresa quella straniera, al 90% di sinistra!

"Rese note le motivazioni con cui in settembre il premier
è stato prosciolto dall'accusa di falso in bilancio

All Iberian, Berlusconi assolto
"perché il fatto non è più reato"

MILANO - Silvio Berlusconi e tre ex manager Fininvest sono stati prosciolti, al termine del processo All Iberian, in cui erano imputati per falso in bilancio e false attestazioni, in quanto, in base alla nuova normativa sui reati societari, i fatti non sono più previsti dalla legge come reato. Lo scrivono i giudici della seconda sezione penale di Milano nelle motivazioni della sentenza, che nel settembre scorso ha posto fine a una vicenda giudiziaria cominciata nel '95.

Riguardo al falso in bilancio, i magistrati fanno notare che alla luce delle novità legislative sull'argomento (volute proprio dal governo Berlusconi) il pubblico ministero "non ha contestato uno degli elementi specializzanti previsti dalla novella (le nuove norme, ndr), ovvero il superamento delle soglie di punibilità: né tale circostanza può ritenersi contestata implicitamente, atteso il tenore delle imputazioni che, attribuendo le entità delle omissioni oggetto del reato a più annualità, non consente, tramite il raffronto con i bilanci, di considerare all'evidenza superate le soglie in relazione alle singole annualità".

E dunque, visto che per i giudici non risulta contestato "uno degli elementi costitutivi" del reato così come configurato dalle nuove norme, gli imputati devono essere prosciolti perché il fatto in sé "non è più previsto dalla legge come reato".

Nel corso del dibattimento, su questo punto, erano state presentate due tesi contrapposte. Secondo il pm, Francesco Greco, il reato di falso in bilancio doveva essere considerato come prescritto; mentre per i difensori del presidente del Consiglio il falso in bilancio non costituisce più reato. E, come si legge adesso nelle motivazioni, il collegio giudicante ha accolto gli argomenti della difesa.

Stessa conclusione anche per il secondo capo di imputazione, le false attestazioni alla società di revisione Arthur Andersen."
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categoria:politica italiana, giustizia, corruzione
martedì, 27 dicembre 2005
Pubblico la lettera di uno dei giornalisti che hanno realizzato il servizio sull'uso di bombe al fosforo a Fallujah.

"Mi sarebbe piaciuto incontrare ognuno di voi, stringervi la mano, scambiare qualche idea, ma ovviamente non e' stato possibile. Ci siamo incontrati attraverso il web. Vi devo dire soprattutto grazie perché non mi avete fatto sentire solo durante questa esperienza, che nella carriera di un giornalista capita una sola volta nella vita, se mai capita. Vi ringrazio per le belle parole che mi avete scritto soprattutto per i sentimenti di stima, ma anche per i consigli (alcuni di voi si sono rivelati ottimi corrispondenti e ci hanno inviato utili informazioni ) e per le critiche che ci hanno aiutato a ragionare e migliorare nelle risposte agli attacchi.       
Grazie perché, provengono dall'unico padrone che riconosco " il pubblico". Al coperto delle vostre grandi spalle e’ facile anche per un “Davide” come me tirare sassi contro “Golia”, e questa volta Golia ce lo siamo scelto veramente grande e grosso!

 
Dovunque andiamo riceviamo la gratitudine della gente per aver restituito credibilità al servizio pubblico, abbiamo restituito  la speranza di essere informati,  di conoscere la verità.
 
E’ stata un’esperienza bellissima, di quelle che riempiono una vita professionale e restano nella nostra vita e nei nostri cuori, probabilmente irripetibile per argomento e congiunture “astrali” che hanno coinvolto pubblico, politici e  quelle che amo definire  le “anomale tribù giornalistiche”. E’ stata un’esperienza irripetibile anche perché ci siamo trovati prima contro poi a fianco colossi dell’informazione come il New York Times, la Bbc, il Corriere della Sera, L’Espresso, Panorama, movendoci all’interno del tangibile imbarazzo dell’azienda che ha preferito non trasmettere in prima serata l'inchiesta. Combattendo contro tutti i mali dell'informazione italiana e non solo: quello dell’informazione embedded, autoreferenziale, narcisista, quella semplicemente piegata al potere.
 
Sono intervenuti  strateghi militari di fama mondiale, mezzi maghetti e altro ( gli stessi apparati e giornalisti che vedevano all'inizio della guerra armi di distruzione di massa e pistole fumanti ovunque) che hanno tentato di attaccare e delegittimare l'inchiesta dicendo che i morti mostrati erano stati troppo al sole (come se fossero morti per un'insolazione) o dicendo che il fosforo non uccide, tentativi maldestri che sono stati rispediti al mittente con le ammissioni dello stesso pentagono, e con la richiesta di una commissione internazionale da parte della Commissione europea. Lo stesso N.y. Times ha chiesto al governo Usa la moratoria delle armi al fosforo.  Avevamo anche raccolto testimonianze sull'utilizzo di altre armi non convenzionali  da parte degli Usa  ma a riprova della nostra serietà non avendo la prova filmata,  non abbiamo ritenuto di farne denuncia.  
 
Eppure l'inchiesta denunciava 1) dei corpi che presentavano anomalie, 2) un bombardamento al fosforo sui quartieri di fallujah;  ma anche violazioni di diritti umani, torture, ragazzi uccisi con un drappo bianco in mano, la croce usata come sfregio nelle moschee. Di tutto questo non si e' potuto parlare, si e' discusso solo se il fosforo era o meno un'arma chimica e se quei morti erano o meno compatibili con quel tipo di agente chimico.  Anche a questo abbiamo risposto, abbiamo pubblicato documenti della Cia che nel 1995 riferendosi a un bombardamento  con ordigni al fosforo effettuato da Saddam Hussein nel 1988 sui Curdi, lo definiva chiaramente e inequivocabilmente un bombardamento con armi chimiche. 
 
A chi vuole prendervi per il naso raccontandovi che e' un'arma incendiaria,  va ricordato che e' da considerasi tale solo se usata nei modi consentiti, cioè come tracciante ( guarda caso la prima versione del pentagono sull'uso del fosforo) o come schermo per i movimenti delle truppe. Ma se usata contro le persone, come dice chiaramente Peter Kaiser, portavoce dell'OPCW, l'ufficio Onu  per il divieto dell'uso di armi chimiche, in un'intervista che e' sul nostro sito,  "e' da considerarsi arma chimica" !
 
A testimonianza che la nostra denuncia e'  fondata,   qualificati organismi internazionali  hanno presentato la richiesta per l'istituzione  di una commissioni d'inchiesta.
 
Mi scuso con voi per il ritardo con cui vi ho risposto ma la mia casella postale e' ancora fuori uso per le oltre 1000 mail che ci sono arrivate. Sono a vostra disposizione per qualsiasi delucidazione , potete  contattarmi all' indirizzo s.ranucci@rai.it, dal 1 gennaio sarà nuovamente funzionante. Con l'occasione vi porgo i miei più sinceri auguri di buon 2006.    
 
Grazie anche a  nome dell’informazione

Sigfrido Ranucci    
 
 
Roma, 27 dicembre 2005"
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categoria:iraq, guerra, corruzione
martedì, 27 dicembre 2005
Credo che ci siano diversi modi per dimostrare che la guerra in Iraq non ha senso, e magari qualcuno è già emerso in questo blog. Ma vorrei invitare a riflettere su un particolare punto di vista.

E' chiaro che il regime di Saddam Hussain non rappresentava una minaccia reale per l'Occidente e gli Stati Uniti. NON sto dicendo che era giustificabile, nessun regime dittatoriale lo è, sto solo sostenendo che la motiviazione che ha mosso la guerra (armi di distruzione di massa e collegamento con Al Quaida) è stata dimostrata come falsa e quindi la guerra si è basata su una menzogna. Bush e l'amministrazione americana ora vengono a dirci che non lo sapevano al tempo, ma che la guerra è comunque stata giusta, perchè ha fatto cadere un regime dittatoriale come quello di Saddam Hussain, che rappresentava una minaccia.

Per chi? Per il mondo? L'unica volta che l'Iraq ha attaccato una nazione straniera (anche se il Kuwait ha fatto parte dell'Iraq per 400 anni prima della spartizione, nel 1960, da parte degli inglesi) c'è stata la prima Guerra del Golfo che ha sistemato le cose, poi più niente (la segnalo come voce, perchè non l'ho potuta verificare, ma pere che ci sia stato un referendum tra i kuwaitiani e la maggior parte di loro vorrebbero tornare a far parte dell'Iraq). Ma torniamo a questa guerra. Attualmente l'Iraq è sottoposto all'invasione americana. Bene, se la guerrà è basata su una menzogna, credo che dovrebbero essere i cittadini iracheni a decidere se gli americani debbano restare o meno, come dovevano essere loro a decidere se ribellarsi contro Hussain. L'Occidente doveva agire in altre vie, ma non con un'invasione che ha ucciso più di 27.000 iracheni e più di 2.000 americani. Ebbene, secondo un sondaggio condotto da ABC News, Time e altri media, il 65% dei 1.711 iracheni intervistati sono contro la presenza americana in Iraq, e la metà vuole che se ne vadano presto. Il 59% pensa che gli americani abbiano agito male dall'invasione in poi.

Certo, la storia non si fa con i sè ed i ma, ed ora bisogna guardare avanti e con fiducia al futuro dell'Iraq, cercando il modo migliore per risolvere il disastro creato. Ci saranno senz'altro anche buoni frutti. Ma quello che stiamo discutendo è se il metodo utilizzato, la guerra preventiva (che già è una bestemmia), basata su menzogne (è una bestemmia ancor più grossa), con il vero intento di assicurarsi la stabilità nelle forniture di petrolio (questa è pura blasfemia), sia un metodo accettabile per le democrazie occidentali. Secondo me non lo è affatto.

Principalmente per due motivi: primo, la maggioranza degli iracheni, il popolo sovrano in questo caso, non volevano l'invasione americana (infatti non mi risulta che ci sia stato un appoggio dall'interno all'invasione). Se l'Iraq non era una minaccia per gli Usa e l'Occidente, doveva essere il popolo a chiedere un eventuale intervento armato. L'Occidente doveva agire dall'esterno. Secondo: l'America vuole esportare la democrazia, ma vuole il petrolio perchè il suo stile di vita non è in discussione (parole del governo americano stesso). Come sappiamo da studi economico-ambientali molto seri (a partire dal metodo dell'impronta ecologica) lo stile di vita americano comporta la necessità di avere almeno 2 pianeti per produrre tutte le risorse necessarie e assorbire i rifiuti prodotti (se tutti i paesi adottassero questo stile di vita i pianeti necessari sarebbero addirittura 5). Non è quindi possibile esportare lo stile di vita americano in tutto il mondo. Questo vuol dire che non può essere rispettato uno dei principi fondamentali di ogni democrazia occidentale (intensa non come forma di governo ma come insieme di valori), e cioè che ogni cittadino ha pari diritti. Infatti se tu sostiene che vuoi esportare la democrazia in tutto il mondo ne deriva che tutti i cittadini del mondo hanno pari diritti.

In realtà in molte democrazie occidentali, certamente in quella americana, e anche in quella italiana, i poteri economici e finanziari tradiscono di fatto il principio di uguaglianza, e tendono a conservare uno stato delle cose in cui vigono gerarchie e precedenze. Ed è questo che l'amministrazione americana vuole esportare in Iraq, un sistema "democratico" in cui è possibile corrompere le autorità, che formalmente sono irachene, per favorire questo o quel gruppo di potere. Nel film Syriana un avvocato ad un certo punto dice "Corruption? Corruption is why we win!" (La corruzione? La corruzione è la ragione per cui noi vinciamo). Si tratta solo di stabilire cosa vuol dire "noi". Non certo il popolo.
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categoria:iraq, politica, politica italiana, guerra, corruzione, politica americana
domenica, 25 dicembre 2005
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categoria:natale
sabato, 24 dicembre 2005
Anche qui nella lontana e calda California è vigilia di Natale, una celebrazione che travalica i confini della fede e delle religioni, e diventa momento di riflessione per ogni uomo. La notte sembra un po' più buia e fresca, e mentre in sottofondo passano Christmas carols, un pensiro va all'Italia, e al mondo che si prepara ad una nuova Rinascita... let's hope it's a good one.



Buon Natale (la guerra è finita)
J. Lennon


So this is Christmas                                Così questo è Natale
And what have you done                       E cosa hai fatto?
Another year over                                   Un altro anno è finito
And a new one just begun                     E un altro è appena iniziato
Ans so this is Christmas                         Così questo è Natale
I hope you have fun                                Spero che avrete fortuna
The near and the dear ones                  I vicini, i cari
The old and the young                           I vecchi e i giovani

A very merry Christmas                          Un Buon Natale
And a happy New Year                           e Felice Anno Nuovo
Let's hope it's a good one                      Speriamo sia uno di quelli buoni
Without any fear                                     Senza nessuna paura

And so this is Christmas                          E così questo è Natale
For weak and for strong                         Per i deboli e i forti
For rich and the poor one                      Per i ricchi e per i poveri
The world is so wrong                             Il mondo è così sbagliato

And so happy Christmas                        Allora felice Natale!
For black and for white                         Per i neri e i bianchi
For yellow and red ones                        Per i gialli e i rossi
Let's stop all the fight                            Fermiamo tutti gli scontri
 
A very merry Christmas                        Un Buon Natale
And a happy New Year                         e Felice Anno Nuovo
Let's hope it's a good one                    Speriamo sia uno di quelli buoni
Without any fear                                   Senza nessuna paura

And so this is Christmas                       E così questo è Natale
And what have we done                       E cosa abbiamo fatto?
Another year over                                 Un altro anno è finito
And a new one just begun                   E un altro è appena iniziato
Ans so this is Christmas                       Così questo è Natale
I hope you have fun                              Spero che avrete fortuna
The near and the dear ones                I vicini, i cari
The old and the young                        I vecchi e i giovani

A very merry Christmas                       Un Buon Natale
And a happy New Year                        e Felice Anno Nuovo
Let's hope it's a good one                   Speriamo sia uno di quelli buoni
Without any fear                                   Senza nessuna paura

War is over ove                                     La guerra è finita
If you want it                                         Se lo vuoi
War is over                                            La guerra è finita
Now...                                                     Ora.
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categoria:natale
venerdì, 23 dicembre 2005
In America Latina stanno succedendo un sacco di cose interessanti, in un continente dai mille contrasti e con aree di estrema povertà. Non senza contraddizioni (una su tutte il brasiliano Lula) questa area del mondo sembra voler proporre un modello economico e sociale diverso, nè comunista nè ultraliberista. Oltre il numero crescente di governi "del popolo per il popolo", almeno sulla carta, è da registrare la mancata approvazione di un'area di libero scambio nell'intero continente americano (ALCA), fortemente voluta dall'amministrazione americana, ma rigettata da buona parte dei sudamericani, vista come ineguale e penalizzante per le economie in via di sviluppo, almeno nel modo in cui era stata proposta. Senza contare che l'America del Sud ospita uno dei forum sociali più grandi e forti al mondo, Porto Alegre. Dobbiamo tenere d'occhio questa parte del pianeta in futuro, anche perchè è forse quella più culturalmente affine a noi italiani.

Dell'articolo che vi riporto, a proposito della vittoria per la presidenza in Bolivia di un indios, Morales, sottolineo solo una frase, relativa alla posizione del governo statunitense. E poi vi invito ad andare a vedere, appena uscirà in Italia, Syriana. In quel momento ricordatevi la frase che ho evidenziato, e chiedetevi se questi film sono poi così tanto campati in aria. E che chiamare Bush terrorista o meno è in fondo solo una questione di definizioni, ma la sostanza non cambia molto. Mi chiedo che differenza passa tra un fondamentalista che recluta kamikaze nei sobborghi poveri e degradati della Palestina, e un sistema di governo che mantiene nel proprio paese sacche di povertà, solitamente popolate da neri e minoranze etniche, per le quali una delle poche alternative è l'impiego nell'esercito, che arruola i soldati nelle scuole, e che poi li manda a combattere e morire per una guerra basata sulle menzogne e per i petrodollari. Io non ne vedo poi molta.

In questi giorni con gli auguri di Natale ho ricevuto anche inviti al "sano ottimismo" nei confronti della vita. Ho gradito l'invito, ma allo stesso tempo ho riflettuto e mi sono chiesto cosa significhi "sano". Secondo me è sano quando non si abbandona all'idea che le cose andranno bene per forza, che qualcuno ci penserà, e intanto ciascuno prosegue per la sua strada. Ha ragione don Tonino Bello, "che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili". L'ottimismo è sano quando significa fiducia che se tutti facciamo la nostra parte le cose andranno meglio, e per questo ciascuno opera nel suo piccolo, nel quotidiano, come può, per cambiare Sè stesso e gli altri.

Comunque questa della Bolivia è una sana e ottimistica notizia! Tratta da PeaceReporter.


P.S. per chi vuole iniziare a fare qualcosa in ambito lavorativo, segnalo il link a managerzen sotto "stili di vita". Non sempre occorre diventare attivisti di Greenpeace, medici di Emergency o volontari in Iraq!


"Un indio al comando

Vince Evo Morales. La Bolivia inizia oggi un nuovo corso storico


Urla di gioia per le strade di Cochabamba: la sede del Mas, il Movimento al Socialismo è presa d’assalto, un attacco festoso di centinaia di suoi simpatizzanti che si sentono per una volta padroni a casa loro. I colori degli Aymara (la popolazione autoctona che vive negli altos boliviani) si mescolano con la polvere alzata dalle auto che sfrecciano per la città. Uno di loro, un cocaleros di umili origini ma dalle idee chiarissime ce l’ha fatta. Evo Morales, leader indigeno e maggiore rappresentante del Movimento al Socialismo ha stravinto con il 52 percento circa le elezioni presidenziali boliviane. “E’ iniziata una nuova era per la Bolivia, - ha detto Morales -  era nella quale questa nazione troverà giustizia, uguaglianza, equità e pace sociale”.
Lo scarto è ormai incolmabile e il suo avversario Josè Quiroga, espressione della coalizione Podemos (Poder Democratico Social, della destra boliviana) si è già congratulato con il capo dei cocaleros per la vittoria: “Mi congratulo pubblicamente e apertamente con Evo Morales per il suo risultato elettorale. Mi congratulo con i candidati del Mas (il partito di Morales). Hanno fatto una buona campagna elettorale e adesso è venuto il momento di mettere da parte le nostre differenze e di guardare verso un futuro di pace, di tranquillità e d'armonia tra tutti i boliviani”.
 
Una vittoria non solo Presidenziale. Ma la tornata elettorale di ieri è da considerarsi storica per i boliviani. In primo luogo perché, se dovessero essere confermati i dati, Morales sarebbe il primo presidente indio della storia boliviana. Ma non solo. Secondo i primi risultati, il Mas avrebbe ottenuto grandi risultati anche a livello parlamentare, dove avrebbe conquistato 78 seggi (65 in parlamento e 13 al senato, importanti per confermare la vittoria elettorale del leader indigeno), e ne basterebbe uno solo per raggiungere la maggioranza assoluta al congresso nazionale.
Nel corso degli ultimi anni, le forti contestazioni di piazza, organizzate soprattutto dalle confederazioni sindacali e dagli indios, avevano fatto cadere dalla poltrona presidenziale Sanchez de Losada prima e Carlos Mesa poi.

E adesso? C’era da aspettarselo. Morales, che da tempo cercava un’affermazione politica di prestigio, ha basato la sua campagna elettorale sugli aiuti da dare ai contadini, agli indigeni e agli operai. Legalizzare la foglia di coca (e non la cocaina, attenzione), è stato uno dei primi punti del programma con il quale ha viaggiato per tutta la Bolivia nel corso degli ultimi mesi. Un programma che prevede anche la ridistribuzione delle terre e il pagamento dovuto dalle multinazionali per l’utilizzo delle risorse boliviane, soprattutto il gas.
Adesso però arriva il difficile.
Governare a casa propria sarà una vera impresa. Nella provincia di Santa Cruz ad esempio Morales se la dovrà vedere con i poteri forti degli imprenditori che da tempo cercano una autonomia dal governo centrale. Ma a loro Morales ha rivolto parole concilianti facendo sapere: “Il Movimento al Socialismo non ricatta e non ricatterà mai gli imprenditori onesti che desiderino investire nel paese” ha detto.Gli Usa hanno già fatto sapere di considerarlo un narco trafficante e questo non giova alla pace nella regione. Sono preoccupati per il notevole spostamento a sinistra di tutto il continente sud americano: in Cile con la Bachelet, in Venezuela con Chavez, in Argentina con Kirchner, in Uruguay con Vasquez e in Brasile con Lula."
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categoria:politica, società, politica americana